ELIZABETH PERCER.
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EDUCAZIONE DI UNA DONNA.
Parte 2.
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Titolo originale: Un Uncommon Education. 2012.
Traduzione di: Chiara Brovelli.
2012. NERI POZZA Editore, VICENZA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
            Fondazione Ezio Galiano
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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EDUCAZIONE DI UNA DONNA.
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CAPITOLO 17.
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La sera del martedì successivo qualcuno venne a bussare alla mia porta. Aprii. Era Ruth che stringeva al petto una montagna di fogli. Mi sorrise e mi tese la mano libera, che fino a quel momento aveva stretto a pugno. Fissai la scatola di fiammiferi che mi aveva messo sul palmo.
«Rogo delle parole» mi sussurrò all'orecchio, dopo aver scrutato comicamente il corridoio vuoto. «Andiamo».
Fuori incontrammo le altre iniziate, e buona parte delle altre ragazze della società. Avevamo di nuovo una serata senza nuvole, e le stelle erano una brillante confusione sopra le nostre teste. Faceva troppo freddo per parlare, e Ruth 
e le altre camminavano a passo svelto. Stavamo andando verso sud, verso il lago, dopo essere passate alla Freeman Hall a prendere Ellie Pendergast, la ragazza con i capelli grigio topo che avevo visto al tè. Anche Jun si unì a noi.
Percorremmo la sponda orientale del lago ed entrammo nel bosco superando la casa della rettrice, per poi proseguire verso sud, l'acqua sempre alla nostra destra, anche quando raggiungemmo la fine del lago e svoltammo verso ovest.
Alcune avevano tirato fuori degli accendini, che dopo un po' resero ancora più difficoltosa la visione al buio. Provai a liberarmi della paura irrazionale che mi aveva invasa, il ricordo di un uccello rosso che sbucava volando dal nulla persalire verso un cielo del tutto simile a quello.
«Che cosa stiamo facendo?» si udì la voce di Ellie, acuta e tesa, nel silenzio quasi assoluto. «Che cos'è il rogo delle parole? E che cos'ha a che fare con Shakespeare?» Era un fiume di domande, e saltellava al fianco di Jun come un cagnolino agitato. Jun le rispondeva in tono sommesso e calmante, al punto che era difficile distinguere le sue parole.
Io non parlavo con nessuno, limitandomi ad ascoltare una ragazza delle Hawaii che ci diceva come, nelle notti di luna nuova, le stelle illuminassero la strada agli spiriti che scendevano al mare. La sua compagna non le credeva, e le sue
domande si alternavano a quelle di Ellie. «Perché gli spiriti avrebbero bisogno di scendere al mare? O perché avrebbero bisogno della luce?» Da quanto tempo fate questa cosa?»
«Non possono volare?» Qualcuna è mai stata beccata,? «Vanno a pesca?» Qualcuna ha portato degli indumenti pesanti, vero? Fa piuttosto freddo, qui fuori. «Come potrei essermi inventata una cosa simile?» disse alla fine l'hawaiana, interrompendo l'amica. Risero entrambe, e anch'io mi lasciai sfuggire una risatina.
Entrammo in una macchia nel bosco. A. J. puntò il raggio della torcia su una persona che non conoscevo, una ragazza bionda dal fisico imponente, con bionde treccine afro e gli zigomi sporgenti e spruzzati di lentiggini, che in quel
momento lasciò cadere un carico di legna in una buca larga e poco profonda al centro della radura. La bionda cominciò a dare ordini, come altre tra le socie più anziane, inclusa Phyllis, che mi rivolse un largo sorriso quando mi vide lì, con il pigiama di flanella e la vestaglia. «Belle pantofole, Naomi» aggiunse al suo cenno d'approvazione, prima di voltarsi per farsi consegnare un'altra pila di fogli. Mi avvicinai alla fossa per il falò, e Mara, la bionda con le treccine, si presentò senza mostrare il minimo interesse nei miei confronti.
«Questo mucchio di fuliggine è vecchio come il college»
disse riflessiva. «Forse anche di più». Sollevò i ciocchi
e li premette uno contro l'altro; un'arte dello sforzo. «Allora,
vuoi sapere che cosa sta succedendo?» Annuii con nonchalance,
fingendo un'indifferenza che non ero realmente
in grado di adottare. Mara non mi stava neppure guardando.
Allungò una mano e spinse un ciocco pesante sotto il
mucchio. «Il rogo delle parole è una delle più antiche tradizioni
del college. E, ufficialmente, non esiste più». La sua
voce era bassa ed echeggiante e, via via che il fuoco cresceva,
dovetti fare uno sforzo per sentirla. «Ma probabilmente
alcune Shakes, negli anni Venti, decisero che sarebbe dovuta
continuare. Bruciavano i libri di testo a simboleggiare
le parole, all'epoca in cui il college era molto impegnato in
tutto ciò. Era un gioco per le ragazze del terzo e del secondo
anno: le prime nascondevano i loro libri, e le altre dovevano
trovarli. L'idea era quella di non lasciare che la conoscenza
rimanesse ferma da qualche parte, capisci?» Mi stava
guardando intensamente. «Ucciderla prima che invecchiasse».
Rise della mia espressione, che dovette riflettere
il mio shock. «Le cose buone resuscitano sempre, tesoro.
Non prenderla troppo sul serio. La fenice diventa sempre
più forte, grazie alle piume nuove». Sorrise, i denti bianchi
alla luce del fuoco che germogliava. «Non credere a quello
che ti diranno sulle tradizioni del college» mi ordinò. «Le
migliori sono state rovinate oppure messe al sicuro da qualche
anima coraggiosa. La gara dei cerchi di legno, ad esempio, è una vera stronzata».
«Non per tutte» la corresse Julie. Era lì in piedi, con
le braccia incrociate, e stava osservando le prime fiamme
mentre Mara m'istruiva. «Immagino che i falò abbiano perso
popolarità quando buona parte del college restò vittima
di un incendio» aggiunse, concreta. Mara non reagì, completamente assorbita dal suo compito.
Pensai alle immagini che avevo visto in un angolo in
fondo alla biblioteca: i vigili del fuoco del 1906; le donne
con i vestiti pesanti che avevano formato una linea per passarsi
i secchi d'acqua e combattevano il fuoco al buio, mentre
il fumo saliva come uno spirito beffardo e amorfo. L'edificio
principale, una costruzione di cinque piani che aveva
ospitato biblioteca, dormitorio e classi, era stato raso al
suolo. Ricordai le foto del prima e del dopo: le colonne di
marmo, le studentesse zuppe d'acqua che, all'alba, fissavano
le fondamenta ancora fumanti.
«Non tutti comprendono all'istante il potere del fuoco,
come dovrebbero» disse infine Mara. «E comunque il fuoco
si diffonde dieci volte più rapidamente di quanto ci si
aspetterebbe». Il suo ora ardeva bramoso, ipnotizzando tutte
e tre. Julie si era accovacciata ed era seduta davanti al falò
con gli occhi chiusi. Un osservatore casuale avrebbe pensato
che stesse dormendo o pregando. Restammo lì ancora
per un po', senza parlare.
Quando Phyllis ebbe le braccia piene dei fasci di carta
che aveva raccolto, venne a chiamare Julie con un colpetto
sulla spalla. Julie si alzò, sbadigliò e fece scrocchiare il collo.
Poi cominciò a ordinare a tutte noi di sederci formando
delle file, disponendoci di fronte a Phyllis che dava le spalle
al fuoco. Si schiarì la voce, e le ultime ragazze rimaste in
piedi presero posto.
Non mi era difficile capire perché attirasse intere folle:
era brava in scena. La sua voce riusciva a essere insieme autoritaria
e autoironica, quando diede inizio al rituale; era
chiaro che stava interpretando un ruolo.
«Chi c'è nel bosco?» gridò.
«Nessuno» rispose una voce.
«E nel lago?»
«Nessuno».
«Sulle colline e nelle case?» concluse.
«Nessuno» giunse un coro di voci, seguito da risatine: o
il protocollo non era stato seguito, o c'era più di una ragazza
nervosa e spaventata. Rabbrividii, e mi strinsi nella vestaglia.
Qualcuno aveva disteso a terra delle coperte pesanti,
in modo che potessimo proteggerci dal terreno gelido,
ma non potevano molto contro il freddo che sembrava traboccare
dal suolo sotto di noi.
«Sentinelle» annunciò Julie, facendo un passo avanti.
Otto ragazze si alzarono e si portarono al margine della
macchia, disponendosi a distanza regolare lungo il perimetro,
la schiena rivolta verso di noi. «Rogo delle parole» continuò.
Non era autoritaria come Phyllis, ma nessuno distolse
lo sguardo dal suo severo stoicismo. «Una tradizione delle
origini di Wellesley che si credeva perduta, e che invece è
stata preservata dalle ragazze di questa società». Parlò quasi
stesse tenendo una lezione, perfettamente a suo agio, sicura
di sé. «La conoscenza dev'essere purgata. La conoscenza
viva può diventare statica o troppo forte; può essere erroneamente
considerata più potente delle menti umane che la
cercano. Il dominio è la chiave». Fece una pausa drammatica,
voltandosi di nuovo verso Phyllis, che la guardava con
un sorriso compiaciuto.
«Regista, quale dramma vuoi redimere?» la voce di Julie
si fece più profonda, quando si rivolse a Phyllis, che aveva
il controllo assoluto del pubblico.
«La tragedia di Amleto, principe di Danimarca».
«E che cosa offri in cambio?» chiese Julie mentre, Phyllis
si accovacciava e si portava al petto il mucchio di fogli.
«La tragedia di Cimbelino» rispose, la voce inaspettatamente
sommessa.
«Che il rogo abbia inizio» ordinò Julie. Phyllis camminò
in mezzo alla folla seduta distribuendo i fascicoli. Quando
ebbi il mio tra le mani, vidi che era una copia di Cimbelino.
Erano tutte copie della medesima opera, alcune con
le orecchie e piene di appunti, altre apparentemente nuove
e intatte.
«“Con quanto coraggio ti adatti al tuo letto, giglio freschissimo!”»
esclamò Phyllis, gettando la sua nel fuoco. Il
fumo si fece più denso, si levò nel cielo scintillante e cominciò
a velarlo. Alla mia sinistra, A. J. si mosse nervosamente,
e la tensione si diffuse tra alcune ragazze. Alcune
sollevarono lo sguardo, altre erano ancora concentrate su
Phyllis. Ruth era accanto al fuoco, alta e ben illuminata, la
voce possente: «“Giove discende tra tuoni e lampi, a cavallo di un'aquila”». Il fuoco sputacchiò e fumò nel ricevere la
sua copia, sollevando qualche sorpresa esclamazione da parte
delle ragazze più vicine.
«Accidenti, Mara!» gridò. «Sai che la legna non dovrebbe
essere bagnata». Mara, la sua ombra enorme al bagliore
del fuoco, la guardò torva. «È secca come un osso, Wiefern.
Controlla tu stessa». «Sono sicura che ti prenderà sulla
parola» scherzò qualcuna. Mara sorrise, e Ruth arrossì.
Phyllis e qualche altra si lasciarono andare a una risata fragorosa.
Avevo il viso rovente, ma per il resto ero congelata.
«Tu» fece Phyllis, tendendo il braccio verso Ellie, già intimidita.
«Sei la prossima». Ellie mormorò qualcosa che
suonò come una domanda collassata su se stessa. «Trova un
verso e getta il testo nel fuoco. Brucerà da solo». Il suo sorriso
era cordiale, o forse sarcastico, non avrei saputo dirlo.
Ellie si alzò, tremante. Lanciai un'occhiata a Jun, che
stava guardando Phyllis, accigliata. «Devo proprio farlo?»
chiese Ellie una volta in piedi.
«Certo che no» rispose Phyllis con finta generosità. «Puoi
passare, se vuoi». Ellie annuì e deglutì, sentendo come una
punizione la risposta tagliente di Phyllis. «Ehm» cominciò,
facendo scorrere goffamente le pagine, che si piegavano
e le restavano incollate alle mani, trasformandosi in
un unico blocco impossibile da maneggiare. «Eccone uno.
Ehm, atto terzo, scena terza» sollevò gli occhi, sforzandosi
di sorridere. «“Come potremo, in questa gelida grotta,
far trascorrere le ore dissertando?”» A. J., che era di fronte
a lei, annuì incoraggiandola. Vidi Jun sorridere, incitandola
a sua volta.
«Gettalo» ordinò Phyllis, richiamandola all'ordine.
«Oh, certo, okay». Ellie andò verso il fuoco.
«La gonna!» urlò Mara. «Attenta!» gridò un'altra voce.
Ellie perse l'equilibrio prima di riprendere il controllo, e
il testo atterrò ai margini del falò. Un angolo prese fuoco,
mentre Ellie si rialzava a fatica, finendo tra le braccia di A. J.
che era pronta ad afferrarla. Quando tornò a sedersi, aveva
le guance bagnate di lacrime.
«Qual è lo scopo di tutto questo?» chiesi a Ruth, che
era venuta a mettersi accanto a me dopo aver gettato la
sua copia.
Lei scoppiò a ridere, il viso troppo vicino al mio perché
riuscissi a vederlo bene al buio. «Non tutto deve avere uno
scopo. E in parte è proprio questo il significato di tutto ciò».
«No» obiettò A. J., «è l'unico, vero significato».
«Il punto è» disse una voce decisa alla mia sinistra «che
ci sono tradizioni qui a Wellesley - tradizioni studentesche
perlopiù - che il college avrebbe voluto seppellire, ma che
non sono mai morte. Il forensic burning, il rogo delle parole,
risale agli inizi. La direzione ritenne che fosse troppo pericoloso.
E probabilmente avevano ragione». Una mano sottile
si allungò nella luce fioca. «Calbe Tharpe» disse la sua proprietaria
presentandosi. «Tu sei Naomi». Annuii. «Feinstein»
aggiunse lei. E poi si voltò, quando A. J. la toccò sulla spalla.
«La fiaschetta» sussurrò quest'ultima. «Se vuoi bere».
Obbediente, Calbe bevve un sorso. «Che razza di intruglio»
disse.
A. J. riprese la fiaschetta e bevve a sua volta un lungo sorso
di prova. «Dio, Ruth» disse, buttando fuori l'aria, «dove
diavolo hai preso questa roba?»
Ruth ignorò la domanda e si alzò, sorridendo, per raggiungere
un gruppetto che aveva cominciato a ballare sulle
note basse provenienti da un vecchio stereo portatile. A. J.
si appoggiò all'indietro sui gomiti, e osservò le fiamme che
crescevano per poi smorzarsi via via che il fuoco divorava
gli ultimi scritti.
«Dio, spero che non si mettano a correre nude per il bosco»
osservò Calbe, la schiena perfettamente diritta e immobile.
A. J. mi rivolse una smorfia. «Butta la tua copia» le ordinò
Mara, a un paio di metri da noi. Lei obbedì, e poi mi guardò
quasi volesse scusarsi. «Non è roba per le iniziate» disse
dispiaciuta. «Ma se vuoi metterti a correre nuda anche tu...»
«Non scherzate» ci rimproverò Calbe. «Due inverni fa a
due ragazze sono venuti i geloni, per averlo fatto».
«I geloni dove?» chiese A. J. senza pensarci.
«Shhh» insistette Calbe, indicando il mio viso. «Le stai
facendo paura».
A. J. gettò indietro la testa e scoppiò a ridere. «Naomi
non è il tipo che si spaventa!» esclamò, senza fondamento.
Le sorrisi, lasciando andare le ginocchia e chiedendomi se
fosse ubriaca: le ero immensamente grata per aver negato
la paura che in realtà avevo provato al sentir parlare di congelamento.
Feci uno sforzo per rilassarmi in mezzo a quella
che stava diventando una macchia confusa di rumore e
movimento; e in quella situazione, nonostante il freddo invernale,
l'idea che le ragazze si spogliassero e si mettessero
a correre nei boschi mi parve assolutamente possibile. Un
rumore a qualche metro da noi attirò la nostra attenzione,
facendoci pensare a una zuffa. Ellie stava cercando di prendere
la fiaschetta dalla mano di Mara. Mi chiesi se fosse
già ubriaca. Mara era immobile come una statua, e accanto
a lei gli sforzi di Ellie apparivano comici. Una fiammata
si sollevò dal falò. La manica del giaccone di Ellie, simile a
un'ala, fu avvolta dalle fiamme.
Ellie stava urlando e sbattendo le braccia. In pochi, lunghissimi
secondi fui da lei e le gettai sul braccio la pesante
coperta di lana su cui mi ero seduta. Altre mani si unirono
alle mie per soffocare il fuoco, che si spense dopo alcuni
insopportabili istanti. Mara era accanto alla catasta di legna
ormai scura, che continuava a bruciare senza fiamma;
aveva un estintore in mano, mentre osservava il fumo che
si sollevava ai suoi piedi in pennacchi più neri della notte.
D'un tratto scese l'oscurità, attraversata da mormorii di agitazione
e paura.
«Acqua» riuscii a dire, schiarendomi la voce e mettendomi
a urlare, mentre Phyllis arrivava con un secchio di acqua
gelida del lago. Immersi il braccio di Ellie nel liquido torbido
fino al gomito, e il suo grido risuonò nelle mie orecchie
come una profondità segreta e dolorosa. Il vapore che
si levava dalla pelle, insieme all'odore di bruciato, zittirono
l'intera compagnia.
«Non portatela in infermeria» disse Julie, rompendo il
silenzio. «Jun, la tua auto. Portatela al Newton-Wellesley».
«La mia macchina è dall'altra parte del campus» disse
Jun a bassa voce. «A più di un chilometro e mezzo da qui».
Julie si voltò e la guardò dritto negli occhi. «Va' a prenderla».
Lei esitò un istante e poi annuì.
«Il lago» dissi ad A. J., che era accanto a me. «Riesci a
camminare?» chiesi a Ellie. Lei mi guardò senza capire, facendomi
tornare a un'altra notte gelida del passato. Rabbrividii.
«Hai freddo» disse, e scoppiò a piangere.
«Hai l'abitudine di salvare la gente» proclamò allegramente
Ruth, mentre tornavamo nel bosco per raggiungere
il lago. Invece di provare orgoglio, mi sentii stranamente
esposta. Ellie, davanti a noi, piangeva, sostenuta da A. J.
che la teneva abbracciata. Di fronte al mio silenzio Ruth mi
diede un buffetto al braccio, facendomi incespicare. «Si riprenderà!»
mi disse.
«Sì» disse sommessamente Phyllis alle mie spalle, circondandomi
la vita in una sorta di abbraccio. Evidentemente,
io non avevo bisogno di essere sorretta come Ellie.
Quando raggiungemmo la sponda del lago, la coperta le
cadde dal braccio. Fortunatamente, in quel punto l'acqua
non era ghiacciata. La facemmo stendere a pancia in sotto,
affinché potesse immergere il braccio ustionato. Aveva gli
occhi aperti, sgranati. Pelle e manica si erano fuse, assumendo
un colore scuro che, grazie al cielo, noi che le stavamo vicine
non eravamo in grado di distinguere chiaramente.
In qualche modo Jun riuscì a raggiungerci percorrendo
una strada secondaria, e al suo arrivo caricammo Ellie
in auto. Julie richiuse la portiera sbattendola. «Perché non
l'infermeria?» chiesi, Julie continuò a darmi le spalle per un
momento, mentre osservava Jun che ripartiva. «Il Newton-
Wellesley ha il pronto soccorso».
«E non è legato in alcun modo al college» aggiunse
Ruth, attirandosi un'occhiataccia da Julie. «I suoi genitori
lo scopriranno comunque» aggiunse, alzando le spalle.
Julie annuì, e mi guardò. Stavo pensando alla pelle bruciata,
alle grinze rosse e nette che arrivavano fino al gomito.
Lei mi stava fissando. «In ospedale riceverà cure migliori» affermò.
Subito dopo ci interrompemmo sentendo delle urla.
Quattro ragazze si erano spogliate e si erano gettate nel
lago; tre stavano già tornando indietro di corsa, mentre la
quarta continuava ad avanzare coraggiosamente con l'acqua
alle ginocchia. «Sono ubriache» disse Julie. «Fatele uscire!»
giunse la voce di Phyllis, che era lì intorno da qualche
parte. «La festa è finita» disse Ruth, il viso un miscuglio di
rammarico e divertimento. «Sei contenta di esserti unita alle
Shakes?» Non risposi, pensando al braccio di Ellie e al
tempo che sarebbe trascorso tra il trauma e le prime cure:
forse non proprio un'ora, ma poco ci mancava. E in quel
momento Ellie ci passò accanto di corsa, nuda.
Jun le era dietro ed entrò in acqua completamente vestita,
mentre Ellie correva e chiamava le altre: «Aspettatemi!»
«È completamente fuori» osservò Julie, mentre Phyllis
ci raggiungeva con passo imperioso. «Ruth?» Quest'ultima
aveva una mite espressione di scusa. «Ho pensato che un altro
goccetto avrebbe alleviato il dolore» protestò. Phyllis e
la rimproverò: «Niente più alcol al rogo». Annuimmo tutte.
«Non alle minorenni, almeno».
Osservammo Jun mentre avvolgeva di nuovo Ellie nella
coperta. Ci strizzò l'occhio quando ci passò accanto. «Nessun
dolore» osservò. Ruth ricambiò l'occhiolino. «Ha avuto
un effetto curativo» spiegò imbarazzata a Phyllis, mentre
quest'ultima la fissava fino a farle abbassare lo sguardo.
«Be', forse possiamo considerarla una sbronza a scopo terapeutico»
disse, per rompere la tensione. «Tu che cosa ne
pensi, dottoressa Feinstein?»
Non mi ero aspettata di essere coinvolta in quel dialogo.
Sentivamo Ellie cantare, mentre Mara e Julie cominciavano
a chiamare le ragazze sobrie per radunare le nostre cose.
A gruppi di due o tre, ritornammo lentamente verso il
campus, stanche e pervase dal tanfo di fumo di legna, alcol
e acqua torbida.
«Che tipo» disse Phyllis, comparsa improvvisamente alle
mie spalle. Mi sorprese il fatto che fosse venuta a cercarmi
di nuovo. Sollevò il mento a indicare Ellie, il cui canto
continuava a riecheggiare nella notte limpida. Forse temeva
che mi fossi spaventata, che avrei fatto la spia, o che
sarei rimasta sconvolta da quanto avevo visto. «Se la posta
in gioco non è abbastanza alta» continuò, «non è disposta
a partecipare. Non preoccuparti nemmeno un minuto per
lei» aggiunse. «Credimi, non potrà mai essere più felice di
quando rasenta l'isteria».
A. J. intonò una versione stonata, ubriaca e umiliante
di America the Beautiful. Qualcun'altra si unì a lei con voce
sensuale, ma non appena ci ritrovammo sui sentieri del
campus l'intero gruppo riprese il controllo, e sole o a coppie
tornammo svelte nelle nostre stanze. Mi chiedo quante
di loro pensassero di potersi ricavare qualche ora di sonno,
in quella notte silenziosa e gelida.
In camera trovai ad aspettarmi un messaggio in segreteria
da parte di Jun, indirizzato all'intera società, per informarci
che Ellie stava bene. E ci fece dire dal paramedico
del pronto soccorso che il poliestere le aveva salvato la vita.
«Esatto» concludeva. «Quell'orrido coso viola le ha salvato
la vita. Che questo ci sia di lezione».
Quella notte, per la prima volta dopo tanto tempo, feci
un sogno. Fu più un ricordo sognato che una scena immaginaria:
vidi mia madre seduta con i piedi ben coperti,
mentre io cercavo di leggerle qualcosa da uno dei suoi libri,
facendola ridere con il mio zelo e la mia pronuncia errata.
L'indomani mattina tirai fuori una fotografia che avevo
rubato a casa, che la ritraeva sotto il sole; rideva, anziché
strizzare gli occhi. Era un'immagine che custodivo con cura,
sia perché era totalmente insolita sia perché era la perfezione
massima che riuscivo a immaginare. La attaccai alla
parete accanto al mio letto.
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CAPITOLO 18.
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Dopo una pausa irrilevante per il Ringraziamento - durante
la quale i miei genitori non fecero che ripetermi quanto
fossero felici di avermi a casa, e io ignorai rispettosamente il
colorito insolitamente pallido e giallastro di mamma - tornai
al campus, terminai gli esami senza impegnarmi troppo
e approfittai della sessione invernale facoltativa per restare
fino all'inizio del semestre primaverile. Il cast per la rappresentazione
di primavera veniva sempre selezionato l'autunno
precedente, così da cominciare a provare non appena
fossimo rientrate per il nuovo semestre. Pertanto, quando
ripresero le lezioni, le prove dell'Amleto erano in pieno
svolgimento. Quelli che seguono sono alcuni degli esercizi
che svolgevamo quando non eravamo sul palco.
1. Combattere: ci esercitavamo una o due volte la settimana, sotto
la supervisione di un maestro di kendo che quel semestre
venne a farci visita tre volte. Ci dissero che il suo salario era
stato prelevato dalle nostre rette annuali, ma era chiaro a tutte
che il college non aveva tanti soldi. Jun era davvero ricca come
aveva lasciato intendere mio padre, ma non era interessata
a farlo sapere in pubblico. Semplicemente, i suoi gesti di generosità
apparivano evidenti attorno a lei. Girava voce che Sensei
Mutsoko fosse un hachi-dan esiliato dal suo paese per aver
commesso un omicidio, ma in realtà non si comportava come
un uomo che abbia smarrito la strada in quel modo.
Sebbene il kendo sia completamente diverso dalla scherma,
secondo Phyllis serviva soltanto a farci entrare in connessione
con l'aggressore violento che era in noi. E con Jun mi
divertivo un mondo; mi tornavano in mente i nostri incontri
di tennis, ma il fatto di fingere di uccidersi rendeva tutto
grandioso. Perché mai avevo cominciato con il tennis, quando
avrei potuto brandire una spada? Phyllis insisteva nel dire
che per i mammiferi il combattimento è importante quanto il
cibo, o l'amore. Sensei Mutsoko voleva che il nostro spirito si
elevasse, che il nostro respiro fluttuasse quando pronunciavamo
le battute, che le parole diventassero il vento che alimenta
l'azione, o qualcosa del genere. A volte l'azione riusciva addirittura
a placare la mia tendenza a registrare ogni momento,
e pertanto il combattimento mi donava una sensazione di
straordinaria fluidità; era un'esperienza spensierata, quasi trascendentale,
che finora avevo provato solo nella corsa. Non
potei fare a meno di chiedermi perché le donne avessero così
poche occasioni di combattere.
2. Camminare come uomini: quando le nostre voci non erano
convincenti, quando i nostri modi non erano abbastanza diretti,
Phyllis ci faceva prendere qualunque cosa potesse essere
arrotolata fino ad assumere le dimensioni di un pene e ce
la faceva infilare nei pantaloni. Durante la rappresentazione,
ci schiacciavamo i seni con delle bende di mussolina. Ce n'erano
rotoli interi nel camerino del seminterrato, e cominciavamo
a usarla due settimane prima di esibirci davanti a un
pubblico. Per legarle sui seni, occorrevano almeno due persone.
C'era un'addetta alla fasciatura, di solito Ruth o Tracy
Leeds, le più forti, e la ragazza che doveva essere fasciata, la
quale doveva reggere l'altra estremità della benda e arrotolar-
visi il più stretta possibile, strato su strato, finché la compagna
non la aiutava ad appuntarsi il tessuto al petto: due spille
sopra, due sotto. A quel punto bisognava camminare per un
po', prima di riuscire a sedersi o a respirare.
Nessuno ricordava a quando risalisse tale tradizione, nemmeno
Calbe, la studentessa del terzo anno che avevo conosciuto
la sera dell'incendio forense, e che aveva fama di essere
la pupilla di Pope sin dal primo anno. Era un membro attivo
della società, ed era anche una sorta di ambasciatrice di
Pope, con il compito di spiegarci le reazioni deluse o soddisfatte
del docente ai nostri compiti. In generale, Pope non era
molto contento delle Shakes.
3. Immaginare Shakespeare: in un momento d'ozio, chiesi a Calbe
di spiegarmi che cosa non piacesse a Pope. Lei si tirò indietro
i capelli con cura, quasi si preparasse a tenere un discorso.
«Il purista, lo studioso è sempre infastidito dall'esecutore»
mi disse. «Ci saranno al massimo cinque studiosi, in questo
paese, più esperti di lui su Shakespeare. È il lavoro della
sua vita. Vorrei chiederti una cosa». Andò ad aprire le porte
che portavano al camerino secondario, uno spazio a sud della
grande stanza al pianoterra con accesso al palcoscenico tramite
una scaletta di ferro. Era un locale lungo e stretto, con
un camino a destra dell'ingresso.
Cable vi si mise davanti e si girò a guardarmi. «Dimmi la
data di nascita e di morte di Shakespeare». Dovetti ammettere
che non le conoscevo. M'indicò il camino. Mi avvicinai, e
lessi le date che vi erano incise. «1564, 1616» disse lei ad alta
voce. «Non puoi biasimarlo, no?»
Non potevo, no. Ma potevo capire il desiderio di abbandonarsi
al piacere amatoriale delle opere, alla scoperta lenta
e imperfetta di ogni capolavoro. Volevo coltivare la mia cotta
per il poeta senza dedicarmi a lui: volevo dare un'occhiata,
assaporare il piacere che derivava dalla sua arte.
Ed ero in buona compagnia. Tante di noi venivano per il
puro gusto delle rappresentazioni, dal momento che eravamo
assai goffe nel giocare con le sue parole. Non c'era da meravigliarsi,
suppongo, se il college non ci degnava di uno sguardo.
Dietro quelle pareti perdevamo ogni raffinatezza: ragazze
che interpretavano uomini in preda ad angoscia, tradimenti
e dubbi, in una forma arcaica della nostra lingua. Probabilmente,
saremmo state tra quante si sarebbero accalcate sotto
il palcoscenico del Globe: troppo rozze per starcene sedute,
troppo innamorate degli attori per ascoltare senza fare commenti.
Phyllis era convinta che lo stesso Shakespeare avrebbe
preferito stare con noi, in platea, poiché gli avremmo offerto
una graditissima tregua dallo scrutinio di chi sedeva più in alto.
Sapeva anche perché i nostri inviti alla rettrice e alla preside
di Wellesley non venivano mai accolti. «Gertrude non potrebbe
mai accettare Yorick, tesoro» mi disse una volta. «Può
conoscerlo, certo, ma non accettarlo. Yorick è il buffone, e
anche un padre surrogato. È il primo a mostrare ad Amleto
i difetti della linea patriarcale. Gertrude non l'avrebbe mai guardato negli occhi».
4. Vestirsi da uomini: per capire l'insistenza sui punti 2 e 4, dovete
rendervi conto di quanti ruoli Shakespeare abbia scritto
per uomini. Gli uomini sono più bravi a farsi passare per
donne: devono sostanzialmente ammorbidire il proprio corpo,
cosa che fanno con piacere. Le donne, d'altro canto, devono
comprimersi e stare ben diritte, per sembrare più alte. E
persino le più coraggiose di noi non amano mostrarsi in pubblico
completamente piatte, ostentando un'audacia che non
possiedono. Mettersi in costume di scena era una sfida, nonostante
i ricchi vestiti che ci erano stati donati, chiusi in un
armadio ammuffito sul retro del seminterrato. Quando qualcuna
si mostrava eccessivamente impassibile, tuttavia, arrivava
Phyllis a correggerci.
«Oh, tesoro» mi disse una volta. «Gli uomini sono romantici.
Pensa allo stesso William. Drammi, drammi, drammi,
vita o morte, agire o morire. Sono molto più romantici di noi
ragazze».
Stavamo sistemando gli ultimi fioretti, aggiustandoli per la
rappresentazione. Una volta tanto, Phyllis era costretta a stare
immobile, per tenere in posizione l'elsa che aveva appena incollato
alla lama, in attesa che la colla facesse presa. «Pensa al
corpo di una donna» continuò. «È così evoluto. Efficiente ed
esile. Gli uomini, chiaramente, rappresentano il modello inferiore.
Saranno anche più forti, ma affrontano la vita ignorando
le proprie debolezze. Eppure percepiscono il rifiuto; in
fondo al cuore sanno di possedere quei difetti, e di non poterci
fare nulla. Detesto quando le ragazze interpretano personaggi
maschili facendoli passare per stoici. Quasi volessero dimostrare
quanto possono essere dure. Un uomo sa che la sua
amata mamma potrebbe schiacciarlo con uno scatto del polso.
E la cosa lo terrorizza, lo fa infuriare più che mai e lo costringe
a mostrare i muscoli. Oh, Dio, mi basta parlarne per sentirmi
tutta accaldata». Risi, ma lei si limitò a scuotere la testa.
5. Gestire l'ira di Phyllis: non aveva pazienza con le attrici che
dimenticano le battute, che non afferrano i suggerimenti, che
non si impegnano, che non hanno talento, che sono timide o
esagerate, che arrivano in ritardo alle prove.
Mi aveva presa subito in simpatia, quando si era resa conto
che potevo essere una fantastica suggeritrice, e io avevo
vissuto con gioia l'esperienza rivelatrice di poter usare la mia
memoria come un gioco. Di tanto in tanto sbagliavo qualche
parola e, quando accadeva, Ruth gridava di gioia. Phyllis la
fermava subito. Non aveva pazienza neanche per le canzonature.
Spesso venivamo rimproverate e invitate a ricomporci.
«Vi rendete conto di quello che avete?» ci urlava. «Sapete
che cosa significa avere un linguaggio simile nelle vostre
bocche? E molte di voi non devono nemmeno interpretare
delle stupide donne». Tentava, senza successo, di trattenersi.
«Chiedo scusa ad A. J.» che era Gertrude, «e a Tharine» che
era Ophelia. «Ma, Gesù... Tu sei Amleto, Jun. Il cazzutissimo
Amleto! Voglio sentire ogni singola parola dall'ultima fila, nel
tuo splendido accento di Wycombe Abbey. Avanti. Tu, più di
tutte, dovresti sapere che cosa significa onorare il padre. Amleto
sa che vuole uccidere Claudio. Che vuole essere nel giusto.
Quel dramma è una sua creazione, la sua unica possibilità di
giocare con la sua preda. Sarebbe troppo chiederti di avere l'aria
di chi vuole rivendicare qualcosa? Un po' di presenza, Cristo
santo! Cazzo!» concluse, prima di precipitarsi fuori.
6. Morire: una bella sfida per le nuove arrivate, o per le meno
atletiche. Il problema di morire è che l'attrice deve cadere a
terra in modo convincente. In altre parole, deve cadere intenzionalmente,
rinunciando a controllare la caduta quanto basta
per ottenere l'effetto desiderato. Le migliori erano quelle
che riuscivano a lasciarsi andare e ad atterrare morbidamente.
Jun aveva difficoltà a pronunciare una battuta in particolare:
«Io muoio, Orazio», per poi morire.
«È ridicolo, Phyl» obiettò. «Chi diavolo dice: “Muoio”
quando sta per morire? È scritto male».
Phyllis la fulminò con un'occhiata. «Vorresti riscrivere tu la scena?»
«No, ma potremmo eliminare la battuta».
Quando Phyllis si arrabbiava, le venivano subito le orecchie
rosse. «Io non taglio un bel niente, Jun Oko, sacrilego e inespressivo aborto di Amleto».
«Non so perché dobbiamo dire a parole quello che è già ovvio» obiettò lei.
«Si chiama poesia, deficiente».
«La chiave» urlò Ruth dalla sua sedia di assistente, dall'altra
parte della stanza «è concentrarti sulla parte di battuta relativa
a Orazio. Ciò che conta è la persona a cui Amleto si rivolge,
quando muore. Chiama il suo amico».
«Solo perché tutti gli altri stronzi sono morti» brontolò Jun.
«Non credo che voi giapponesi siate in grado di interpretare
Shakespeare secondo gli standard occidentali» dichiarò
alla fine Phyllis.
Jun le lanciò un'occhiataccia. «Intendi dire che siamo privi
di immaginazione e pretenziosi?»
«Phyl» fece Tiney, che aveva osservato la scena in silenzio
fino a quel momento, «adesso basta».
«Adesso sei furiosa al punto giusto» disse Phyllis a Jun.
«Uccidi Naomi». E si sedette.
Mi era stato detto che una brutta prova generale annuncia
sempre una prima grandiosa. Il seminterrato della casa consisteva
in un ampio camerino comune e in una stanza sul
retro che non era mai stata completata, ingombra di costumi
e attrezzature di scena. Le pareti erano ricoperte di fotografie
e programmi delle rappresentazioni precedenti, e l'odore
di sudore si mescolava a quello della caldaia, a quello
ammuffito del cerone raggrumato, e a quello dolciastro del
sangue finto. Al seminterrato si accedeva da un ingresso anteriore
e uno sul retro, entrambi dotati di una stretta scala
che scendeva. Era caldo e ben illuminato, e tra una scena e
l'altra attendevamo quasi tutte là sotto.
Ellie stava piangendo in un angolo, la camicia trasparente
già slacciata sulla schiena. Era in preda a un crollo nervoso.
Ci sforzammo tutte di non guardarla, anche se io non
potei fare a meno di chiedermi come riuscisse a indossare
un tessuto tanto leggero. Quando la manica si alzava, metteva
in bella mostra le cicatrici sul braccio, costringendomi
a distogliere lo sguardo. Jun si sedette accanto a me, in
fondo alle scale.
Tiney stava scendendo proprio in quel momento, e anziché
aggirarci si accomodò sul gradino appena sopra. Sapevo
di non piacerle, e che era lì per stare vicino a Jun. Fingeva
sempre di essere una sua amica intima, cosa che metteva a
disagio entrambe. Si chinò tra di noi con un sorriso affettato.
Sollevò il mento in direzione di Ellie, mentre si rivolgeva
a Jun: «Frigna di nuovo, eh?» Jun non le rispose, ma Tiney
annuì come se l'avesse fatto. «Adesso le passa. Probabilmente
è andata a letto con la compagna di stanza di Lulu. Ho
sentito che l'ha presa male». Non sapevo nulla di Lulu o della
sua compagna di stanza. «“Non c'è furia all'inferno pari a
quella di una donna rifiutata”. Lo sa bene il nostro William».
Studiai la sua espressione, e il modo in cui non tentò
nemmeno di nascondere la crudeltà delle sue parole. L'avevo
creduta più sicura di quanto non fosse in realtà. Certo,
Wellesley non era nota per le sue timide violette, ma c'erano
alcune persone che spiccavano in modo particolare:
quelle molto ricche, quelle con le conoscenze giuste, che
sembravano vivere solo della propria eleganza e della propria
bellezza, e quelle insolitamente brillanti. Tiney rientrava
nell'ultimo gruppo. Aveva vinto una rara borsa di studio,
ed era stata l'unica matricola a essere invitata a unirsi al programma
White House Internship. Al secondo anno era diventata
assistente di Roger F. Chang, che i media affamati
di soprannomi definivano «il più influente economista dei
nostri tempi». Anche Jun intendeva laurearsi in economia,
e poteva vantare allori simili, anche se adesso so che il suo
scopo principale era tornare dal padre e dai suoi affari, senza
mirare a pubblici riconoscimenti. La loro amicizia non
fu mai facile. Anche con le persone che stimava di più, Tiney
era fredda e irriverente, e cercava di far passare per affetto
la sua arguzia. A volte il suo pallore la faceva sembrare
una creatura ultraterrena dall'aspetto e dalla mente eterei.
Era una delle persone più chiare di pelle che avessi mai
conosciuto, i capelli quasi invisibili, gli occhi quasi incolori,
al punto che erano difficili da seguire anche quando ti stava
fissando. In altre occasioni si mostrava spinosa e presuntuosa,
tanto insicura quanto di successo, e si attaccava alla
persona che in quel momento riteneva più influente con la
tenacia e la lealtà di un soldato ferito.
«William non ha mai detto quella frase» le fece notare
A. J. disinvolta, mentre ci passava davanti per andare al tavolo
del trucco, cercando di tenere una corona sulla testa
e di fissarla senza fermarsi. Phyllis aveva chiesto di rivedere
alcune scene a parer suo terribilmente lente. «Non il nostro,
almeno. Sono parole di William Congreve, quello schizzato
che visse, quando?, un centinaio di anni dopo Shakespeare?
Non era un pervertito, Calbe?»
«No che non lo era» ribatte Tiney, guardando di nuovo
Jun.
«Congreve. Ne sono sicura. Non è il William che intendevi
tu, tesoro. Fu Congreve a fare quell'affermazione sulle
donne rifiutate... Giusto, Calbe?» Calbe stava mettendo un
nuovo strato di colla a una barbetta finta, e arricciò il naso
per l'odore. «Congreve» disse. «1697». Mi guardò attraverso
lo specchio facendo roteare gli occhi. Fra le cinquantatré
adepte della Shakespeare Society, aveva già scelto me come
discepola di Pope. Io le avevo risposto di no, ma non voleva
lasciarsi sfuggire l'opportunità di usarmi come reliquario
umano di dati shakespeariani. Non avrebbe mai funzionato;
non m'interessava usare la mia memoria per scopi archivistici,
ma lei insisteva, sapendo che la sua richiesta mi
lusingava.
«So benissimo di che William si trattava» disse Tiney,
sprezzante. Quella sera era addirittura più intollerante del
solito. Per la prima volta si voltò e mi guardò con un altro
sorriso affettato, quasi mi sfidasse a contraddirla. «Lo sanno
tutti chi l'ha detto».
«Tiney...» fece Ruth, che interpretava Guildenstern e si
stava sistemando le sopracciglia davanti allo specchio. «Dovresti
fare una delle tre streghe di Macbeth, se dovesse essere
la nostra prossima rappresentazione. Sembri una fatina,
e nessuno si aspetterebbe che una personcina tanto delicata
possa trasformarsi in un'ottima strega».
«Sarei una strega perfetta, è vero» disse lei, mentre il suo
ghigno lasciava il posto a un sorriso lascivo. «Ma voglio la
parte di Macduff. Un personaggio più nobile. O magari potremmo
scegliere Re Lear, così potrei interpretare Regan,
con quella scena dell'occhio cavato». Si alzò e andò da A. J.,
sollevandole i capelli folti e scuri all'altezza del collo. «Devi
prima raccoglierli, se vuoi che la corona sia più stabile».
Phyllis ci passò davanti, esaminandoci una per una.
«Dio, come maschio sei fichissima» mi disse. «Sei addirittura
più sexy del mio attuale fidanzato, che non è niente male.
Uau. Ho sempre pensato che Laerte fosse supereccitante».
Guardò il mio mento contrariata. «Ma la barba sembra
un ciuffo di peli pubici. M'infastidisce, toglila subito». Mi
passò l'alcol per rimuovere la colla, mentre mi chinavo verso
lo specchio. «Jun, tu sei perfetta. Cazzo, non so chi sia
più fico, se Laerte o Amleto. Il pubblico si scalderà parecchio
quando vi ucciderete, ragazze».
«È meglio Jun, decisamente» affermò Tiney con un sorriso,
mentre intercettava l'alcol e prendeva il cotone. Si sedette
accanto a me, strofinandomi il mento e descrivendo
insistentemente dei piccoli cerchi. Quelle attenzioni mi fecero
sentire come una bambina piccola, che deve affidarsi
all'aiuto di qualcuno quando le viene chiesto di fare qualcosa
che va chiaramente al di là delle sue capacità.
«Jun è sempre la più sexy» affermò A. J., studiandola.
«Per te lo sono tutte le ragazze» le fece notare Phyllis.
«Alcune lo sono più di altre. Sto solo aspettando che
esca allo scoperto, per potermi mettere in fila» disse A. J.
con un sorriso.
Io e Tiney lanciammo una rapida occhiata a Jun nello
specchio, ma il suo volto rimase impassibile.
«Ha un fidanzato, idiota» osservò Tiney. «Si chiama
George, non è vero, Jun?» Quest'ultima la guardò, posò la
spazzola e finse di lisciarsi la gonna mentre attraversava la
stanza. «È in Giappone» continuò Tiney. «E comunque dovresti
pensare agli affari tuoi, Anusheh».
A. J. si lasciò andare a una risatina, e studiò di nuovo il
suo riflesso, tirando delicatamente gli spilli sotto la corona
per evitare che la pungessero.
Jun tornò alle scale e salì al pianoterra.
«Cristo, Ellie» esclamò Phyllis, che nel frattempo era
giunta in fondo alla fila, «devi farti fasciare di nuovo. Sei
ingrassata? Ruth, vieni a darmi una mano». Ellie si sollevò
la camicia, Ruth afferrò un'estremità della mussolina e si diresse
verso il fondo del locale, mentre Ellie girava lentamente
su sé stessa, come una bambola infilzata su uno spiedo con
il viso rigato dalle lacrime.
Phyllis e Ruth tornarono al palcoscenico, e sulla stanza
scese il silenzio finché quest'ultima non arrivò di corsa per
chiedere a Tiney di aiutarla a trovare l'abito nero di Ofelia.
Terminata la prova, giunse il fotografo, un giovane dall'aria
affettata e compiaciuta laureatosi al MIT. Avevamo mezz'ora
per farci scattare tutte le foto richieste da Phyllis, per il
bene dei posteri e per appagare la nostra vanità. Tiney non
si mosse nemmeno quando io e Ruth ci tuffammo in un
mucchio di detriti (parrucche, maschere rotte, colla, fasce
rotte). Per la prima volta mi chiesi quanto potesse essere
fredda, e smisi di cercare assieme a Ruth quel tanto che bastava
per cogliere un'immagine del suo viso: calmo, imperturbabile,
determinato. Il flash continuava a scattare, sottolineando
l'impazienza di Phyllis. Jun apparve in cima alle
scale qualche minuto dopo, coperta di sangue. Tiney corse
da lei con un asciugamano. Jun lo prese senza guardarla
e per un attimo mi ricordò il modo in cui sua madre aveva
obbedito al marito, seguendolo come un docile cagnolino.
Avevo detto ai miei genitori dell'Amleto, ma mi ci volle
un po' per chiamarli di nuovo allo scopo di invitarli a una
delle rappresentazioni. Non ero riuscita a lenire le preoccupazioni
di mio padre riguardo al tempo che avrei dovuto
dedicare a un'attività non medica, cui aveva accennato
quasi fosse una battuta, e così avevo evitato l'argomento
durante le poche conversazioni che avevamo fatto da allora.
Le telefonate in settimana erano diventate sempre più
rade a causa delle prove e delle cene informali che alcune di
noi organizzavano dopo i ripassi dell'ultimo atto. Durante
le ultime settimane di prove, spesso non rientrai in camera
prima dell'alba.
Non so perché mi venne in mente di chiedere di mia
madre, quando alla fine trovai il coraggio di invitarli. Probabilmente
la mia eccitazione era cresciuta in un entusiasmo
che pensai potesse essere contagioso, e che mi suggerì
possibilità altrimenti impensabili: avrei potuto persuadere
mamma a essere più ottimista; l'ottimismo poteva essere
somministrato come una medicina. Giocherellai con il
bracciale che avevo al polso, che avevo ricominciato a portare,
ispirata dalle ragazze più ingioiellate della società, anche
se amavo l'intimità nascosta di quell'incisione sulla mia
pelle. Non sono certa di aver mai creduto che Dio sia più
vicino a chi ha il cuore spezzato, ma la bellezza di quel versetto
e il modo in cui era connesso a mia madre mi aiutavano
a fingere di conoscerla meglio di quanto non la conoscessi
in realtà. Mentre ascoltavo le scuse di mio padre, che
mi spiegava perché lei non poteva rispondere al telefono,
mi rassicurai dicendo che c'era ancora la speranza che venisse
allo spettacolo. Stavo sfogliando le pagine di una relazione
incompleta che dovevo consegnare al docente di laboratorio,
e mi ripetei che la maggior parte degli organismi
biologici sono attirati dalla gioia, più che dai compiti ingrati,
ma mi parve un ragionamento vuoto.
D'un tratto mi resi conto che papà taceva ormai da alcuni
secondi, all'altro capo del filo. Sentii che si stava dando
da fare con qualcosa - con i piatti, mi disse - e in quel
momento capii.
Forse l'avevo intuito già prima; forse la consapevolezza
si era insinuata dentro di me come un disagio da cui avevo
tentato in ogni modo di distrarmi. Forse già lo sapevo
per via degli ultimi anni che avevo trascorso a casa, quando
lei era diventata ancora più introversa, e il suo corpo sempre
più silenzioso aveva annunciato un deterioramento più
permanente. Forse già sentivo che alcune malattie non rispondono
alle cure convenzionali della medicina moderna,
o che la natura del malato conta quanto la prognosi.
«Potrebbe non essere maligno, ketzi». Papà stava ancora
parlando, nel tentativo di tranquillizzarmi.
Era in una zona favorevole del cervello, mi disse. Dietro
l'orecchio sinistro. Era la candidata ideale per un intervento
chirurgico, ma aveva perso in parte l'udito, e il suo equilibrio
era irrimediabilmente compromesso. Sarebbe stata
operata di lì a qualche settimana.
«Torno a casa» gli dissi. Sarei tornata quella sera stessa.
«No». Me lo impedì, e non perché fosse preoccupato per
me. «Sai com'è fatta tua madre, Naomi». Si schiarì la voce.
Lo sentii giocherellare con il filo del telefono. Lo faceva
sempre, il filo del telefono di casa era un groviglio unico,
ma peggio stava e più avvicinava la mano alla bocca. «Ha bisogno
della sua privacy. Per questo ho aspettato a dirtelo».
«Da quanto tempo lo sai?»
«Da non più di una settimana» mi assicurò, ma il tentativo
frettoloso di calmarmi mi fece venire qualche dubbio.
«Lasciala in pace. Ti chiamerà fra qualche giorno, così
potrai parlarne con lei». Stava cercando di mettere fine alla
telefonata.
Anche se non avessi avuto il sospetto che in quel momento
gli si fosse rotta la voce, avrei comunque riattaccato.
E dopo me lo immaginai con le sole calze ai piedi, il filo ancora in mano, gli occhi fissi su qualcos'altro.
Chiusi il testo a cui dovevo fare riferimento per la mia
relazione, Biologia molecolare della cellula. Avevo soltanto
memorizzato le parole, senza comprenderle veramente. Mi
ero resa conto che quel sistema era più che sufficiente per
superare la maggior parte degli esami, e mi era servito per
renderli più interessanti: comprendere era un gioco da fare
all'ultimo minuto.
Mi alzai, andai al guardaroba, presi il giaccone, me lo infilai
e uscii dalla porta. Percorsi il corridoio e passai davanti
alla ragazza dietro il banco della reception, che mi lanciò
uno sguardo annoiato prima di tornare alle sue letture. Era
insolitamente caldo, anche per la fine di marzo, ma il sole
stava tramontando. Uscii, percorsi il vialetto e imboccai la
strada. Prima di pensare a una meta, mi ritrovai al dormitorio
Freeman. Superai l'addetta alla campanella, che stava
chiacchierando in portineria, e raggiunsi la stanza di Jun in
fondo al corridoio. Mi bastò bussare una sola volta.
«Tu hai una macchina».
Mi guardò senza capire.
«Ti prego» le dissi, cercando di controllare la mia voce,
«puoi prestarmela?»
Non ebbe la minima esitazione, sparì solo un momento
per andare a prendere le chiavi dalla tasca dei pantaloni.
«Che cos'è successo?» mi chiese in tono quieto. Io scossi
la testa. Mi disse dove avrei trovato l'auto. «Vuoi che venga
con te?» Di nuovo scossi la testa. «D'accordo. Ci vediamo
più tardi». Annuii. Trovai l'auto nel parcheggio delle
studentesse, a un chilometro e mezzo dal suo dormitorio.
Mi ci volle un minuto per scaldare il motore. Dopo un altro
minuto stavo percorrendo Campus Road. Pochi secondi
e varcai il cancello, per poi lasciare la città e imboccare
finalmente l'autostrada.
Il prato davanti a casa era sempre rimasto uguale da
quando ero bambina, ma le finiture in legno della casa erano
state ridipinte dopo che ero tornata in occasione del
Ringraziamento. Il risultato era gradevole. Il sanguinello
era in fiore, gli aceri cominciavano a rivestirsi di nuovo.
C'era una luce al secondo piano, qualche altra al primo.
Parcheggiai dal lato opposto della strada e spensi i fari.
Rimasi lì a osservare la casa al buio, cercando di vederli attraverso
le finestre. Scesi dall'auto. La strada era completamente
silenziosa. Ero sul marciapiede, a una decina di metri
dalla porta d'ingresso, e vidi mamma che leggeva in soggiorno.
Si era messa gli occhiali. Non riuscii a vedere papà.
Poi sentii qualcosa muoversi alla mia destra; un cane che
mi aveva vista e adesso stava trotterellando verso casa. In
quel momento papà entrò nel soggiorno. Si dissero qualcosa;
poi papà uscì e una dopo l'altra spense tutte le luci delle
altre stanze. Diedi un'occhiata all'orologio. Le ventuno erano
passate da pochi minuti.
Lo persi per un attimo, e poi vidi aprirsi la porta. Aveva
un sacco dell'immondizia nella mano destra, mentre
con l'altra richiuse il battente. Svelta, mi rannicchiai dietro
un cespuglio. Ebbe un sussulto e guardò verso il punto
in cui ero stata fino a poco prima. Sentii la voce di mia
madre che lo chiamava. Mi alzai, ma lui non si mosse. Le
luci della veranda erano accese e forse lo stavano abbagliando.
Avevo appena imparato che un attore deve recitare
sotto i riflettori, e fidarsi del fatto che al di là di quelle
luci c'è un pubblico. Rimasi immobile, lo sguardo fisso
su di lui. Nemmeno lui si mosse. Alla fine posò il sacco
a destra della porta, anziché metterlo nel bidone che
tenevamo in garage, per poi trascinarlo fino al marciapiede.
Si era spaventato per quello che aveva sentito? Si voltò
e chiuse la porta.
Tornò da mia madre, che stava ancora leggendo, la prese
per un braccio e la aiutò ad alzarsi. Mi vennero gli occhi lucidi
e infilai le mani strette a pugno nelle tasche del giaccone,
come se servisse a fermare le lacrime. Inutile, cominciarono
solo a scendere più velocemente. La luce del soggiorno
si spense, e pochi minuti dopo si accese quella della camera
al piano di sopra. Era come assistere a una rappresentazione
non destinata a un pubblico. Tornai in macchina,
e poi scesi di nuovo. Senza fare rumore, andai alla veranda,
presi la spazzatura e la gettai nel bidone in garage, che poi
trascinai sul marciapiede. Risalii in macchina e rimasi lì, fino
ad addormentarmi.
Mi svegliò il camion della raccolta dei rifiuti prima
dell'alba. Ero disorientata; scesi dall'auto per allungare i
muscoli, e fui sopraffatta da una piacevole sensazione suscitata
dal cielo ancora chiaro e dalla vista del mio tranquillo
quartiere. Cauta, mi portai su un lato della casa, e raggiunsi
il cortile sul retro. Ma non me la sentii di entrare nemmeno
dall'ingresso posteriore. Non trovai il coraggio di bussare.
Da quando i miei genitori si erano creati tutta quella privacy?
Avevano sempre avuto il potere di unirsi e di tagliarmi
fuori senza dirmi una parola? La barriera che circondava la
casa era opera loro, ed era tangibile quasi fosse stata costruita
con materiali concreti. Rimasi dov'ero, le lacrime che minacciavano
di sgorgare di nuovo. E poi mi voltai a osservare
quel cortile che era stato mio, e quello che era stato di Teddy,
e l'ampia distesa che li aveva uniti.
Ero sempre stata convinta che gli Stein, gli attuali inquilini
dell'abitazione al 54 di Coolidge Street, avessero cancellato
ogni traccia del mio amico, ma non avevo pensato a
quello che io e lui avevamo fatto insieme, nel mio giardino,
che forse era ancora al suo posto. Ebbi un tuffo al cuore...
Stavo per tradire il nostro patto. Avevamo trovato quel nascondiglio
nell'angolo destro del prato, che fortunatamente
era ancora vuoto. La scarsa passione di papà per il giardinaggio
non era arrivata sin lì. Un attimo dopo stavo già scavando
nella terra, frenetica, come se i raggi del sole potessero
smascherarmi mentre commettevo un crimine.
Era ancora lì. La cassetta di cedro con gli oggetti che
vi avevamo nascosto. Tirai fuori prima quelli che avevamo
aggiunto in occasione del dodicesimo compleanno di Teddy:
sei dei nostri dentini da latte in un sacchettino di plastica.
«Così potranno fare un confronto, nel caso avessimo
un incidente» aveva detto lui. E poi una mappa disegnata
a mano del nostro quartiere, che mi strappò una risata;
una fotografia di noi due in costume da bagno; una vecchia
sciarpa di mia madre; una ciocca di capelli che avevamo
preso dal cassettone di sua madre. «Di chi erano?»
gli avevo chiesto sottovoce. «Non ne ho idea» mi aveva risposto
con la stessa solennità. Quando ebbi dispiegato la
mappa, un uccellino giallo disegnato a mano fluttuò fino
a toccare terra.
Lo raccolsi e me lo misi su un palmo. Era così trasparente
che riuscivo a vedere la pelle della mia mano. Lo posai lì
accanto, mentre cercavo le carte di Rosemary. Prima guardai
le fotografie di Amelia Earhart e della signora Kennedy
da giovane, e poi rilessi la lettera:
Mamma dice che per te sono un conforto. E che mi vuoi con
te, sempre. Ebbene, papà, mi sento onorata perché hai voluto
che fossi io a restare qui. E gli altri immagino siano furiosi.
Dopo la lobotomia, che chiaramente non era riuscita ad
aiutare sua figlia, Rose disse che aveva abbandonato il pianoforte.
Suonava ancora, ma solo per Rosemary, e solo
quando erano sole. Forse, a quel punto avevano raggiunto
una precaria intimità, nonostante faticassero a capirsi. Mi
domando se mia madre mi avrebbe concesso una simile intimità,
se fosse stata altrettanto imperfetta.
Rimisi ogni cosa sottoterra, a parte le carte di Rosemary,
il referto medico della madre di Teddy, la sciarpa e l'uccellino
di carta. Forse ne avrei avuto bisogno durante un lungo
inverno; o per un futuro più lontano. Erano cose che volevo
avere accanto a me.
Quando me ne andai, passai davanti all'83 di Beals
Street. Non volevo rivedere mai più quella casa; le immagini
del collasso di papà erano ancora troppo vivide, insopportabili.
Con mia grande sorpresa, notai che non era cambiata
affatto. Persino una dimora trasformata in museo doveva
risentire del passare degli anni, almeno così pensavo.
Ma non quella. Parcheggiai l'auto e scesi, fermandomi sul
marciapiede di fronte. La bandiera ondeggiava mossa dal
vento, ma non c'erano altri segni di vita. Pensai alla voce
registrata di Rose nella sala del piano. La vita era tanto più
semplice, allora. Non era la prima volta che mettevo in dubbio
le sue parole.
Tornata a Wellesley, lasciai l'auto nel parcheggio e attraversai
il campus fino al dormitorio Freeman. Infilai le chiavi
sotto la porta di Jun, prima di tornare nella mia stanza
cercando di non svegliare Amy. Avrei chiamato mamma.
L'avrei costretta a parlare con me. Senza fare rumore, riposi
in un cassetto il disegno di Teddy, la sciarpa di mamma,
il referto medico e la collezione di Rosemary. Qualcosa mi
spinse a nasconderli di nuovo: forse temevo che, dopo essere
rimasti sottoterra tutti quegli anni, si sarebbero sbriciolati
se esposti alla luce.
«Dove diavolo sei stata?» Amy si era rizzata a sedere.
«Fuori» le risposi, chiudendo decisa il cassetto. Poi andai
al guardaroba e appesi la giacca con cura, la schiena e le
spalle doloranti dopo la nottata trascorsa in auto.
Lei gettò via le coperte, andò alla porta e accese la luce.
Viso e pigiama - un pigiama vecchio che aveva fatto i
pelucchi - erano rosa e gonfi. «Ho quasi chiamato la polizia.
Non puoi lasciarmi un biglietto?» Mi tolsi le scarpe e le
calze. Mi sarei fatta una doccia, e finalmente mi sarei sentita
pulita.
«Ero fuori, Amy. Mi dispiace se ti sei preoccupata» aggiunsi
doverosamente.
Lei sbuffò indignata, e per un attimo rimase senza parole.
«Che cosa diavolo ti sta succedendo? Hai saltato la prova,
sei sparita per una notte intera, non ti ho mai vista studiare
e sei decisamente troppo magra. Devo intervenire?»
Mi sembrò più piccola rispetto al primo anno; il viso, se
non altro. «Smettila di fissarmi. Ti fai di qualcosa?»
Sorrisi.
«Hai pianto».
«Ho soltanto bisogno di una doccia».
«Credevo fossimo amiche. Credevo davvero fossimo
buone amiche». A un'altra si sarebbe rotta la voce, ma Amy
si limitò a sporgere il viso in avanti, i capelli ritti in testa e
aggrovigliati. Una criniera curiosamente leonina per il suo
viso scialbo.
«Mi dispiace, Amy». Mi detestai per il modo in cui la
stavo evitando, ma ero troppo stanca per farmene realmente
un cruccio. «Ho bisogno di una doccia». Già m'immaginavo
sotto il getto, l'acqua calda che mi scorreva lungo
la schiena.
Ma lei non intendeva mollare. «Credo che l'anno prossimo
dovrai trovarti un'altra compagna di stanza».
«D'accordo» dissi, mentre aprivo la porta.
«Sai, se la tua media si abbasserà troppo, ti sbatteranno
fuori». Chiusi un po' la porta. I miei voti stavano peggiorando.
Avevo terminato frettolosamente più di una relazione
per il corso di laboratorio, dopo una prova finita tardi
e uno spuntino all'Hoop, quando non ero stata l'unica ad
arrivare tardi per l'orario di mensa. Diverse volte, a lezione,
mi ero addormentata. Ero riuscita a mantenermi a galla,
ma non ero più concentrata esclusivamente sugli studi.
Al tempo stesso, di recente mi ero ritrovata a respirare profondamente,
mentre attraversavo il campus, e la sensazione
dell'aria nei polmoni era stata una novità. Mi aveva fatto
tornare la voglia di correre e, quando l'avevo fatto, mi
ero resa conto che i versi di Shakespeare si adattavano al ritmo
del mio corpo più delle teorie di biologia molecolare.
«Certo» continuò Amy, che parlava con se stessa più che
con me, «hai una cazzo di memoria fotografica. I tuoi voti
non arriveranno mai a precipitare. Riuscirai sempre a cavartela.
Dio, che spreco». Furiosa, tornò al suo letto e si gettò
addosso le coperte. Pensai che avesse finito, ma notai il suo
sguardo torvo. «Sai come andrà a finire? Niente internato,
niente esperienze lavorative recenti; solo le Shakes, nient'altro.
Non hai nemmeno provato a entrare nella squadra di
tennis. La facoltà di medicina è appena dietro l'angolo. Ma
non ti prenderà nessuno, Naomi, se continui così».
Avevo ancora la mano sul pomello, la stavo ascoltando.
«Sai, in realtà non esiste la memoria fotografica. Credo sia
solo un'idea. La mente non può operare come una macchina
fotografica. Ha necessariamente dei difetti. Devo averlo letto da qualche parte». Sorrisi, sperando che lo facesse
anche lei. Davanti alla sua espressione seria, aprii la porta
e uscii.
Amy balzò di nuovo giù dal letto, quando me ne andai,
e alzò la voce così che arrivasse fino al corridoio. «Sei un disastro,
Naomi, e stai solo sprecando il tuo tempo qui». Si
trattenne un momento, sorpresa quanto me dal volume e
dall'acredine delle sue parole. «Non riesco a credere che tu
sia venuta a Wellesley solo per sprecare il tuo tempo». Scosse
la testa, furibonda. Pensai che avrebbe pestato i piedi,
come una bambina arrabbiata. «Hai la possibilità di avere
un'istruzione prestigiosa, e guarda come ne stai approfittando!»
Mi puntò contro il dito, quasi fossi io stessa la prova
di qualcosa. «Hai idea di quello che ti stai lasciando sfuggire?
È davvero questo che vuoi?» Alzò la voce nel pronunciare
quelle ultime parole, che suonarono come un nitrito
acuto e stridulo.
Acqua calda. Volevo sentirmi addosso l'acqua calda.
Chiusi la porta. Rimasi sotto il getto per una ventina di minuti,
dandole tutto il tempo di vestirsi e uscire. Poi appoggiai
la fronte alla parete della doccia, finché non fui abbastanza
stanca da andare a dormire.
...
.
...
CAPITOLO 19.
...
.
...
Quando mi svegliai, trovai un messaggio in segreteria. Jun.
Mi aveva cercata, voleva sapere se mi andava di parlare con
lei, di qualunque cosa. Lo cancellai. Poi il telefono squillò,
ma solo due volte. Presi il ricevitore e composi il numero
di casa. Erano appena passate le quattro del pomeriggio, e
non mi rispose nessuno.
Di lì a due giorni ci sarebbe stata la prima. Mi aspettavano
in sede per una riunione, alle sei. Arrivai un'ora prima,
e mi fermai al telefono nell'ingresso per controllare la
segreteria e per riprovare a chiamare i miei genitori. Ancora
nessuna risposta. Buttai giù il ricevitore con forza e andai
in cucina. Ruth e A. J. erano ai fornelli.
«Vuoi fare lo spettro, stasera?» mi chiese quest'ultima,
quando mi vide entrare. Ruth si voltò. Scossi la testa. «Stai
male, tesoro?» Le attenzioni di A. J. mi fecero venire le lacrime
agli occhi. Non potevo azzardarmi a parlare.
«Sta bene» disse Ruth. «Assaggia questo, sto insegnando
ad A. J. a preparare le samosa». Abbassai gli occhi su quegli
involtini, e ne presi un morso. Era pastoso e speziato, quasi
impossibile da mandare giù. Bevvi un sorso d'acqua e soffocai,
neanche avessi dimenticato come si mangia.
La porta d'ingresso sbatté. La casa si stava riempiendo.
Due o tre ragazze erano impegnate in una discussione. Ellie
insisteva nel dire che aveva saputo che dopo Amleto avremmo
messo in scena Macbeth. Sentii una mano sulla spalla.
Era Phyllis. «A. J. dice che stai male». Feci cenno di no
con la testa. «Sta bene» ripeté Ruth, mentre girava le samosa.
Ma Phyllis non le credette, e le perforò la schiena con
un'occhiataccia. «Ti senti bene?» mi chiese. Annuii. «Allora
va' a vestirti. Voglio rivedere la scena dopo la morte di Ofelia
ancora una volta, prima della prova». Mi alzai, ma subito
mi girò la testa. Quanto avevo dormito? Nemmeno vidi
arrivare Jun, che mi mise una mano sul braccio. Quasi
ci avesse sentite, Phyllis si girò di scatto. «Sta male o no?»
«No» rispose Jun, e Phyllis si voltò, accigliata. Jun mi
portò fuori dalla stanza e poi lungo il corridoio, lasciandomi
andare solo quando arrivammo davanti alla porta del seminterrato.
Entrarono altre ragazze. Aprii e scesi al piano di
sotto, dove mi lasciai cadere pesantemente sulla prima sedia
che trovai. Jun era dietro di me, non c'era nessun'altra.
«Non posso parlarne qui» le dissi. Lei rimase in silenzio. La
porta di sopra sbatté. Entrarono altre ragazze.
Riuscii ad arrivare in fondo alla prova, fingendo di studiare
tra un atto e l'altro. Dopo la morte di Laerte, me la
svignai di nuovo per ascoltare la voce registrata della segreteria
che mi diceva che non avevo messaggi. Uscii senza attendere
le osservazioni di Phyllis e tornai in camera mia, sola.
Faceva caldo e c'era odore di chiuso, non avevano ancora
abbassato il riscaldamento in vista della primavera, e capii
subito che non avrei dormito. Amy non c'era. Era tardi,
erano quasi le due del mattino. M'infilai la tuta e le scarpe
da ginnastica.
Camminai per un po', poi andai alla pista di atletica.
Le luci erano spente, ma non riuscii a trovare l'interruttore.
Mi portai sulla linea di partenza, e mi fermai per allungare
i muscoli.
Quando cominciai a correre, cercai di immaginare il tumore
nel suo cervello. Bianco, delle dimensioni di una pallina;
ma non poteva essere perfettamente tondo. E bianco
lo era davvero, o era così solo sulle radiografie? Come
cresceva? Quando era comparso? E lei lo sentiva? Sentiva
un oggetto estraneo, o avvertiva il deterioramento che
procedeva di pari passo con l'aumento delle dimensioni di
quell'affare, che via via schiacciava altre cose? Qualcuno arrivò
alle mie spalle. Jun. Non la salutai, ma lasciai che corresse
accanto a me. Volevo perdermi nella mia mente che
girava vorticosamente, e nel mio corpo che diventava sempre
più stanco.
Facemmo qualche giro prima che io aumentassi il passo.
Lei si adattò senza problemi. Ascoltai il suo respiro e poi
il mio, finché non mi fermai, esausta. Avevo lezione poche
ore dopo, e la sera mi aspettava la prima. Mi accovacciai per
allungare i muscoli, ma caddi invece sulle braccia.
«Come sapevi che mi avresti trovata qui?» mormorai.
Lei rispose sottovoce, mentre cercava di riprendere fiato.
«Quando sei nervosa, ti muovi in modo irrequieto, come
se avessi bisogno di decollare. Ho pensato che fossi troppo
scossa per chiuderti da qualche parte». Sollevai lo sguardo.
Stava sorridendo.
«Ieri sera sono andata a casa. Non avrei dovuto tenere la
tua macchina fino all'alba». Lei non disse nulla.
«Ci ho dormito dentro. Non sono entrata. Si tratta di
mia madre». Distolsi lo sguardo mentre glielo dicevo. Si era
accovacciata anche lei e mi stava di fronte. Provai un tale
conforto... e per la prima volta sentii di averne davvero bisogno;
era come se Jun riuscisse ad assorbire qualcosa, così
da farmi stare meglio.
C'era un tale silenzio intorno a noi. Un silenzio quasi
pesante. «È malata già da un po'?» mi chiese, cauta.
«Più o meno». Mi domandai se, una volta diventata dottore,
sarei stata meno vulnerabile davanti alla complessità
della debolezza. «Il tumore è recente». Scrollai le spalle,
troppo stanca per aggiungere dell'altro. D'un tratto mi chiesi
se il tumore potesse essere legato alla depressione, se fossero
entrambi sintomi di un unico problema, di una mente
che invadeva se stessa. Guardai Jun con occhi interrogativi.
Forse poteva leggere nei miei pensieri, e rispondermi...
«Vieni» disse, alzandosi in piedi. «Facciamo un po' di
stretching».
La fissai. «Mio padre me lo diceva sempre».
Jun mi sorrise. Il suo sorriso non era mai regolare, come
se non volesse impegnarsi senza essere assolutamente sicura.
Ricordo di aver pensato che non era bella, ma aveva un
viso amichevole. «Sarai un pezzo di legno».
Mi alzai, e poi mi bloccai. Corsi a bordo pista e vomitai.
Dopo ruppi in singhiozzi. Jun era di nuovo accanto a me,
mi mise un braccio sulle spalle.
«Non mi richiama mai» le dissi, quando riuscii a parlare.
«Non vuole parlarne».
«Lo farà». La sentii tremare. «Vieni, ti accompagno».
«Non posso tornare. La mia compagna di stanza mi odia».
«Non ti odierà di meno, se resti qui fuori».
Tornammo al mio dormitorio. Quando varcammo la
porta, Amy era lì ad aspettarci. «È ubriaca?» chiese. Era
quasi mattina. Nessuna delle due rispose. Jun aveva con sé
fioretti e libri. Phyllis ci aveva chiesto di portarli sempre
con noi. «Un soldato deve arrivare ad avere intimità con la
sua arma preferita, così che diventi un'estensione, un'appendice».
Adesso se ne andava in giro con un paio di pesantissimi
zoccoli di legno, che facevano un gran rumore
quando camminava. «Autenticità, signore. Se sembrerete
due ragazzine che giocano a combattere, il pubblico si alzerà
e uscirà dalla sala».
Era al centro della stanza, mentre ce lo diceva, stava
guardando il palcoscenico dal centro dello spazio riservato
al pubblico, le mani sui fianchi. Riempiva quella sala meglio
di un'attrice, il vuoto e gli echi si adattavano alla cadenza
delle sue domande.
«Non vedo perché diavolo dobbiate trascinarvi dietro
quelle stupide spade» disse Amy, mentre tentava di far stare
in equilibrio un fioretto appoggiandolo alla parete.
Jun l'afferrò prima che finisse a terra. «È troppo fragile
per stare in piedi» disse, adagiandolo sul pavimento. «Non
è un'arma vera».
Amy sbuffò.
«Io sono Jun» le disse, mentre io mi toglievo le calze.
«Lo so chi sei. Economia, giusto?» Jun annuì. «Industrie
Oko, dico bene?» Il suo tono non era sfacciato come avrebbe
voluto, e Jun annuì meno decisa. «Ci vediamo domani,
Naomi» disse a me. «Piacere di averti conosciuta, Amy».
Se ne andò.
«Sai chi è suo padre?» Mi tirai le coperte sopra la testa.
«No, certo che no. Gira voce che lei sia lesbica. E che suo
padre la ucciderebbe, se venisse a saperlo. Comunque» aggiunse,
mentre si infilava a letto e spegneva la luce «se non
altro ti stai facendo delle amicizie interessanti».
L'indomani chiamai Jun per chiederle di nuovo di prestarmi
l'auto. «Forse dovresti darle un po' di tempo» mi
consigliò, quando arrivai alla sua porta. Tempo per che cosa?
pensai, e la mia faccia disse la stessa cosa, anche se sapevo
che mamma poteva avere mille ragioni per volere un po'
più di tempo. Jun mi diede le chiavi.
Questa volta entrai nel vialetto e spensi il motore. Scesi e
richiusi la portiera sbattendola, facendo volutamente rumore.
Mamma era appena dietro la porta aperta, e mi guardò
mentre salivo. Un gatto mi sfrecciò accanto, seguito da altri
due. E quelli da dove venivano? Mamma sorrise, mi mise
una mano dietro la nuca e mi stampò un bacio sulla fronte.
«Sono randagi, li abbiamo trovati sotto la casa. Presto li daremo
via». Ne parlò in modo affettuoso, al punto che impiegai
un secondo per chinarmi a osservarli: uno era a chiazze
e arruffato, un altro aveva il pelo nero e lucido; un cucciolo,pensava. La ascoltai distrattamente, senza disturbarmi a
chiedermi che cosa significassero tutte quelle parole, come
chi aspetta che arrivino i sottotitoli durante un film in lingua
straniera. Quando tacque, ebbi l'impressione che fosse
passata un'eternità. C'eravamo appena sedute nel soggiorno.
«Potrebbe non essere maligno» disse alla fine, ripetendo
la frase ottimistica di papà con lo stesso tono fiducioso.
Una frase che mi parve vuota, come quando l'aveva pronunciata
lui.
«Ma potrebbe esserlo» ribattei. «Riesci a essere un po'
più precisa?» continuai. Mi sentivo la lingua asciutta e la
mia voce suonava clinica alle mie stesse orecchie. Lei aggrottò
le sopracciglia, il tono amaro della mia osservazione
aveva colpito nel segno. Avrei voluto afferrarla, stringerle
forte le spalle. «Dov'è?» le chiesi.
Indicò un punto appena sopra e dietro l'occhio sinistro.
«L'hai visto?»
Annuì.
«Papà dice che presto ti opereranno». Annuì ancora. Mi
spostai sulla sedia. Lei si offrì di prepararmi del tè. «No» le
dissi. Si stava alzando, e si rimise seduta. «Come l'hanno
scoperto?» Mi disse che le si era abbassato l'udito dell'orecchio
sinistro; in realtà era diventata quasi sorda, e aveva perso
il senso dell'equilibrio.
«E volevi prepararmi un tè bollente?» le chiesi, sfidandola.
Scoppiò a ridere. E strappò un sorriso anche a me. Di rado
si lasciava andare così; e ogni volta restavo di sasso, come
in quel momento. Ma passò prima che fossi riuscita a
imprimermelo nella mente.
«Vado a prepararlo io, il tè» dissi. Lei si alzò. «Resta sul
divano». Non mi diede retta e mi seguì in cucina. Stavamo
giocando ciascuna il proprio gioco.
Sul piano di lavoro c'erano delle piantine di pomodoro.
Le pareti erano state tinteggiate con una pittura color crema,
tendente al giallo. Non mi avevano detto dell'intenzione
di ridipingere la veranda o la cucina. Forse la mia assenza
aveva finalmente spinto mio padre a occuparsi di qualcosa
che non fossi io.
«È un bel colore» ammisi, mentre lei riempiva il bollitore.
Glielo presi di mano prima che lo mettesse sul fornello e accendesse il gas, e feci quello che avrebbe voluto fare
lei. Ebbi la sensazione di averla irritata proprio come volevo.
In ogni caso, non lo diede a vedere. Si sedette, e piegò
il tovagliolo che le avevo gettato davanti.
«Naomi» disse, la voce sommessa. «Siediti un minuto e
ascolta».
Scossi la testa. Poi andai a mettermi svelta accanto a lei
e la abbracciai, appoggiando il mento sulla sua spalla per
stringerla ancora di più. Mi giunse il suo profumo, mentre
si scaldava tra le mie braccia. Per un attimo, non si ritrasse.
«Naomi» ripeté alla fine, e a quel punto la lasciai andare.
«Nonna Carol verrà a stare qui per un po'». Esitò. «Arriva
oggi. Tuo padre è andato a prenderla». Nonna Carol. L'ultima
volta l'avevo vista cinque anni prima. Mi aveva detto
che ero troppo grande per le caramelle. «Ancora non so
spiegarmelo» continuò, «ma mi ha chiesto di venire quando
gliel'abbiamo detto, e non le ho saputo dire di no».
«Sarà insopportabile». Mi accovacciai, con le mani sulle
sue ginocchia. «Lascia che resti io» proposi, sapendo che
non avrebbe mai acconsentito.
«Hai la scuola, Naomi. Non si può. Tuo padre ucciderebbe
entrambe. Devi stare al college. È per il tuo bene; e
non solo per quello che sta succedendo qui. Ti farà bene
stare lì». Fece un mezzo sorriso. In quel momento la odiai
per la sua falsità, e per il modo delicato in cui mi fece quella
concessione.
Mi sembrò più vecchia, la pelle sotto gli occhi era flaccida,
grigia. «Tu non dormi» le dissi. «Dormo benissimo. Più
di quanto dovrei!» esclamò allegra. La conversazione era finita.
In quel momento scattò la serratura della porta sul retro.
Un istante dopo papà e nonna erano in cucina; per la
gioia di vedermi lì, lui divenne quasi espansivo. Nonna mi
squadrò da capo a piedi e aggrottò le sopracciglia, come se
avesse appena inghiottito un boccone amaro.
«Sei alta come tua madre». Annuii. «E studi a Wellesley?»
Annuii. «Bene» disse, abbassando il mento.
Uscii dalla porta attraverso la quale erano entrati loro,
e mi sedetti sul primo gradino. Gli Stein avevano aggiunto
un tavolo con le sedie e un ombrellone. Chissà come si riducevano
con la pioggia.
«Torna al campus, ketzi». Era mio padre, che un momento
dopo venne a mettersi accanto a me. Mi voltai a
guardarlo. «Hai da fare, là. Voglio vedere mia figlia interpretare
Amleto».
Lanciai un legnetto nel giardino. «Non sono Amleto,
pa. Il mio personaggio si chiama Laerte; un debole». Guardai
i rododendri che fiancheggiavano la casa, con le folte
foglie nero-verdi, e i fiori di un bel rosa intenso.
«Be', allora devi essere un'attrice straordinaria! Mia figlia
non è una debole».
In realtà non lo stavo ascoltando. Appoggiai la testa alla
sua spalla.
Lui sollevò una mano e mi accarezzò la guancia. «Torna
a Wellesley, Naomi. Vattene, prima che tua nonna cominci
con le sue “nebbioline magiche”. Ha portato l'incenso».
Non mi smosse di un millimetro. «Ascolta». Era l'ultima
cosa che intendessi fare. «Lunedì abbiamo appuntamento
con il chirurgo. Se vuoi venire, sei la benvenuta». «Mamma
non mi vorrebbe lì». «Non importa».
Mi tolse la mano dal viso e serrò le dita in grembo, mentre
mi diceva queste parole: «Tua madre non sa quello che
vuole. Vieni e basta».
Mi avevano detto che il professor Pope avrebbe assistito
alla prima, ma non che sarebbe salito sulla piattaforma che
avevamo costruito per allargare il palcoscenico, dove Laerte
appare per la prima volta per chiedere al re il permesso di
partire per la Francia.
Anche se fu la domanda di Claudio a restare senza risposta,
Tiney/Polonio mi lanciò un'occhiataccia, il suo viso
una caricatura bianca per via del trucco pesante e delle
luci. In quel momento l'intero dramma mi parve popolato
da spettri; potevo guardarli da lontano, e l'unica cosa
in movimento erano gli sguardi: Tiney, Pope, il pubblico.
Credo di aver pronunciato la mia battuta un attimo prima
che anche l'ultimo spettatore si fosse accorto con imbarazzo
del mio ritardo.
Papà mi abbracciò, alla fine. Indossava la camicia azzurra,
l'unico indumento elegante del suo guardaroba. Con
il fondotinta gli macchiai la spalla e gli sporcai la guancia.
Fingemmo tutti che fosse assolutamente normale che anche
mia madre fosse lì. E mi chiesi che cosa stesse facendo nonna
da sola a casa nostra, e quel pensiero mi fece sentire come
se la nostra privacy fosse stata violata.
Mamma era paurosamente magra, avvolta in un cardigan
azzurro che non le donava affatto: sembrava quasi che
i suoi occhi fossero sul punto di schizzare fuori dalle orbite.
Mentre papà parlava, prese un fazzoletto dalla tasca e lo
usò per pulirgli il viso. Non mi guardò, e io non guardai lei,
anche se sorridemmo insieme a papà mentre continuava nel
suo elogio, restandogli accanto come due angeli custodi.
Li accompagnai alla porta attraverso la folla degli spettatori.
«Queste ragazze sono tutte amiche tue?» mi chiese
papà. Poi, quando raggiungemmo l'uscita, aggiunse: «Sono
felice, tesoro. E giusto che tu abbia qualche buona amica.
Sembrano brave persone, non troppo boriose».
D'un tratto mamma mi mise una mano sulla spalla e accostò
la guancia alla mia. Una volta fuori la brezza della sera
ci investì piacevolmente, ma il contatto della sua pelle contro
la mia ebbe un effetto calmante. Mi diede un bacio sulla
tempia. «Che opera avete scelto per il prossimo semestre?»
mi sussurrò, indietreggiando di un passo per guardarmi negli
occhi. «Ancora non lo sappiamo. Forse Macbeth. Ma potrei
non essere nel cast». Lei annuì, l'espressione compiaciuta
quasi le andasse bene qualunque esito. «Quella tragedia
mi è sempre piaciuta».
«Questa casa l'avete costruita voi ragazze?» stava chiedendo
mio padre, allungando il collo per osservare il tetto.
Provò a scuotere una trave portante della piccola veranda,
testandone la stabilità, e poi aggiunse svelto: «Ma certo.
Questa è opera delle studentesse. Le studentesse di Wellesley».
Sorrise. «Non ne sono così sicura» dissi io, pensandoci
su. «Può darsi».
Mamma mi strinse la mano, e la nostra conversazione finì
rapidamente com'era cominciata. Prima che avessi avuto
il tempo di rendermene conto, se n'erano già andati. Dalla
piccola veranda li guardai attraversare la strada, chiedendomi
se avrei potuto dire qualcosa di diverso per trattenerli,
se una parola può fare la differenza tra mantenere o perdere
l'interesse di una persona. Mamma fece scivolare il braccio
intorno alla vita di papà, con un'intimità che in loro non
avevo mai visto.
Dalla porta uscirono ridendo alcune persone, seguite da
un flusso costante di festaioli che attraversarono il prato per
godersi l'aria fresca della serata. Le Sister Sledge gridavano
dalle casse dello stereo - «E una tradizione degli anni Settanta
che non possiamo abbandonare» spiegò mestamente
Calbe - e tutte le luci si spensero, tranne quelle della cucina,
illuminata e piena di cibo, come un alveare.
Rientrai in casa. Phyllis era sulla porta e stava distribuendo
delle maschere.
«È una tradizione, ma non obblighiamo nessuno» disse
in risposta al mio sguardo interrogativo. «La maggior parte
delle persone che vengono a queste feste» indicò la folla
che si accalcava all'ingresso «non sono pronte ad accettare
che lo spettacolo sia finito. Sono troppo coinvolte, poverine».
Sollevò la maschera di Biancaneve e quella di Minnie.
«Due dollari per la serata». Mi studiò. «Saresti dovuta rimanere
in costume di scena, avresti favorito gli affari».
«Tu che dici? Minnie?» Fece un cenno in direzione di
una donna minuta mano nella mano con l'uomo che aveva
accanto; seguivano Tiney mentre varcava la porta d'ingresso.
Ignorarono le maschere e Phyllis, che borbottò qualcosa
sottovoce mentre Tiney portava i suoi genitori in un angolo
per salutarli. Erano chiari come lei, ma il padre aveva un'espressione
serissima, mentre la madre si sforzava di manifestare
una gioia quanto mai falsa. Tiney indossava ancora il
ricco costume di scena, macchiato di sangue. Il trucco la faceva
sembrare rigida e vecchia. Mi domandai perché non si
fosse cambiata. Mi feci largo fino in cucina, mentre Jun
veniva avanti guardandosi indietro e andando a sbattere contro
la porta. Stava ridendo e chiacchierando con un ragazzo
alto che la seguiva. Mi vide. «Naomi, guarda... È venuto
Keigo, mio cugino. Studia a Harvard. È venuto a trovarmi,
ma non pensavo... Ehi, Keigo, lei è Naomi». Era al settimo
cielo. Sorrisi e tesi la mano a Keigo, che mi sorrise a sua volta
e mi strinse la mano con entrambe le sue.
Era davvero alto, e aveva la mascella pronunciata come
Jun e gli occhi piccoli e caldi. In quel momento mi resi
conto di quanto tempo era passato dall'ultima volta in cui
avevo provato una simile attrazione alla vista di un ragazzo.
«Non fare il cascamorto con lei» lo rimproverò Jun, severa.
Ma risero entrambi al sentire quelle parole.
«Coraggio» fece lui, calandosi una maschera di Yoda sul
viso, «andiamo a ballare. Voglio scatenarmi con qualche lesbica».
Jun lo colpì a una spalla, e io lo seguii nella stanza
adiacente, dove la musica era talmente alta che si sentiva attraverso
il pavimento. Keigo mi guardò negli occhi e si fece
sempre più vicino mentre ballavamo, e io lanciai un'occhiata
a Jun, chiedendomi se la cosa non le dispiacesse. La temperatura
fuori doveva essere calata, perché pochi minuti dopo
c'era così tanta gente che divenne impossibile muoversi
senza andare a sbattere contro qualcuno. Entrò un gruppo
di uomini, o di ragazzi, che mi spinsero contro Keigo.
Lui sorrise e alzò le braccia. Gli sorrisi a mia volta. «Sembrate
una squadra di forzati» disse Phyllis al primo ragazzo
della fila, che le sussurrò qualcosa all'orecchio. Lei gettò indietro
la testa e rise.
D'un tratto fu stupendo poter lasciare la scuola fuori
dalla porta, ballare in una stanza buia piena di gente che
non desiderava fare altro. Keigo mi sembrava sempre più
carino, ma dopo un po' lo persi di vista e, delusa, andai a
prendermi il mio primo drink.
Feci un passo indietro e andai a finire sul piede di un
tizio altissimo: Ronald Reagan, che mi rivolse un inchino
mentre lo fissavo. Quando si rialzò, accennò un sorriso,
sollevando appena gli angoli della bocca. La sua maschera
era stata strappata appena sotto il naso, e così mi ritrovai a
fissargli le labbra. All'improvviso, lui mi prese una mano e
la baciò. La ritrassi svelta. Era troppo alto, e poi mi girava
la testa. Buttai giù il mio drink e mi sedetti pesantemente
a terra nel primo posto che trovai. Phyllis mi vide e si fece
largo tra la folla. «Alzati e va' a dormire. Non rovinarmi la
mia cazzo di serata». Mi alzai e la abbracciai. Lei mi scostò
i capelli dal viso, mi guardò negli occhi e ripeté quello che
aveva appena detto. Annuii. Mi fissò ancora un momento,
cercando di capire in che condizioni fossi, poi mi strinse la
mano e mi lasciò andare.
In qualche modo riuscii a tornare in camera e a mettermi
a letto, ma sognai mia madre. Sognai che l'avevo persa
all'interno della casa dei Kennedy e, dopo averla cercata
ovunque, la trovavo in fondo alle scale, dove mi stava aspettando
con le lettere di Rosemary in mano.
La sera successiva, dopo lo spettacolo, mi feci due birre
prima di togliermi il costume, cercando letteralmente di affogare
i miei pensieri nell'alcol, come sembravano fare le altre
con tanta facilità. Ma mi venne subito la nausea, e così
rimasi in cucina a rimpinguare cibo e bevande, non ancora
pronta a immergermi di nuovo nella folla. Pensavo ancora
al sogno della notte precedente. Non appena mi si fu sistemato
lo stomaco, presi un altro bicchiere e andai nella sala
grande, che era addirittura più affollata del giorno prima.
Appena arrivata fui spinta da una parte, e lì rimasi a osservare
la scena. Mi chiesi se Jun e Keigo si sarebbero fatti
vedere anche quella sera, e se tra me e lui ci sarebbe potuto
essere qualcosa, considerato che era il cugino della mia amica.
Non avevo idea di quali fossero le regole della famiglia,
né sapevo se le sarebbe importato qualcosa. Chissà che cosa
si provava a essere toccata intenzionalmente. La mia mente
prese a vagare, immersa in quei pensieri.
«Anche Shakespeare amava indossare delle maschere»
disse una voce accanto a me. «Ma probabilmente già lo sapevi».
Mi voltai e vidi Reagan. «Fai venire la pelle d'oca» sussurrai.
Lui sorrise, e anche questa volta sollevò appena gli angoli
della bocca. Era un bel sorriso, però, invitante. Mi avvicinai
alle sue labbra, e lui si fece serio, si chinò verso di
me e mi baciò. Tale fu lo shock di quel bacio bagnato che
mi sorpresi a ricambiare prima di avere il tempo di pensare
a qualcos'altro. Mi chinai verso di lui, appoggiandomi alle
sue labbra, il dubbio solo una voce lontana. Mi aveva letto
nella mente? La paura mi prese allo stomaco. Il primo uomo
che baciavo, dopo Teddy, era probabilmente uno stupratore
mascherato da Ronald Reagan.
Lo afferrai alla nuca e lo tirai verso di me, sorprendendo
entrambi. Forse non m'importava se ci fosse o meno Keigo.
Forse volevo solo un corpo caldo. Un corpo qualunque.
«Togliti la maschera» gli sussurrai.
«No» sussurrò lui, la voce ora roca. Si staccò da me per
un secondo soltanto. «Ci vediamo sul retro» mi disse. Si
alzò e camminò in mezzo alla folla con una sicurezza sorprendente,
aprendo le porte del camerino a sud della sala,
e chiudendosele alle spalle. Vuotai il bicchiere e lo seguii.
Faceva freddo, là dentro, ma lo sentii appena con tutto
l'alcol che avevo in corpo. Cominciai a pensare di aver fatto
una stupidaggine.
«Non dovresti seguire uno sconosciuto in una stanza buia»
mormorò lui, prendendomi per mano. D'un tratto sembrò
timido almeno quanto me.
Dovetti sollevarmi sulle punte dei piedi per arrivare alle
sue labbra. «Chi sei?» Mi zittì con un bacio. Infilai le mani
sotto la sua camicia, ma lui mi fermò.
«No» disse con la voce rotta, ridotta quasi a un sussurro.
«Voglio solo la tua bocca».
Ma io volevo di più. La sua calma mi fece infuriare; mi
pareva così facile ottenere quello che volevo, e quel pensiero
era talmente inebriante... Infilai di nuovo le mani sotto
la sua camicia, e lui le premette sul suo corpo. Avevamo
raggiunto un compromesso. La sua pelle era morbida,
e il torace era più stretto di quanto mi fosse sembrato. Mi
chiesi se fosse molto magro. Feci un passo indietro, cercando
di vederlo meglio, ma lui non me lo permise, avanzando
con me.
In quel momento si aprì la porta. «Ops, chiedo scusa!»
Chiunque fosse, si lasciò sfuggire un risolino prima di richiuderla
con forza. Si aprì di nuovo, mentre la stavamo
ancora guardando.
«Naomi, sei ubriaca». Era Phyllis. «Tornatene al dormitorio».
Obbedii, e trascorsi il resto della serata e la maggior parte
della mattinata successiva a dormire, questa volta un sonno
senza sogni.
Come mi aveva promesso papà, quel lunedì - compreso
tra i due weekend dell'Amleto - incontrai il chirurgo
che avrebbe operato mamma. Dopo che mio padre gli
ebbe parlato del mio legame con la dottoressa Orchuk del
Brigham and Women's Hospital, il dottor Stern mi fece un
cenno e poi si girò verso mia madre, studiandola in un modo
così diretto che mi turbò parecchio, e che forse turbò
anche papà. Andò subito da lei, le prese la testa tra le mani
e cominciò a fornirle le sue spiegazioni sommesse, mentre
tracciava dei disegni leggeri sul cuoio capelluto, con una
matita con cui si limitava a scostare i capelli, senza lasciare
segni: era come osservare dall'alto un oggetto che si muove
in mezzo all'erba alta. Con me usò diverse espressioni mediche
- neurinoma del nervo acustico, craniotomia - mentre
a papà snocciolò una serie di statistiche: il 65% dei tumori
di quel genere era stato rimosso completamente, nel 92%
dei casi dalle sue stesse mani.
Le sue informazioni erano sfaccettate, quasi variopinte. Se
non avesse parlato con tanta impassibilità, girando sulla sedia
senza schienale quasi fosse al centro di una strana giostra -
nella quale noi eravamo i cavalli, ciascuno con un rigido scopo:
nomi per me, numeri per papà e promesse per mamma
- sarebbe stato un discorso degno di essere ricordato.
Durante la visita continuò a occuparsi con grande slancio
di mia madre, nel suo modo clinico e teso. Cominciai
ad avere un timore irrazionale: se non l'avessi tenuto d'occhio,
avrebbe tentato di portarmela via. Da sempre, mia
madre aveva qualcosa che spingeva le persone a volerla possedere;
forse era la sua bellezza, o forse il fatto di essere così
controllata. All'epoca, non avrei saputo dire perché avessi
trovato il dottor Stern tanto sgradevole, soprattutto considerata
la sollecitudine che dimostrava verso la sua paziente.
Oggi, invece, mi rendo conto che quella sensazione dipendeva
dai miei infantili desideri di possesso che ancora nutrivo
nei confronti di mia madre... Avrei voluto comandarla,
aprirla con la stessa facilità con cui intendeva farlo lui.
«Quando le ricresceranno i capelli?» chiesi, interrompendo
una delle sue lezioncine conclusive. Papà mi guardò
con aria interrogativa.
«I capelli?» fece il chirurgo, esitante.
«Dovrà rasarglieli, no? Per praticare l'incisione». Mi fissò
come se gli avessi chiesto se intendeva strapparglieli uno
a uno.
«Credo tu possa arrivarci da sola, Naomi» intervenne
papà, cercando di salvarmi da quel momento di imbarazzo.
«Visto che sei una brillante studentessa indirizzata alla facoltà
di medicina». Si chinò verso il dottor Stern. «Avremmo
dovuto capire che cosa avrebbe scelto al college il giorno
in cui ha sezionato il suo primo insetto. Non è vero che
già a quattro anni sapevi che cos'è il torace?» Scosse la testa
con la solita, vecchia ammirazione.
Lo fulminai con un'occhiata. «In realtà sto pensando di
laurearmi in inglese, papà». Non ebbi il coraggio di dirglielo così, con una sola frase, e quindi aggiunsi: «In inglese e
scienze».
«Inglese?» chiese, la voce acuta per l'incredulità. «Non è
già la tua lingua?» Suonò come un'obiezione, più che come
un'affermazione.
«Inglese e biologia» ripetei.
«E che cosa intendi fare, leggere ai tuoi pazienti?» Si lasciò
andare a una risata nervosa, e cercò inutilmente di ottenere
la comprensione del dottore guardandolo con gli occhi
sgranati, a dimostrare quanto trovasse assurda la mia
decisione.
«La ricrescita dipende dal fatto che debba sottoporsi o
meno a un ciclo di chemioterapia» spiegò Stern. Mamma
mi guardò, l'espressione vuota. Fino a quel momento nessuno
aveva pensato che i capelli avrebbero potuto non ricrescere.
In un istante vidi le mie domande per quello che
erano: false e detestabili curiosità. Le misi una mano sul
braccio, e lei non si oppose.
Prima che ce ne andassimo, il dottore la fissò un'ultima
volta negli occhi, e poi spostò lo sguardo sulla bocca e le
orecchie, come un uomo avrebbe potuto guardare un cavallo che ammirava e che voleva cavalcare. Mi piazzai davanti
alla radiografia del tumore, studiando le sfere grigie come
avrebbe fatto uno psicologo con le macchie di Rorschach,
come se la pellicola fosse un oracolo e non una semplice
immagine in bianco e nero. Poi mi voltai, infilando le mani
fredde sotto le ascelle. Lanciai un'occhiata torva al dottor
Stern, che parve divertito dal mio atteggiamento. Mamma
gli fece qualche altra domanda, e papà scrisse tutto; io
lasciai cadere le braccia lungo i fianchi e raddrizzai la schiena.
Dissi al chirurgo che volevo sapere come sarebbe stato
il decorso postoperatorio, e il professor Stern spiegò a mia
madre che sarebbe rimasta in ospedale per tre giorni, e poi
sarebbe stata dimessa, a patto che lui fosse soddisfatto dei
progressi che faceva e rassicurato che a casa avrebbe avuto
l'assistenza necessaria. Nemmeno lui volle ricordare che
sarebbe dipeso tutto dal risultato della biopsia successiva
all'intervento. Perlomeno, ebbi quell'impressione. «Il cancro
al cervello è una cosa che nessuno di noi vorrebbe vedere»
si limitò a dire, come un venditore che con delicatezza
distrae un potenziale cliente dagli aspetti più deboli dei
suoi prodotti. Nonna non era presente, ma venne indicata
come la persona che si sarebbe occupata della paziente a casa,
e il dottore annuì in segno di approvazione.
Immaginai nonna Carol con il grembiule arancione
di mamma, l'espressione accigliata mentre osservava il cibo
che cuoceva sul fornello, la corona di capelli grigio acciaio
pettinata alla meno peggio. Cominciavo a capire perché
fosse venuta; dev'essere più facile occuparsi di una persona
malata, per chi non è particolarmente bravo a prendersi
cura del prossimo. Le persone malate hanno bisogni
evidenti, che possono essere soddisfatti in modo efficiente
e mantenendo un certo distacco. Mi domandavo se nonna
volesse bene a sua figlia. Non credevo affatto che mia madre
potesse essere stata una bambina strana ed esuberante
come me, confusa e sconcertata dall'amore imperfetto
che riceveva e capace di frustrare qualunque madre. Ma era
chiaro che in lei c'era qualcosa che metteva a disagio nonna,
e capivo che la tensione tra loro non dipendeva dall'unico
motivo di disaccordo menzionato da mia madre, cioè
la disputa per la casa lasciatale da suo padre. Probabilmente,
in quel momento cominciai anche a rendermi conto che
non avrei mai saputo che cos'era realmente successo tra loro.
Anche se, ancora oggi, sono convinta che le origini di
una simile incrinatura non avrebbero dovuto essere tanto
facili da nascondere.
Il weekend successivo evitai di bere. Cominciai a cercare
tra le maschere non appena fui tornata al piano di sopra
dopo essermi vestita. Desiderosa, ancora una volta.
«Questa sera è Jimmy Carter» mi disse Phyllis. «Ho pensato
di animare un po' le cose tra voi». Indicò l'angolo lontano
della stanza. «E ti consiglio di divertirti prima che sia
troppo tardi. Abbiamo ancora uno spettacolo. E non bere;
è un insulto per tutti e due. Non fingere di volere sesso
solo quando sei ubriaca. Non siamo negli anni Cinquanta...
e neanche negli Ottanta, se è per questo. E, comunque,
sei meglio quando non bevi». Mi mise una mano sulla
spalla e mi guardò con occhio clinico. «Credo possa farti
bene». Mi diede qualche pacca affettuosa e soddisfatta, prima
di andarsene.
In quel momento capii che conosceva la sua identità, e
che avrei potuto chiederle chi era. Ma si era allontanata, e
fui felice di essermi lasciata sfuggire quell'opportunità. Apparentemente,
aveva capito qualcosa di me che non avevo
ammesso nemmeno con me stessa. Sesso. Probabilmente
era questo che volevo. L'eccitazione e la fatica delle mie
corse mi avevano procurato piacere, ma perché non cercarne
altri meno complicati? Pensai ai lunghi baci che io e
Teddy ci eravamo scambiati, quasi fossero doni. Forse era
stata quella l'ultima volta in cui avevo voluto qualcosa per
me stessa, invece di limitarmi a pensarci insistentemente?
Lo trovai.
«Hai intenzione di dirmi chi sei?» Non mi rispose neanche
questa volta, e non glielo chiesi più.
La sera seguente, quella dell'ultima rappresentazione,
entrai nel camerino con lui per l'ultima volta. Dopo che
si fu lasciato baciare, impedendomi però di toccarlo, ci sedemmo
insieme, al buio.
«Questa cosa deve finire qui» mi disse dopo un minuto.
Non fosse stato per la sua voce e per il rumore del suo respiro,
avrei potuto ignorare che fosse lì.
«Potremmo incontrarci da qualche altra parte. E tu potresti
toglierti la maschera e farti vedere». Riuscii a malapena
a scorgere la tua testa che faceva “no”.
«D'accordo». Avvertii un formicolio in cima alla testa in
risposta alla delusione del mio corpo. Poi il desiderio tornò,
e con esso il bisogno di provare qualcosa di più forte della
rabbia che lo accompagnava, qualcosa che potesse consumare
anche le emozioni peggiori. Allungai una mano verso
di lui, e trovai la sua. Intrecciai le dita alle sue, che erano
più calde nella stanza fredda. Lui se la portò al collo e poi al
mento, e diede un colpetto alla maschera con le mie nocche.
«No» dissi. Lui si bloccò. «No». D'un tratto per me divenne
fondamentale non vederlo, non avere un'immagine
da ricordare e rivivere continuamente. Lo spinsi lungo
la panca, contro la finestra, e mi misi a cavalcioni su di lui.
«Così». Mi abbandonai al mio desiderio: una forza terrificante,
quasi ostile. Volevo farlo con lui, lì, subito. Mai avevo
voluto una cosa con una simile intensità.
Gli toccai prima la cintura, poi lo stomaco, e l'unico
verso che emise fu un respiro affannoso, finché non fummo
entrambi seminudi e finché non premetti il mio petto
contro il suo. Il suo corpo era lungo, caldo e pieno di linee
per me nuove e sconosciute: il quadricipite nerboruto,
il legamento più corto e teso che andava dall'anca all'inguine,
la parte bassa della schiena, solida e muscolosa. Cominciai
ad abbassargli i pantaloni, così da sentirlo di più, ma
presto non mi bastò nemmeno quello. Mi alzai per togliermi
le poche cose che avevo ancora indosso e lui, senza fiato,
mi fermò con una mano.
«Che cosa c'è?» sussurrai.
Scosse la testa. Poi la adagiò di nuovo sulla panca su cui
eravamo distesi e mi lasciò fare. Mi misi sopra di lui, muovendomi
al buio. L'anonimato mi spingeva come una compulsione.
Stavo dando la caccia a qualcosa che solo per poco
non riuscivo a vedere, a un'estasi veloce e sconosciuta
appena al di fuori della mia portata. Spinsi più forte, volevo
consumare la mia indifesa necessità con una ferocia che
non mi curavo di controllare, anche se lui mi fermò un secondo
per baciarmi una spalla. Non so se mi stesse ringraziando,
o marchiando, o se mi stesse dando l'opportunità
di fermarmi. Probabilmente aveva percepito che era la mia
prima volta, ma io ignorai la sua tenerezza. Facemmo tutto in fretta.
«Dovrei andare» dissi quando ebbe finito, anche se non avevo saziato del tutto la mia voglia.
Mi alzai. Ero completamente vestita, quando lui si mosse.
Mi stavo legando i capelli, e lui mi tirò di nuovo verso di sé, posando per un attimo la testa nello spazio tra le mie costole.
«Vorrei poterti rivedere» mi disse sommessamente.
Io mi voltai e andai svelta verso la porta.
«Naomi» sussurrò. La mia mano era già sul pomello.
Non mi girai.
...
.
...
CAPITOLO 20.
...
.
...
Mia madre sarebbe stata operata qualche settimana dopo la
chiusura dell'Amleto. Non volendo notificarlo ufficialmente
al college, saltai semplicemente le lezioni per stare con
lei, che mi permise di tornare a casa a patto che dormissi
in camera mia ed evitassi “la Carol” (come la chiamava
papà). Mi permise anche di starle accanto quando camminava.
Gli attacchi di vertigine stavano peggiorando e aveva
perso completamente il senso dell'equilibrio.
Era da un po' di tempo ormai che nonna aiutava mamma,
ma impiegava sempre troppo tempo ad arrivare quando
lei voleva alzarsi, e comunque borbottava che sarebbe
dovuta restare seduta, perché potevamo portarle noi tutto
ciò di cui aveva bisogno.
Un pomeriggio, vista la sua lentezza, mi alzai io per aiutare
mamma a trasferirsi dalla sedia al divano, sebbene mi
fosse stato chiesto di non interferire. Mamma mi guardò, e
in quello stesso momento nonna apparve sulla porta.
«Proprio non capisco perché tu non ti prenda un deambulatore,
Theresa. Sarebbe tutto molto più facile. E chissà
se dopo l'intervento sarai in grado di muoverti». Gettò l'asciugamano
che stava piegando. «Io e Naomi non possiamo
correrti intorno tutto il tempo per portarti in giro. Sul serio,
è da egoisti». Lo disse con estrema calma, ma era chiaro
che non era affatto tranquilla. Dopo pochi secondi uscì
rumorosamente dalla stanza, contrariata; nonostante i suoi
modi misurati, avevo la netta sensazione che fosse impaziente
di andarsene.
Mi sentivo un'intrusa, costretta a osservare mamma che
veniva ferita dal suo stesso sangue. Andai da lei e le presi
la mano, senza chinarmi per sostenerla come avevo pensato
di fare. «Non c'è nessun problema. Ci penserò io». Con
quel gesto volevo mostrarle quanto fosse facile aiutarla. E
in quel momento compresi perché nonna non aveva il mio
stesso comportamento. Pensai a quanto era bello sentire il
corpo di mamma che si appoggiava al mio; e al modo in
cui ogni volta nonna aveva evitato di avvicinarsi abbastanza
da farsi toccare. Aveva paura: la spaventava l'idea di toccare
sua figlia. E non era una paura nuova. Cercai di ricordare
quand'era stata l'ultima volta che avevo visto nonna Carol
toccare mia madre, e non ci riuscii.
E, guardando il viso di mia madre, capii che lo sapeva
anche lei. Vidi la sua espressione triste, che però nascose
rapidamente abbassando la testa e afferrando la mia mano,
mentre mi diceva: «Probabilmente teme che cadremmo entrambe,
se mi appoggiassi a lei». Ma mi stava dicendo anche
che andava bene se la sostenevo io, che non le dispiaceva.
E, per la prima volta nella mia vita, fui felice di concederle
la quiete che seguì.
Fu ricoverata qualche giorno prima dell'intervento per
gli esami preoperatori. La Carol percorse il vialetto con la
Cadillac e tornò a casa sua fino alla dimissione di mamma.
Ebbi la sensazione che gli ospedali le facessero orrore, che
la loro minaccia di rapporti così ravvicinati fosse per lei intollerabile.
E credo di averla capita; in effetti credo l'avessimo
capita tutti; forse le fummo tutti grati, in un certo senso.
Era la sua coerenza a impedirle di andare in pezzi, e in
quel momento fu una sorta di benedizione.
Il giorno dell'operazione io e papà ci fermammo nella sala
d'attesa appena fuori dalla sala operatoria. Con lo scorrere
delle ore lui divenne più silenzioso, e io passai il tempo
correndo alla mensa e ai distributori automatici per procurare
cibo e caffè per entrambi. Ho detto che correvo, ma in
realtà fingevo soltanto di camminare a passo svelto. Quando
papà non poteva più vedermi, rallentavo il passo; ascoltavo
il rumore delle mie scarpe sul pavimento duro e lucente
dei corridoi, osservavo altri pazienti che venivano trasferiti
in sedia a rotelle, guardavo i visitatori, ammiravo le pareti
invariabilmente bianche. Qualunque cosa poteva attirare
la mia attenzione, perché io lo permettevo; non sopportavo
di vedere mio padre, tra tutti, a corto di parole. Mamma
uscì in condizioni stabili. Ci permisero di vederla qualche
ora dopo, il lato sinistro della testa rasato, i tubi che le
uscivano dal naso. Solo gli occhi la rendevano ancora riconoscibile.
E le mani: le dita lunghe, le unghie tagliate corte.
Naturalmente non poteva parlare, ma papà tormentò
medici e infermiere circondandola di premure. A un certo
punto prese una penna rossa dal comodino e la sollevò con
un'espressione disgustata. «E questa che diavolo è?» borbottò
tra sé e sé, ma alzando la voce quanto bastava per farsi
sentire da me. L'infermiera nell'angolo sollevò lo sguardo,
proprio quello che lui stava aspettando, con l'oggetto
dello scandalo davanti a sé. «Che cosa diavolo dovrebbe
farci con una penna rossa? E se avesse bisogno di scrivere
una lettera?» L'infermiera smise di prestargli attenzione
e terminò il suo compito di togliere la spazzatura dal tavolo
nell'angolo.
Quando fu sulla porta, tuttavia, gli domandò: «La preferisce
blu o nera?»
«Fa lo stesso». Quasi urlò, come se volesse comunicare
la sua rabbia semplicemente alzando la voce, aspettandosi
che l'infermiera scuotesse il capo e sgranasse gli occhi, accogliendo
scioccata le sue parole. Invece la donna accennò
una smorfia - un tentativo di rivolgergli un sorriso comprensivo
- e se ne andò con un unico movimento veloce.
Non si sentì nemmeno il clic della porta.
«Papà» feci io, «stanotte dormi qui?»
Mi lanciò un'occhiata con cui sembrò voler dire che sperava
di non dover dare spiegazioni anche a me. Mi alzai
e andai a mettermi accanto a lui, avvicinando il lettino a
mamma e bloccandogli il passaggio, chiudendolo tra i due
letti con la penna ancora in mano e la mano sul fianco. Stesi
velocemente le lenzuola e preparai il letto. «Devi dormire
un po'» gli dissi.
«Sono solo le otto, Naomi» mi rispose, guardando l'orologio.
E quell'osservazione mise a tacere entrambi per un
po': era incredibile che fosse ancora così presto.
Papà posò la penna sul comodino e abbassò lo sguardo
su mia madre; uno sguardo riservato, esausto. Pensai all'ultima
volta in cui eravamo stati in ospedale tutti e tre, in seguito
a quell'attacco di cuore che aveva fatto da catalizzatore
a buona parte degli eventi che ora mi definivano come
persona, e che sembrava lontano anni luce. Papà era diventato
più forte con l'età, come un albero nodoso, mentre
mamma sembrava sparire a poco a poco, proprio come
quelle vecchie foto che lui continuava a restaurare, sbiadite
perché nessuno le guardava più.
Mi avvicinai a lui e la osservai anch'io. Aveva tenuto gli
occhi aperti per poco, adesso dormiva di nuovo.
«Quand'eri piccola» mi disse papà, senza distogliere lo
sguardo da mamma «non dormivi mai». Abbassò la voce.
«Anche prima che Teddy se ne andasse. Facevi una fatica
terribile a prendere sonno. Quando finalmente ti addormentavi,
rimanevo a guardarti. La tua bocca era così rilassata».
Allungò una mano, ma si limitò a toccare appena una
spalla di mia madre. Sospirai e provai dolore al petto. «E ti
scordavi di respirare» mi disse, ora rivolgendomi un sorriso.
«Quando correvi, ti dimenticavi di respirare. Ci meravigliavamo
di quanta strada tu riuscissi a fare». La tensione
tra noi finalmente si allentò, sgonfiandosi come una vela
senza vento.
«Vado a prenderti qualcosa da mangiare». Probabilmente
stavo imitando lei, nel tentativo di rendermi utile, anche
se non ero così brava a calarmi in quella parte. In realtà non
ricordo molto di quella sera, a parte il viaggio alla mensa,
dove fissai un'insalata anemica prima di scegliere un sandwich
con formaggio alla piastra, una mela e un succo: un
pasto per bambini, che gli portai su un vassoio.
In qualche modo, tuttavia, quando tornai nella casa
vuota, mi convinsi di non essere preoccupata. Non volevo
esserlo, e alla mia giovane età tali voluti inganni reggevano
ancora. Per mio padre non c'era pace, invece. Visse intensamente
ogni singolo momento della sofferenza di mamma
e dell'inizio della guarigione. Provò a impedirmi di tornare
in ospedale, ma mi rifiutai di ascoltarlo, e ogni pomeriggio
dopo le lezioni mi accampavo su una sedia pieghevole in
un angolo della stanza. Così non davo fastidio, e potevo osservare
tutto. Al dottor Stern quasi brillavano gli occhi. Era
convinto che sarebbe stata dimessa nei tempi previsti. Andò
esattamente così. E il tumore, grazie Dio, non era maligno.
A casa, però, mamma non era più in grado di fare le scale
per salire in camera sua, doveva farsi mettere seduta nella
posizione giusta per sentire una conversazione, e spesso aveva
un'aria sopraffatta, in modo vago e impenetrabile. Trascorreva
più tempo con noi, ed era disposta a farsi aiutare,
ma al tempo stesso sembrava essersi chiusa ancora di più in
se stessa. In nostra presenza aveva un atteggiamento meno
controllato, è vero, ma era anche più distratta e visibilmente
nervosa, quasi attendesse costantemente la comparsa di
qualcosa appena al di fuori del suo campo visivo.
Quella primavera, alla cerimonia di laurea, riuscii ad agganciare
Phyllis in mezzo alla folla. Aveva un enorme sorriso
stampato sul volto, ed era felice: avrebbe trascorso/alcune
settimane in Italia. Le dissi che desideravo tanto vedere
Roma, e lei, con le mani sulle mie spalle, indietreggiò e
mi guardò negli occhi. «Mi piacerebbe farti da guida per le
calli di Venezia, un giorno» mi disse, mentre un sorriso si
allargava sul suo volto. «È questa l'immagine dell'Italia che
non riesco a togliermi dalla mente».
«Vuoi la verità?» continuò. Un'altra persona si sarebbe
avvicinata per fare quel genere di confidenza, invece lei allargò
le braccia e alzò lievemente la voce; sorridemmo entrambe,
tanto nessuno avrebbe fatto caso a noi. «È l'unico
motivo per cui ho accettato quel miserabile posto da insegnante
a partire da settembre. Potrò viaggiare. Gli insegnanti
viaggiano. Non dimenticarlo, signorina Feinstein».
Mi strinse la mano.
Osservai la sua bellezza semplice e sexy. «Lui chi era?» le
chiesi alla fine, ammettendo ufficialmente quello che era
accaduto, di cui avevo parlato brevemente solo con Jun. Il
sorriso di Phyllis rimase invariato. Impiegò un momento, e
poi comprese a che cosa alludessi.
«Non te lo posso dire».
Senza darmi il tempo di arrabbiarmi, mi prese una mano
tra le sue. «Fidati di me, Naomi. È meglio che alcuni incontri
restino anonimi. Voi due non vi siete fatti del male. Vi
siete divertiti un pochino. Gli avevo detto che con te sarebbe
andato a colpo sicuro, e lui si è comportato da gentiluomo
qual è. Vuoi un consiglio?» La sua espressione ironica
lasciava intendere che sapeva perfettamente che non l'avrei
gradito. «Lascia perdere. A volte è meglio per tutti, no?»
«Gli hai detto che con me...» m'impappinai.
Lei chinò la testa da un lato, fingendosi quanto mai divertita.
«Perché, non era la verità?»
Mi si strinse la gola. «Quindi era tutto combinato?» Non
riconobbi nemmeno la mia voce.
Phyllis rise. «Oh, Naomi!» esclamò. Davanti alla mia
espressione, però, riprese il controllo. «Che cos'hai pensato,
quando hai visto le maschere?»
«Tu hai detto...»
«Che il pubblico non è pronto ad abbandonare la rappresentazione
a cui ha appena assistito».
«E quindi indossano tutti delle maschere».
«Indossano delle maschere sotto le quali possono fare
tutto quello che vogliono. Ed è sempre così. Credi di essere
la prima? C'è un motivo se la gente adora il palcoscenico e
gli attrezzi di scena. La maggior parte delle Shakes lo capisce
bene. Non essere troppo severa con te stessa, o con noi».
Si allontanò, sollevando e allargando le braccia, e liquidando
la conversazione quasi fosse meglio dimenticarla sulla
scia di quella giornata. «Venezia» disse a voce alta. «Un
giorno. Credo che tu, mio povero e idealista Laerte, potresti
comprenderne la bellezza che svanisce, e il modo in cui
finge di non curarsi dell'opinione dei turisti, quando invece
brama di conoscerla». D'un tratto sollevò lo sguardo verso
il sole. Lo feci anch'io e, quando lo abbassai, gli occhi mi
bruciavano e vedevo tutto bianco, ed ebbi qualche difficoltà
a seguirla mentre spariva in mezzo alla folla.
Sarebbe scorretto dire che mi ero sentita congedata da
Phyllis, anche se solo qualche giorno dopo mi resi conto
che da lei avevo ricevuto esattamente quello che volevo:
l'invito a lasciare che quell'incontro rimanesse un episodio
isolato, facilmente sotterrabile sotto quello che si avviava
rapidamente a diventare il mio passato. Essendo cresciuta
all'ombra dell'isolamento di mia madre, adesso mi
sentivo bloccata, quasi pensassi che il minimo movimento
un po' forte da parte mia potesse scaraventare entrambe
a terra, ridotte in tanti pezzetti. Fu quasi liberatorio pensare
che fosse possibile provare amore e liquidarlo subito
dopo con un unico, rapidissimo atto. Senza causare alcun
mutamento.
Sulla scia degli eventi di quella primavera i miei voti mediocri
non erano affatto migliorati, nonostante le mie intenzioni
iniziali. Così, tra il secondo e il terzo anno, mi fu
consigliato di diversificare il curriculum extrascolastico, e di
lasciare il Brigham per lavorare come volontaria presso
l'Abiomed Inc. di Danvers, Massachusetts, una società che si
avviava a sviluppare un cuore artificiale completamente autonomo
a batteria. Era una delle tre aziende su tutto il territorio
nazionale da cui si attendeva un simile risultato e,
grazie ancora una volta alla raccomandazione della dottoressa
Orchuk, mi assicurai un posto per l'internato estivo.
E lì trascorsi le mie giornate osservando e andando a prendere
qualcosa per qualcuno.
Il laboratorio era ingombro di troppe cose da includere
in un dispositivo impiantabile, e i ricercatori si muovevano
in mezzo a quella confusione con tenace pazienza, come
archeologi impegnati a separare sassi da reperti integri.
Fino a quel momento, la tecnologia più moderna in sostituzione
del cuore era stata rappresentata da un enorme e
ingombrante apparecchio che consisteva in una rielaborazione
delle macchine per mungitura DeLaval Alpha, e che
era sistemato in un lato della stanza a ricordare il traguardo
che doveva essere superato. E io potevo guardarlo quando
l'attacco di papà era ormai un lontano ricordo, così come
la morte del padre di Teddy in seguito allo stesso male.
«È sorprendente» dissi un giorno al più simpatico tra i
ricercatori. «Dopo tanti anni di disturbi cardiaci, questo è
quanto di meglio siamo riusciti a fare».
«Già» fece lui. «Piuttosto patetico». Dal canto mio, lo
trovavo comunque un nobile risultato.
«È enorme» obiettò lui. «Un cuore artificiale dovrebbe
sostituire quello biologico assomigliandogli il più possibile.
Se faremo bene il nostro lavoro, nemmeno il paziente riuscirà
a notare la differenza».
Quell'estate continuai a vivere a casa. Facevo quel che ci
si aspettava da me, ma le giornate in laboratorio erano troppo
lunghe e sottoposte a un'organizzazione bizzarra, quasi
si trattasse di una messa in scena. Talvolta mi veniva voglia
di lasciarmi andare a una risata, davanti al distacco con cui
i ricercatori parlavano di complicazioni, di inevitabili fallimenti
o, peggio, di successi parziali. A casa aiutavo mamma
a farsi il bagno, quando me lo permetteva, e quasi tutte
le sere preparavo la cena a papà. La Carol passava a controllare
di tanto in tanto, felice di vedermi lì, come diceva
ogni volta, e all'occasione si presentava con un pasticcio di
tonao. Io e papà lo adoravamo: le patatine e il ripieno denso
erano un vero anestetico dopo le giornate più dure.
Qualche giorno prima dell'inizio del terzo anno papà
venne nella mia stanza e si sedette pesantemente sul mio
letto. Io stavo leggendo, sdraiata a pancia in sotto, e mi girai
per guardarlo. «È ora di andare, Naomi» mi disse, mettendomi
una mano sulla schiena.
«Dove?» gli chiesi. «Devi tornare a scuola». Stavo per rispondergli
che sapevo benissimo che presto sarebbe cominciato
l'anno, ma d'un tratto capii che cosa intendeva dire.
«Devi tornare a vivere a Wellesley» spiegò, senza che a quel
punto ce ne fosse più bisogno.
«Oh» feci io, abbassando lo sguardo sul libro, che richiusi
per studiarne la copertina. Era la vecchia copia della Teoria
della relatività che lui aveva tenuto sulla mensola della
cucina. Ancora adesso capivo ben poco del testo, pertanto
leggerlo era più una forma di meditazione che un'esperienza
di apprendimento. «Non mi hanno nemmeno assegnato
una stanza, pa'» dissi, e non appena quella frase fu uscita
dalla mia bocca mi parve la cosa peggiore che potessi dire
in quel momento.
Non mi stava cacciando. Mi stava spingendo delicatamente
verso il posto che in passato mi aveva dato un'istruzione,
vitto e alloggio. Per mio padre frequentare il college
non consisteva solo nel completare un corso di studi. No,
per lui prevedeva l'immergersi nell'esercizio di avere e conoscere
ogni cosa. Credo che lo credesse ancora possibile.
«Che ore sono a Tokyo?» gli chiesi, mentre un pensiero
mi attraversava la mente. Lui corrugò la fronte. «Lo scopro
da sola» dissi. Rimase seduto sul mio letto ancora un po',
mentre fingevo di avere altro da fare. Poi mormorò qualcosa;
dal tono, mi parve che avesse detto che mi voleva bene.
Essendo un uomo di media espansività, rimasi sorpresa
dalla dolcezza della sua voce. Smisi di fare quello che stavo
facendo, ma lui lasciò la stanza prima che avessi modo
di rispondergli.
Quell'estate avevo scritto a Jun dopo aver ricevuto una
sua lettera da Tokyo. Mi aveva dato anche il numero di telefono.
Stavo appunto frugando tra le mie cose, quando papà
ricomparve sulla porta della mia stanza. «Otto e mezzo di
domani mattina» disse. «Sono sedici ore avanti».
Mi voltai. Era in piedi sulla soglia. Indossava il cardigan
più logoro che aveva nel guardaroba, e si era rasato in modo
alquanto approssimativo. Avrei voluto tirargli fuori dei
vestiti puliti e comprargli un rasoio nuovo. «Hai bisogno di
una doccia» gli dissi invece, senza muovermi.
«Se devi chiamare, dovresti farlo adesso» mi rispose, per
poi andarsene di nuovo.
«È troppo presto» mormorai, anche se nessuno mi stava
ascoltando, ma mi feci coraggio e poco dopo andai al telefono.
Sentii il ronzio della centrale telefonica, e un suono basso
al posto del solito trillo. Ero convinta che non mi avrebbe
risposto nessuno, quando udii la voce di un uomo. D'un
tratto fui terrorizzata all'idea che potesse essere il padre di
Jun, e che fosse seccato per via dell'ora.
Cercai di scandire bene le parole. «Sono Naomi Feinstein.
Dall'America» aggiunsi, da vera idiota. «Posso parlare
con Jun Oko?»
Ci fu una breve pausa all'altro capo del filo. «Sì» rispose
la voce. Rimasi in linea per un momento che mi parve
decisamente lungo, troppo, quando l'uomo dall'altra parte
riprese la comunicazione: «Naomi, hai detto?» Annuii, e
poi dissi di sì. Aveva pronunciato il mio nome con estrema
attenzione, scandendo ogni singola vocale. Era suo padre,
ne ero quasi certa. Un attimo dopo Jun venne al telefono.
«Pa', riaggancia». Udii il clic del ricevitore che veniva rimesso
al suo posto.
«Che succede, Naomi? Tua madre sta bene?»
«Sta bene» risposi, e poi ebbi un momento di esitazione.
«Dopo l'operazione è filato tutto liscio». Dovetti interrompermi
per tranquillizzarmi. Era una tale gioia sentire la sua
voce. «Jun, non ho una camera per l'anno prossimo». Lo sapeva.
Nella sua lettera mi aveva scritto che Ellie aveva deciso
di trasferirsi dalla sua ragazza, che aveva diversi anni di
più - per vedere come sarebbe andata - e che quindi avrei potuto
dividere la stanza con lei, se non avessi deciso di fare la
pendolare. Sentii i rumori statici della connessione, mentre
le dicevo che speravo che l'offerta fosse ancora valida. Lei
rimase in silenzio. «So che probabilmente è troppo tardi».
«No» fece lei alla fine. «Anzi, sarebbe stupendo».
Cominciò a parlarmi dell'assegnazione delle stanze, ma
in preda all'eccitazione la interruppi; per la prima volta in
quell'estate stavo programmando qualcosa. Saltai su e le
dissi: «Posso andarci io, compilerò tutti i moduli che servono».
Avevo un sorriso stampato sul volto. Non sapevo che
altro dire. «Come stanno andando le tue vacanze?» le chiesi.
«Bene» rispose, e dal tono della voce fui certa che stesse
sorridendo. «Ho passato un sacco di tempo con George
Osaki, un vecchio amico di famiglia. Adesso non posso
parlare, mi sentono».
«Okay».
«Allora ci vediamo tra qualche settimana» aggiunse, e la sua felicità era sincera.
«Sì, sì». Riappendemmo, e io rimasi accanto al telefono, ancora con quel sorriso. D'un tratto mi resi conto di quanto mi fosse mancata. Mio padre era sulla porta. Quando sollevai lo sguardo, sembrò sorpreso di vedermi sorridere, ma poi i suoi baffi spettinati si sollevarono a un angolo della bocca, quasi tirati da un cordino invisibile.
...
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...
CAPITOLO 21.
...
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...
La mia impressione all'inizio dell'autunno fu che sarebbe
stato diverso da quelli che l'avevano preceduto. Dividevo
una stanza con Jun al dormitorio Freeman, e Mara avrebbe
diretto il Macbeth, ma io avevo saltato i provini in primavera
per stare vicina a mia madre. Li aveva saltati anche
Jun. Entrambe eravamo prese da altri pensieri, non ci sentivamo
in grado di affrontare il palcoscenico. Per la prima
volta, però, seguivamo un corso insieme: Scrittori e critici,
tenuto dall'ultimo studioso celebre venuto come ospite
al college, Jules Weingarten. Ne avevo sentito parlare, per
questo ero piuttosto fiduciosa. Per un breve periodo io e la
scuola sembrammo tornare sulla stessa lunghezza d'onda,
come risultato di una progressione naturale.
Il professor Weingarten era stato corteggiato per un breve
incarico a Wellesley da Yale, e questo contribuì a donargli
un alone sexy e virile ancor prima del suo arrivo. Credo
che ci piacesse pensare che aveva lasciato un gruppetto
di geni pelle e ossa (e maschi) per le affettate bellezze
del nostro college. Ero ancora fiera di potermi considerare
una studentessa di Wellesley, anche se la maggior parte
delle mie compagne riusciva a intimidirmi ancora più che
al primo anno. Molte di loro si erano a tal punto realizzate
da non aver più bisogno di fingersi sicure. Ciò le rendeva
meno ostili, ma più enigmatiche. Nessuna pensava alle studentesse
di Yale, che dalla nostra prospettiva apparivano vaghe e indefinite.
Anche A. J., Tiney e Ruth si erano iscritte al corso di
Weingarten, e così ci ritrovammo a sedere vicine per quasi
tutto il semestre; o almeno A. J., Tiney, Jun e io. Ruth cercava
il primo posto disponibile, quando arrivava con qualche
minuto di ritardo, o si limitava a salutarci dalla porta quando
si vergognava troppo per entrare. Ci mostrava il quaderno
attraverso il vetro, per farci capire che dopo ci avrebbe
chiesto gli appunti. Di solito A. J. o io le facevamo un cenno
con la testa, altrimenti non se ne andava. Julie non era a
Wellesley quel semestre. Stava studiando a Oxford.
Non fu facile abituarsi all'aspetto di Weingarten, e mi
chiedo se anche questo contribuì al fascino che inizialmente
esercitò su di noi. Aveva la testa grande e asimmetrica, i
capelli erano radi, crespi e rossicci divisi in due ciuffi, sopra
i lobi temporali e le orecchie. Era il ritratto dell'arroganza:
gli occhi piccoli, con le palpebre semiabbassate, il naso simile
a un becco di cera, le labbra troppo espressive e leggermente
secche. La pelle aveva il colore del miele acquoso ed
era coperta da piccole e fitte costellazioni di cicatrici lasciate
dall'acne. Quando era eccitato, gli si gonfiava una lunga
vena blu che correva dalla fronte - appena sotto l'attaccatura
dei capelli - attraverso tutto il cranio e fino alla nuca.
Anche le sue lezioni erano quasi sempre eccezionali, come
una sinfonia in cui ogni momento sembra troppo perfetto
per essere superato da ciò che viene dopo. Il primo
giorno cominciò - come poi avrebbe fatto ogni volta -
prendendosi un minuto per scorrere una pagina o due dei
testi che aveva davanti. Iniziò a parlare mentre aveva ancora
lo sguardo rivolto verso il basso. «Scrittori e critici» esordì,
schiarendosi la voce. «Un rapporto su cui molti di noi si
sono interrogati. Una relazione difficile.
«Quella che cominceremo a esplorare oggi, e che vorrei
fosse il tema dei vostri lavori di fine semestre» ancora non
aveva incrociato lo sguardo di nessuna, anche se i nostri
occhi erano tutti puntati su di lui, «è la relazione epistemologica,
esistenziale, politica e comunque la vogliate definire
- e questa è una cosa di cui parleremo - tra scrittori
e critici». Fece una pausa, prese un sorso di caffè, si voltò
verso la lavagna e la studiò quasi non fosse sicuro di quello
che vi sarebbe apparso, o di dove avrebbe dovuto cominciare
a scrivere. «Consideriamo come punto di partenza»
continuò, sempre fissando la lavagna «l'argomentazione
che presuppone una sostanziale differenza tra le due categorie,
e il motivo per cui la letteratura spicca il volo mentre
la critica punge. Lo scrittore persegue ciò che lo interessa,
mentre il critico persegue ciò che lo infastidisce». Aveva
scritto «scrittore» e «critico» alle due estremità della lavagna,
aggiungendo «interesse» sotto il primo e «fastidio» sotto il secondo.
Tornò al podio prima di abbassare di nuovo lo sguardo
sul testo, ma non credo stesse leggendo. Piuttosto sembrava
prendere coraggio dalla vista di quelle parole stampate,
forse rassicurato dai caratteri neri su fondo bianco.
«Dal momento che persegue ciò che lo infastidisce, il
critico conosce molte più cose. Deve per forza» aggiunse, il
capo sempre chino, «perché una mente che preferisce andare
in cerca di ciò che la disturba trova molto più materiale
rispetto a una che aspira ai propri piaceri». Aveva l'abitudine
di appoggiarsi a una mano chiusa a pugno mentre
fissava il tavolo. «Pure, sebbene tale conoscenza lo logori, e
sebbene i suoi scritti siano spesso freddi e sprezzanti, è sicuramente
il critico a essere maggiormente consumato dal
proprio romanticismo; ogni volta che si accinge a leggere
un testo, lo fa con la speranza segreta di scovare un autore
perfetto, esteticamente, moralmente o epistemologicamente
brillante. Un autore che lo costringa a credere, inequivocabilmente,
che potrebbe esistere qualcuno - uomo o donna
- capace di rendere insignificante tutto ciò che lo turba
o lo infastidisce nel mondo in generale, o nel mondo letterario
in cui ha scelto di vivere.
«Fatto alquanto curioso, quando in passato un critico si
è ritrovato su un territorio simile, solo un autore o un'autrice
sono riusciti a catturare la sua immaginazione, come se
essere stregati da un testo fosse una forma bastarda di monoteismo».
Sollevò brevemente gli occhi al di sopra degli
occhiali, per controllare le nostre reazioni. Eravamo tutte in
silenzio, attente. «Pertanto il critico è un credente nascosto,
anche se qualcuno potrebbe sostenere che è condannato a
trascorrere la maggior parte della sua vita nell'illusione o in
una triste misantropia, almeno per quanto concerne la parola
scritta». Un accenno di sorriso comparve sul suo volto,
e un risolino attraversò l'aula. «O forse dovrei dire ideologicamente
condannato» aggiunse, quasi mormorando quelle ultime parole tra le pagine del libro.
Subito Sharon Minks - una ragazza con cui non avevo
fatto amicizia, ma che conoscevo bene per il bisogno compulsivo
di screditare i professori non appena cominciavano
a illustrare le proprie teorie - fece una domanda. Riuscii
a ignorare quello che diceva, ma inevitabilmente la sua
espressione mi rimase impressa nella mente: gli occhi avidi
e sporgenti, che si aprirono ancora di più nell'istante in cui aprì la bocca per parlare.
Il professor Weingarten la ascoltò e le rispose, bocciando
la sua osservazione con assoluta tranquillità e senza sforzo
alcuno, anche se questo non servì a fermarla. Sharon si
scagliò contro il suo avversario come una muta di cani che
per troppo tempo è stata tenuta alla catena; continuò ad
ansimare per tutti i cinque minuti di discussione. Fortunatamente,
spesso si spegneva prima di aver causato troppi
danni al dibattito; ma, sfortunatamente, perché ciò accadesse
il professore doveva fare qualche sgradevole allusione
ai suoi commenti irritanti e privi di fondamento. Seguivamo
tre corsi insieme; apparentemente, realizzai con una
certa preoccupazione, avevamo interessi simili. Quando era
in aula, sentivo la mancanza del laboratorio tranquillo e
monotono, dove io e le mie compagne stavamo chine sul
materiale che avevamo davanti senza dire una parola, intente a cercare risposte.
Ma poi Jun alzò la mano. Rimasi di sasso; le studentesse
di Wellesley erano in generale loquaci a lezione, ma lei
di solito preferiva ascoltare. Stava dicendo qualcosa a proposito
del fatto che interesse e fastidio potessero coincidere,
dal momento che esistevano molti artisti infastiditi e molti
critici interessati, un'osservazione che Weingarten sembrava
disposto ad accogliere, se solo Jun gli avesse dato la possibilità
di parlare. Invece continuò a insistere e, anche se lui
la ascoltò più a lungo di quanto meritasse, era chiaramente
demoralizzato: probabilmente voleva mostrarsi paziente
almeno il primo giorno ma, tra Sharon e Jun, l'impresa mi
parve impossibile per chiunque.
I suoi modi tolleranti riuscirono solo a rendere Jun ancora
più determinata, anche se la sua logica cominciò a perdere
concentrazione. Solo quando apparve chiaro che la pazienza
del professore aveva raggiunto il limite, l'argomentazione
di Jun si avviò verso l'inesorabile conclusione. Non
sarebbe mai riuscita a spuntarla, e in quel momento ripensai
al nostro incontro di tennis di quasi tre anni prima, e al
modo in cui la sua calma mi aveva fatta infuriare, spingendomi
a lottare per qualcosa a cui non ero stata in grado di dare un nome.
Alla fine Weingarten si impose e ci invitò a proseguire.
Ma Jun aveva ancora l'ultima cartuccia da sparare. «Anche
i critici si eccitano, professore. Soprattutto tra le lenzuola».
Quell'affermazione fu sufficiente a rompere la tensione.
Qualcuna rise, e il professore riuscì a dirottare la discussione.
Io no. Finalmente avevo capito che cosa stava facendo
la mia amica, e lo shock di quella scoperta cancellò tutto il
resto. Stava imitando Phyllis: quella che aveva sostenuto era
un'argomentazione di Phyllis. Phyllis infatti amava sottolineare
come i critici non fossero mai muti come sembravano,
e l'osservazione relativa alle lenzuola era una citazione
letterale del suo pensiero. E il sorriso perfetto che si allargò
sul volto di Jun mentre la pronunciava mi fece capire qualcosa
che avrei dovuto notare tanto tempo prima.
Era successo qualcosa tra loro. Tra Jun e Phyllis. Phyllis...
che, stando a quanto mi avevano ripetuto insistentemente
Ruth e Calbe durante una prova serale dell'Amleto,
andava a letto con chiunque. Nell'istante stesso in cui
ricordai quel commento, me ne pentii. Ma c'era un fondo di
verità dietro l'avversione che stavo tentando di soffocare.
Phyllis. Audace, indiscreta, la ragazza che non sentiva mai
il bisogno di chiedere scusa.
Il massimo che riuscii a fare fu restare seduta, mentre la
classe esplodeva in una risata fragorosa e commentava sottovoce
il contributo della studentessa successiva, che portò
l'ilarità generale a un gradino ancora più basso. Persino
Weingarten si lasciò sfuggire un sorriso. Io, invece, rimasi
seduta, paralizzata da quella verità che non avrei dovuto conoscere.
Ero certa che nessun'altra avrebbe collegato quanto aveva
detto Jun a ciò che poteva essere successo tra lei e Phyllis,
ma a martellarmi nel petto non era quella consapevolezza.
No, piuttosto era il fatto che Jun se lo fosse fatto sfuggire.
Pensai a tutte le ragazze del campus che l'avevano presa
in giro per due anni, considerandola falsa riguardo alla sua
sessualità, e che non si disturbavano a pensare che quel distacco
costruito con tanta cura fosse il segno di un'integrità
e di un timore troppo privati per essere spiegati anche alle
sue amiche più intime, le quali probabilmente avrebbero
afferrato l'una o l'altra delle sue allusioni. E in mezzo a
tutto questo, d'un tratto temetti che avesse compiuto quella mossa senza nemmeno rendersi conto di ciò che faceva.
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CAPITOLO 22.
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Quando uscimmo dall'aula pioveva a dirotto, e nessuna di
noi aveva un ombrello. Di solito chiacchieravamo, mentre
lasciavamo l'edificio, ma questa volta eravamo troppo impegnate
a fare strategie su come raggiungere le lezioni successive,
considerato il tempo pessimo. Ero grata per tutto quello stupido vociare, e dopo un minuto me la svignai e mi buttai sotto la pioggia.
Non rividi Jun fino a quella sera. Avevamo deciso di cenare
insieme in mensa, ma io non mi presentai. Stavo ancora
cercando di decidere se avessi qualcosa da dirle. Per
quanto ne sapevo, lei non si aspettava nulla. E, di nuovo,
era stato soprattutto questo a tormentarmi, e a tenermi lontana
da lei per quasi tutto il giorno, in preda a uno strano senso di colpa.
Tornata in camera, la trovai allegra e serena. Avevo comprato
due ombrelli in libreria, e Jun fu piacevolmente sorpresa
quando le diedi il suo. Lo prese con entrambe le mani
e lo guardò meravigliata, un po' come un genitore davanti
al progetto realizzato a scuola dal proprio figlio. Evidentemente
non le capitava spesso di ricevere regali.
Lo ripose nel guardaroba, mentre io mi lasciavo cadere sul letto. Amy mi avrebbe lanciato un'occhiataccia, ma Jun non si voltò nemmeno a guardarmi. Stava canticchiando qualcosa, mentre sistemava i libri che aveva appena acquistato per il semestre.
La osservai per un po', finché non ne potei più della sua allegria, che sembrava aumentare con il passare dei minuti. Mi tirai su a sedere. «Jun» dissi, «quanto è durata?»
Lei mi guardò, l'espressione interrogativa. «La storia con Phyllis».
Abbassò immediatamente la testa. Avevo colpito nel segno.
Nel silenzio che seguì sentii il bisogno di muovermi, così mi alzai e andai dall'altra parte della stanza, fingendo di avere qualcosa da fare.
«Chi te l'ha detto?» mi chiese, mentre rigirava un libro tra le mani. Era uno dei miei, ma non lo stava leggendo; era semplicemente impegnata a lisciarne la copertina. «È stata Phyllis?» Sollevò lo sguardo verso di me. Avrei dovuto immaginare che si sarebbe fatta più audace, una volta svelato il suo segreto. Era troppo diretta per seppellire sotto la sabbia quella testa che era abituata a tenere ben dritta.
Scossi il capo. Mi ritrovai anch'io con un volume tra le mani. Inconsciamente dovevo averla imitata, tentando di schierarmi dalla sua parte, sebbene il mio comportamento la stesse rendendo sempre più nervosa. Lo tenni fermo, resistendo
alla tentazione di rigirarlo, limitandomi a guardarlo e ad accarezzarne la copertina.
«Oggi, a lezione» scorsi il panico nei suoi occhi, «hai ripetuto una sua affermazione. Parola per parola». Aggrottò le sopracciglia, dubbiosa. «Ho tirato a indovinare» mentii.
«Hai tirato a indovinare?» Forse lo disse con intento aggressivo,
ma sapevamo entrambe che non aveva alcuna importanza
se davvero avevo semplicemente indovinato. Non
la stavo accusando, ero soltanto preoccupata per quello che
aveva tentato di tenere nascosto; e sapevo che cosa significava
voler proteggere un segreto a tutti i costi.
«Mi dispiace» le dissi. Ero come inchiodata, avevo paura
di muovermi. Volevo che quel momento fosse suo, anche
se avevo invaso la sua privacy in modo così profondo
che non ero sicura l'avrebbe accettato.
Lei rise. Una risata poco convincente, ma almeno non
falsa. «Sai com'è Phyllis» disse, accennando una smorfia.
Sì, sapevo com'era. Non si faceva problemi a rendere noto
tutto ciò che le andava e che non le andava, e non sopportava
di avere a cuore gli interessi di qualcun altro.
Improvvisamente mi sentii furiosa. «Sì, Jun. Perché non hai
fatto una scelta diversa per la tua prima volta?»
Il suo viso si fece cupo, chiuso. «Come sai che è stata la
mia prima volta?» mi chiese secca.
«Be', lo sarà stata almeno qui a Wellesley. Giusto?»
«Quindi hai tenuto il conto delle mie conquiste? Da che
pulpito... Non sei uscita con nessuno per due anni, e poi
ti sei scopata un tizio in una stanza buia mentre eri ubriaca persa».
«Non ero ubriaca».
«Grandioso. Ancora meglio. Chi ti dà il diritto di giudicare?» Non voleva mollare.
Mi si strinse lo stomaco. «Ho gli stessi diritti di chiunque altro. E non avrei dovuto lasciare che accadesse, è stato un errore» riuscii a dire. Ma la mia insistenza suonò falsa.
Era stato un errore? Non era stato intenzionale come qualunque cosa avesse fatto lei con Phyllis?
Gettò il libro sul pavimento. Eravamo alla fine. «E io invece non dovrei fare errori» mormorò. «Fantastico. Sì, è maledettamente fantastico, cazzo».
«Non m'importa chi ti porti a letto, Jun» cominciai, senza
sapere dove volessi andare a parare. «Ma a che scopo tenere
tutto segreto?» Non annuì, e non scosse la testa. Abbassai
la voce. «Non era importante, vero?» Non potei fare a
meno di chiedere una sua conferma, per quanto mi sentissi
profondamente a disagio. D'un tratto, mi parve di riuscire
a comprendere Amy più di quanto non mi fosse successo
nei due anni in cui eravamo state compagne di stanza. Certo
che era stata importante, la sua storia con Phyllis. Ancora
non ne comprendevo il motivo, ma l'espressione di Jun,
e il fatto che non si fosse confidata nemmeno con me, mi
fecero capire che quell'esperienza l'aveva segnata, al punto
che non riusciva più a tenersi tutto dentro. Ebbi la sensazione
che mi sarei messa a urlare, invece scoppiai a ridere.
Ridevo e ridevo; lei mi guardava, preoccupata e incazzata
insieme, ma riusciva solo a farmi ridere di più.
«Maledettamente fantastico?» ripetei. «Hai detto davvero così?»
E poi scoppiò a ridere anche lei, come aveva fatto quella
notte in cui l'avevo sorpresa nel campus da sola, a fissare
nel buio. Alla fine andai a sedermi accanto a lei e le chiesi di perdonarmi.
Annuì. Si era ammorbidita. «Hai ragione. Ho sbagliato
a permettere che succedesse con Phyllis. Credo di essere
semplicemente stanca di tutto. Questo cazzo di campus
mi sta stretto, non puoi fare un passo senza che lo vengano
a sapere tutte. E sono stufa di sentirmi chiedere degli
affari miei da persone che nemmeno conosco. Non è giusto».
Annuii anch'io, ma avevo ancora i nervi a fior di pelle, e
dovetti sforzarmi di fare appello a tutta la mia delicatezza.
«Io credo che potresti trovare una vera fidanzata, qui. Una
ragazza che sia giusta per te». E poi, prima che il coraggio
mi abbandonasse, aggiunsi: «Certo non sarai l'unica lesbica in Giappone».
La sua reazione fu automatica. Non mi guardò nemmeno.
Si alzò e si allontanò. Io rimasi dov'ero, domandandomi se fosse finita, o se quella mossa fosse servita a preparare entrambe a qualcos'altro.
«La mia vita deve andare in un certo modo» disse alla fine,
con un'espressione che potrei definire compassionevole.
«Wellesley non è il punto d'arrivo». Il suo viso s'indurì.
«È solo una tappa. Una delle tante decisioni che sono state
prese per me prima ancora che venissi al mondo. Non
so nemmeno come spiegartelo». Intrecciò le braccia dietro
la schiena, quasi dovesse difendersi da qualcosa che poteva
prenderla alle spalle. «Ma forse puoi capire questo.
«La mia vita personale non è la cosa più importante di
me. E so che comprendi quello che voglio dire. C'è qualcosa,
in quello che sta succedendo a tua madre... Non so,
ho l'impressione che anche tu sia in attesa di qualcosa». Afferrò
una pallina da tennis dal pavimento davanti a lei e la
lanciò in aria, per poi riprenderla. La lanciò di nuovo, ma
questa volta la presi io e la trattenni, accarezzando la superficie ruvida e sfilacciata con il pollice.
«Può darsi» ammisi.
Lei annuì, mentre andava a sedersi sul mio letto, le mani giunte in grembo. «Essere figlia di mio padre, in Giappone
- essere destinata a prendere il suo posto - significa avere qualcosa che è separato da me, ma a cui sono legata in modo
indissolubile. Qualcosa che cresce ogni volta che in famiglia c'è un nuovo nato, a cui viene assegnato il proprio
posto: se nella catena si spezzasse il mio anello, si romperebbero migliaia di altre cose. Non solo la mia famiglia, anche
se sarebbe il danno peggiore, ma anche le persone che vi gravitano intorno, che provano orgoglio per Satoru Oko,
per la sua forte dinastia e per il potenziale che i suoi figli rappresentano nel futuro della compagnia. E, per estensione, per il paese stesso».
Si fermò per radunare i pensieri. Poi si alzò e prese a camminare per la stanza. «È un paese piccolo, Naomi. Non
ha nulla a che vedere con gli Stati Uniti. A definirci sono le storie che condividiamo. Dipendiamo l'uno dall'altro. E il
potere è una delle nostre droghe, soprattutto se è considerevole».
La camera si era fatta più buia, il pomeriggio stava lasciando il posto alla sera. «Hai idea di quante persone sappiano
che sono qui? Probabilmente sanno anche che sto in questo dormitorio, con una graziosa ragazza ebrea del Massachusetts,
e che mi laureerò in economia. Sanno addirittura che posizione occupo nella squadra di tennis!» Il suo tono era meccanico, il viso quasi immobile.
«Be', sei la numero uno. Non credo sia un'informazione riservata».
Mi rispose con un enorme sorriso, quasi avessimo fatto
una battuta. «Mi mancherai, Naomi» disse, cogliendomi
alla sprovvista. E in quel momento pensai a dove saremmo
state di lì a qualche anno... e anch'io sentii la sua mancanza,
nonostante lei fosse ancora lì, davanti a me.
Sopra la mia scrivania avevo attaccato un'immagine di
Orfeo ed Euridice, tratta dal volume dei d'Aulaire che mio
padre mi aveva regalato tanti anni prima, che a casa avevo
tenuto in camera dopo che papà aveva tentato di incollare
Mnemosine e io l'avevo gettata via. L'avevo intesa come
una concessione a mio padre, riservare un posto d'onore
almeno a uno dei miti greci; d'altro canto, non mi stancavo
mai di guardare Orfeo, con il suo strumento in spalla,
la moglie che lo segue fuori dagli inferi a piedi nudi.
Lei era così reale, con i folti riccioli neri nascosti dal velo, e
con i suoi passi cauti. In cuor mio avevo sempre saputo che
quell'immagine immortalava la scena che precedeva il momento
in cui lui si voltava a guardarla. Ogni tanto mi capitava
ancora di sognare me e Teddy nei panni di Orfeo ed
Euridice: io mi sforzavo di non guardare indietro, sperando
che lui mi avrebbe seguita se gli avessi mostrato la parte
migliore di me. Ma la verità era che proprio non mi capacitavo
del fatto che qualcuno potesse non voltarsi, anche
solo per controllare. Se una persona non ci mostra il suo
volto, come possiamo credere che ritornerà, quando la rivorremo con noi?
Tra me e Jun le cose non furono più tanto facili, anche
se, stranamente, penso che la nostra amicizia si fosse fatta
più profonda. Pensai più seriamente che dovevo lasciarmi
influenzare dalla sua diligenza e concentrare di nuovo le
mie energie sulla scuola, ma ero stranamente lontana dalla
passione che mi aveva spinta in passato. Andavo soltanto
ad assistere alle lezioni e poi, uscendo dall'aula, mi lasciavo
scivolare il lavoro tra le dita, così come una persona che lascia
cadere i gioielli in giro, una volta arrivata a casa. Forse
fu per questo che non fui affatto sorpresa nel ricevere la lettera della preside.
Aprendola, ero convinta di trovare subito una sua comunicazione,
invece il primo foglio era scritto a mano da
una certa Grayson Alexander, un'ex alunna che mi parlava
dei suoi anni alla facoltà di medicina della Johns Hopkins
e del mestiere di medico, e m'incitava a mantenere una media
alta così da assicurarmi «amicizie indelebili» (la facoltà
di medicina) ed «esperienze incredibili, capaci di cambiare
la vita di una persona» (le cliniche in Sudafrica; l'internato
a Harvard): tutte cose per le quali lei doveva ringraziare la
preparazione di base conseguita a Wellesley (non lo diceva
esplicitamente, ma era sottinteso). Anche messi a confronto
con quelli delle compagne, i suoi risultati erano eccezionali. Mi parve quasi di sentire le voci del comitato che l'aveva scelta e descritta come innovativa, compassionevole, creativa.
«Hm» fece Jun indifferente, leggendo da sopra la mia
spalla. «Ti ci vedo proprio a fare cose del genere».
Già immaginavamo che cosa dicesse l'altra lettera, quella
con il sigillo del college. «Gentile signorina Feinstein» cominciava.
«È giunto alla nostra attenzione...» Perché tante
persone si nascondono dietro frasi abusate per comunicare
una brutta notizia? Forse per attutire il colpo, anche se le
parole vuote rendono la notizia fredda, priva dell'affettuosa
confusione contenuta in un messaggio personale. E in effetti
era solo la mia media (3,4, due decimi di punto inferiore
a quella che ci si sarebbe aspettati dalla sottoscritta) a
spingere l'amministrazione a mettermi in guardia, dicendomi
che non sarei stata ammessa a nessuna tra le facoltà di
medicina più ambite se non avessi mantenuto buoni voti, e
a manifestare preoccupazione per un calo che rifletteva una
mancanza di entusiasmo. Potevo chiedere aiuto, se volevo.
Ma era chiaro a tutti - a me, a Jun, alla dottoressa Grayson
Alexander, alla preside Silas e alle consulenti scolastiche dei
corsi propedeutici a medicina che insieme avevano firmato
la lettera ufficiale - che non si trattava solo di quello che
desideravo (e che più mi piaceva) ma, principalmente, di
quello che si supponeva dovessi desiderare.
«Hai mai chiesto un permesso per motivi personali?» mi domandò Jun, interrompendo i miei pensieri, mentre passava in rassegna la sua posta.
«Come?»
«Quando tua madre si è ammalata, Noms». Adesso mi
stava guardando negli occhi. «Non hai mai chiesto un permesso,
vero?» Vero. «Hai parlato con la tua consulente?»
Non le risposi, limitandomi ad andare al cestino per gettarvi
la posta inutile: una comunicazione da parte di una
carta di credito - un'offerta presumibilmente - e delle proposte
scontate per le vacanze di primavera. «Non capisco
perché non mi abbiano spedito quella lettera durante l'estate»
rimuginai, fingendomi più pensierosa di quanto non
fossi. «Avrei potuto fare qualcosa prima di scegliere i corsi».
«Ad esempio?»
«Non lo so. Qualcosa». La verità era che sapevo perfettamente
di star andando in quella direzione. Buona parte
dei compiti a scuola sono volti a compiacere studente e professore:
è un modo di scambiarsi promesse tra due amanti
che condividono la passione per la conoscenza. Ma ciascun
partner si spazientisce, se l'altro è distratto. E la comprensione
non è sufficiente; dev'essere offerta regolarmente
e volontariamente. Nessun amante vuole chiedere affetto
alla persona amata. Quello che riuscivo a memorizzare
non contava nulla, se non ero disposta a dare dimostrazione
della mia conoscenza. Sapevo che le relazioni del corso
di laboratorio, che avevo scritto frettolosamente, suscitavano
silenzi riecheggianti, laddove ci si sarebbe aspettati una
risposta diretta a una richiesta altrettanto diretta. Ma che
cosa accidenti stavo facendo?
«Non lo so» ripetei. Un'altra ragazza entrò come un fulmine
dalla porta principale e prese la sua posta senza badare
a noi. Fece parecchio rumore, e con tutta calma gettò la
spazzatura nel cestino accanto a me, prima di salire al piano di sopra.
«Non è troppo tardi. Il prossimo semestre potresti impegnarti
di più, Naomi, magari evitando di sparire tra le Shakes.
Ti basta partecipare alle riunioni per tenerti aggiornata.
Molte di noi si ritirano per un po', quando lo studio diventa
troppo impegnativo».
Aveva ragione. Le cassette delle lettere erano file e file di
vetro e oro, centinaia di maniglie disposte su riquadri scintillanti.
Ne toccai una, sapendo di non poterla aprire.
«In ogni caso sta a te» mi disse. «È tua la scelta».
Aveva raccolto le sue cose, ma aspettava una mia risposta.
Io ripiegai le lettere e le rimisi nella busta. «Domani
andrò dalla preside» dissi, «per vedere se ha qualche idea».
«D'accordo» fece lei, e insieme ci avviammo verso la nostra
stanza. Cominciò a parlarmi di qualcosa che non c'entrava
nulla, una distrazione di cui le sono grata ancora oggi.
Quando entrammo in camera e accendemmo la luce, appoggiando
tutta la nostra roba, mi sentivo già sollevata, addirittura
felice di avere l'opportunità di rivolgermi alla preside.
Quasi fossi una ladra che alla fine viene beccata e portata davanti alla giustizia.
...
.
...
CAPITOLO 23.
...
.
...
La preside Silas riceveva ogni martedì pomeriggio, così l'indomani
andai nel suo ufficio, sperando in cuor mio di trovarla
occupata. Ma, quando arrivai, scoprii che non aveva
appuntamenti. Solo altre due studentesse si erano prenotate
per quel pomeriggio, più tardi.
L'ufficio era in fondo a un ampio corridoio, e faceva parte
dei locali amministrativi che sorgevano in quell'ala di
Green Hall. C'era silenzio, e immaginai che quel posto fosse
così anche nei momenti in cui era molto animato. Sul
pavimento erano stesi diversi tappeti di una tonalità scura
e intensa, le pareti erano bianco sporco. Cornici d'ebano
contenevano schizzi di vari edifici del campus.
Evidentemente la preside non si aspettava che qualche
studentessa si sarebbe presentata senza appuntamento, pertanto
restammo entrambe sorprese quando lei uscì per dare
un'occhiata alla lista. Mi fece accomodare con gentilezza,
e mentre mi sedevo si prese un minuto per studiare la
lavagnetta appesa fuori dalla porta. «Signorina Feinstein».
Mi porse la mano quando rientrò, e io dovetti alzarmi per
stringergliela. La salutai anche con un cenno del capo e aggiunsi
che ero lieta di fare la sua conoscenza. Tutte quelle
formalità mi fecero venire ancora più voglia di andarmene.
«Immagino sia qui per la lettera» disse, mentre andava
alla sua scrivania. Sorrise davanti alla mia espressione sorpresa.
«Che lei ci creda o no, sono al corrente di ogni singola
comunicazione che esce da questo ufficio». Il suo sorriso
si fece più rilassato. «Inoltre non ci siamo mai incontrate
e, dal momento che mi sembra piuttosto agitata e in collera,
presumo che non sia qui di sua volontà. Propedeutica
a medicina, se non ricordo male...» Annuii. «Strada ardua»
osservò amabile, appoggiandosi allo schienale della sedia.
Aveva una matita, o una penna, con cui prese a picchiettare
sulla scrivania dalla sua posizione rilassata. Io la guardai,
senza rispondere all'osservazione. «Che cosa possiamo fare
per lei, signorina Feinstein?» mi chiese, quando si rese conto che non avrei detto nulla.
Doveva avere più anni di quanti ne dimostrasse, ma aveva
un'energia e un entusiasmo straordinari. Indossava una
gonna di velluto a coste e una camicia con il colletto abbottonato,
infilata nella gonna. La cintura era molto semplice,
come pure le scarpe. Il viso era segnato dalle rughe,
ma gli occhi brillavano, e i capelli grigi lunghi fino alle spalle
erano raccolti in un piccolo e perfetto chignon. Emanava
quella che non so definire altrimenti se non come la sicurezza
tipica del New England: era stata educata come si
deve, secondo la tradizione, e la tradizione l'avrebbe posta in una solida bara.
Non avevo idea di che cosa dire. Non sapevo se ero lì
per discutere della mia situazione o per essere rassicurata,
per uscire dal programma o per annunciare il mio rinnovato
impegno. «In tutta onestà» risposi, «non lo so».
La preside sembrò apprezzare la mia sincerità, e annuì
comprensiva. «Non tutti sono tagliati per la facoltà di medicina.
Preparare voi studentesse alle fatiche di curare i pazienti
è un vero tormento, che viene fatto apparire migliore
di quanto non sia. Immagino che le fatiche di curare gli
studenti non siano molto diverse». Sarebbe dovuta essere
una battuta, e mi sforzai di ridere un pochino per ingraziarmela.
«Anche se voi potete alzarvi e andarvene» stava ancora
parlando di noi studentesse, «la vostra dipendenza è molto
più sottile. Il mio lavoro, in verità, è un privilegio. Voi dopo
quattro anni sparite in men che non si dica. E spesso non
vi incontro nemmeno, il che rende una visita come questa
particolarmente preziosa. Come quando un uccellino ti
si posa su una spalla». Batté le palpebre. «Ha mai studiato
ornitologia?» Annuii. «Qualcosa» risposi (avevo sfogliato
dei libri sugli uccelli alle superiori, quando Teddy non aveva
ancora smesso di scrivermi, per dare un nome ad alcuni
dei suoi disegni), e un sorrisetto compiaciuto comparve
sul suo viso sorpreso. «Una disciplina fantastica. Ma oggi le
ragazze sono troppo impegnate a guardare gli uccelli senza
studiarli. Bisognerebbe farne una professione». D'un tratto
si tirò su sulla sedia e si piegò in avanti allargando le braccia.
«Ma è il mondo che vi abbiamo dato, temo. Mi dica, signorina
Feinstein, posso chiamarla Naomi?» Annuii. «Cos'è che la interessa?»
Di nuovo, non ne ero del tutto sicura. «Cardiologia» risposi,
sicura. «In particolare i cuori artificiali». Mi stavo
sforzando troppo, e la voce mi uscì rotta.
Lei, tuttavia, sorrise. «Be', è grandioso. Spero che Wellesley
possa offrirle tutte le opportunità di centrare i suoi
obiettivi. Mi pare di aver sentito che ha potuto approfittare
di uno dei migliori internati di cardiologia del paese
per studenti non laureati. Presso la Abiomed, è corretto?»
Aspettò una mia conferma. Annuii con un pallido sorriso.
«Bene».
Si alzò, girò intorno alla scrivania e vi si appoggiò.
«Ascolti, Naomi, se vuole proseguire su questa strada, deve
alzare i suoi voti. La prima fatica delle migliori facoltà di
medicina è l'ammissione. Non sto cercando di spingerla in
quella direzione, la decisione dev'essere solo sua; se è davvero
questo che vuole, tuttavia, non perda tempo. Ci sono almeno
dieci ragazze - e venti ragazzi - che vorrebbero il suo
posto. Non se lo faccia scappare solo perché ha rinunciato
a lottare. Non si accontenterà di una scuola di second'ordine,
se può entrare in una delle migliori. Mi dia soltanto un
minuto» si girò e frugò tra una pila di cartelle alle sue spalle.
«Ah, eccola qui» disse, voltandosi di nuovo verso di me.
Aprì la mia cartella e diede un'occhiata alla prima pagina.
«No, questi voti non la faranno entrare nelle scuole che ambisce
a frequentare». Spinse gli occhiali dalla montatura sottile
sopra la testa, come se volesse vedermi meglio. «Se non
fosse una studentessa meritevole, la indirizzerei altrove. Ma
i primi voti mostrano che è portata per questo corso di studi,
e già in passato ha dichiarato di voler seguire questa strada».
Mentre lo diceva, mi studiò attentamente. Mi chiesi se
mi avesse appena snocciolato una frase che non era certa
avrei digerito. «Tuttavia la decisione è sua» ripeté. «Soltanto
sua. Deve prenderla in autonomia». Ogni ripetizione era
più carica e significativa della precedente. Forse ci aspettavamo
entrambe che avrei risposto con la stessa concentrazione
e la stessa determinazione che lei aveva riservato a me.
Annuii, affinché sapesse che avevo sentito ogni parola.
«Non ho mai pensato di non diventare medico» dissi.
Era disposta a pazientare, ma ci stavo impiegando un po'
di tempo. «Coraggio» m'incitò.
Pensai alla bellezza del corpo umano, al modo in cui lottava
per guarire malgrado l'inevitabile, al fascino che ancora
esercitava su di me. Pensai alla paura che avevo provato
quando avevo visto per la prima volta la copertina dell'Anatomia
del Gray, e avevo seguito le linee rosse con un dito,
nel tentativo di capirle meglio. Pensai a quelle prime esplorazioni
del corpo di Teddy; e al signor Rosenthal, che aveva
condiviso con il figlio il suo amore per gli uccelli e che,
dopo la sua morte, aveva lasciato Teddy sotto l'ala della madre.
Pensai al fatto che persino quel medico severo dell'ospedale
nei pressi di Milnah aveva capito che era meglio
non separarci; e ricordai che mi era parso potente e sconosciuto
come un dio. E poi pensai al mio incontro più recente,
e a come il toccarsi riuscisse a divorare l'inibizione.
«Non so perché, ma non è come me lo aspettavo». In quel
momento, la mia mente fu attraversata dal ricordo di Teddy
che tentava di auscultarmi il cuore appoggiando lo stetoscopio
sul mio ventre. «Non saprei proprio in quale altro
modo spiegarglielo, ma c'è un ostacolo tra la mia idea di
ciò che volevo essere, di chi vorrei essere ora che sono qui,
e la realtà». Mi rendevo conto che non aveva molto senso, e
che le mie erano solo parole vuote che probabilmente aveva
sentito centinaia di volte in quella stessa stanza. Ciononostante
mi stava ascoltando, paziente.
«Alcune delle nostre studentesse migliori si sentono
smarrite qui» disse sommessamente. «Rimarrebbe sorpresa
se le dicessi chi si è seduta su quella stessa sedia, Naomi. Ma
non si lasci scappare quello che ha adesso, mia cara: tante
opportunità a portata di mano. Non so dirle quante ex
alunne vorrebbero avere anche solo un semestre in più al
college, o tornare indietro per rivivere i loro anni migliori.
E sono loro i mattoni di Wellesley». Mi guardò dritto negli
occhi. «Siamo un ottimo istituto, non si lasci ingannare, ma
c'è qualcosa nelle laureate di Wellesley... Qualcosa che attira
un particolare tipo di ragazze, quando sono ancora giovani.
E il fatto di conoscere altre compagne fa sì che, quando
si laureano, diventino donne. E poi da ex alunne, nel mondo
reale, si rendono conto di quali rare opportunità hanno
avuto qui, comprendono come sfruttare quello che hanno
imparato, e imparano a riconoscere quello che sono in
grado di fare. Sapeva che Rose Kennedy amava ripetere che
il più grande rammarico della sua vita era di non aver frequentato
Wellesley quando avrebbe potuto?» Per un attimo
fui scioccata dall'esempio che aveva scelto: una pagina del
mio passato letta ad alta voce. Ma lei pensò che fossi rimasta
attonita, e a quel punto ebbi la certezza che non si era
creata una vera intimità tra noi. Mi rivolse un sorriso complice.
«Immagini quali altre cose avrebbe potuto fare. Sono
sicura che avrebbe sbaragliato tutti i suoi figli». Pronunciò
quell'ultima frase con allegria, e poi si ricompose immediatamente.
E che mi dice delle sue figlie, avrei voluto chiederle,
ma mi trattenni, mentre mi domandavo se sarebbe cambiato
qualcosa, nelle loro vite, se la loro madre avesse realizzato
le proprie ambizioni.
La preside scosse il capo per superare quel punto morto
che minacciava di bloccare la conversazione. «Ricordi soltanto
che queste opportunità sono il suo retaggio di donna
moderna. Non le sprechi, signorina Feinstein». Abbassò
lo sguardo, tornò dietro la scrivania e scribacchiò qualcosa
nella mia cartella. «Voglio raccomandarle una tutor» mi
disse. «Betty Warren, la mia segretaria, la chiamerà. Ma intanto
le lascio il suo numero. Insieme al mio. È la mia linea
diretta». Fece scivolare il foglio sul tavolo.
«Grazie». Diedi un'occhiata. Pensai all'assurdità del guarire
di nuovo, al rispetto che provavo ogni volta che pensavo
all'inevitabilità della fine, contro cui lottiamo con un coraggio
estremo, arrivando a provare una gioia che la perfezione
non può offrire. «È dura» osservai «diventare un bravo
medico». Sollevai lo sguardo verso di lei. Per un attimo
mi parve confusa, ma riuscì a correggere la sua espressione
prima che potessi averne la certezza. Era una professionista.
«Voglio dire che c'è molto di più, oltre alla scuola».
«Sono certa che è così» mi rispose.
E poi, per qualche motivo che in quel momento non fui in grado di spiegare, mi alzai e lasciai il foglietto sulla scrivania.
«Signorina Feinstein» mi chiamò, quando fui sulla porta. Mi voltai.
«Buona fortuna». Per un attimo la vidi più anziana e,
per un istante addirittura più breve, molto, molto stanca.
Faceva inaspettatamente caldo quel pomeriggio e tornai
al dormitorio con calma. Le ragazze che incrociai sembravano
più amichevoli del solito, ma avevo comunque la
sensazione che ci stessimo muovendo tutte in fretta verso
qualche destinazione importante. Quando superai Severance
Green, un'ampia distesa d'erba che corre dietro la parete
sud della corte, vidi un uomo alto che veniva nella mia direzione.
Se l'avessi visto in faccia, probabilmente non l'avrei riconosciuto.
Ma fu il modo in cui si muoveva a farmi capire,
quando era ancora a diversi metri da me, e con un certo shock, chi fosse.
Avvicinandosi, sollevò lo sguardo, e probabilmente decifrò
l'espressione dipinta sul mio volto. «Professor Weingarten»
dissi. Lui si fermò. Avevo il cuore in gola, che batteva
all'impazzata. «Oh» dissi poi sommessamente, e d'istinto
mi voltai per andarmene.
In pochi passi mi raggiunse, superandomi. «Seguimi nel
mio ufficio». Aumentò l'andatura, lasciandomi indietro.
Ebbi un attacco di nausea. La brezza trasportava l'odore
delle acque calde e melmose del lago. Pensai ancora una
volta all'immagine di Orfeo ed Euridice, anche se questa
volta mi venne in mente soprattutto lei, che guarda con occhi
colmi di desiderio la schiena del marito, temendo che
non sarebbe riuscito a fare quello che doveva.
Una volta nel suo ufficio, chiuse saldamente la porta
dietro di me. Poi andò alla scrivania e si sedette, prendendosi
immediatamente la testa tra le mani, esausto. Avrei
voluto provare compassione per lui, ma non ci riuscii.
Guardai la finestra, chiedendomi perché avesse scelto di darle le spalle.
«Lo sapevi? Quando mi sono iscritta al tuo corso?»
Annuì, il viso ancora tra le mani. Mi misi a percorrere
il perimetro della stanza, facendo scorrere le dita sui volumi
che rivestivano le pareti. Mi tornarono in mente le parole
di mio padre, che una volta mi aveva detto che avrei
potuto sapere tutto. Difficile credere che di lì a qualche anno
avrei cominciato a collezionare altrettanti libri, compresi
quelli di cui conoscevo già il contenuto a memoria. Avrebbero
trovato posto sui miei scaffali, come tanti strati di pensieri
ormai calcificati.
«Per me era la prima volta, sai» dissi con indifferenza, lo
sguardo sempre rivolto ai libri. Lui emise un piccolo verso,
simile a un gemito. Si appoggiò allo schienale e mi guardò.
«Quello che voglio sapere» continuai, «è se sono stata
la prima anche per te». Per un attimo sembrò confuso. «La
tua prima allieva» aggiunsi.
«Oh, Dio, Naomi». D'un tratto balzò in piedi. «Sì. Sì,
certo. Non sono una specie di...» balbettò «...di predatore.
Per l'amor del cielo».
«Però hai parlato con Phyllis». Lo vidi perso per un momento.
«La ragazza che distribuiva le maschere». Annuì a
malapena. «Sì, ho parlato con lei» ammise.
Era venuto alla casetta e aveva indossato una maschera.
Sapeva, sentiva quello che stava cercando? E io? Toccai un
volumetto sottile con le poesie estatiche di Mirabai. «Sei un
uomo religioso, professor Weingarten?»
«Jules» fece lui, rimettendosi seduto. «Sentiti almeno libera
di chiamarmi Jules». Si massaggiò la nuca con forza,
e mi fece venire voglia di afferrargli la mano per fermarlo.
«No. Non sono religioso. Sono solo un uomo che ha commesso
un errore».
«Perché è stato un errore». Annuii, cercando ancora una
volta di abituarmi a quell'idea.
«No, non intendevo dire questo. Non intendevo dire
che sei stata uno sbaglio».
«E perché non dovresti?»
Ci pensò su un momento, e per la prima volta da quando
l'avevo fermato mi sembrò quasi calmo. «Tanto per cominciare,
perché ho avuto la sensazione che fosse una cosa
giusta... Che doveva succedere».
«Parli di predestinazione? Sicuro di non essere un uomo
religioso, Jules?»
Mi fissò, ma non disse nulla.
«Forse» feci io, rimettendo a posto il volume che avevo
preso dalla mensola, un testo di Harold Bloom che predica
al coro, «semplicemente ti sentivi solo anche tu. Come me».
«Hai ragione». In qualche modo si era ricomposto. «Naomi,
per me ha significato qualcosa, quello che c'è stato tra
noi. Al punto che sarei stato disposto a perdere il lavoro per
te; quell'ultima sera almeno. Vorrei riuscire a spiegarti meglio.
Il fatto che tu volessi che venissi da te... ecco... ha reso
meno importante il fatto che fossi un'allieva».
«Non potrei mai desiderare che tu perda il tuo posto per
me». Continuai a fissare i suoi libri, fingendo un interesse
che non avevo. «Non intendo dire a nessuno che cos'è successo».
D'un tratto mi sentii stanca, esausta, e profondamente
delusa. Da me e da lui.
«Questo lo so». Nella sua affermazione colsi una punta
d'impazienza. «Ti ho detto che sapevo perfettamente quello che stavo facendo. Non sta a te risolvere questa cosa. E,
soprattutto, non hai bisogno di sentirmi supplicare».
E per che cosa, mi domandai? Per avere qualcos'altro da
me o per non vedermi più? Per il lavoro? «Per la cattedra?»
«Non ti supplicherei per il mio posto, Naomi. Non... ti
chiederei di mantenere il silenzio». A quelle parole mi si rivoltò
lo stomaco per la vergogna. Le sue rassicurazioni riuscirono
soltanto a mettere in evidenza la sua tremenda angoscia.
«Cosa che, comunque, non farei mai» si affrettò ad
aggiungere. «Come si suol dire: ho voluto la bicicletta e
adesso devo pedalare».
«Preferirei che non l'avessi voluta». Chissà perché era così
difficile per entrambi dire che volevamo semplicemente
metterci una pietra sopra. Osservai il suo viso strano e per
niente bello, e pensai al suo corpo liscio contro il mio. E
poi mi domandai se, anche quando fossi diventata medico,
il corpo umano mi sarebbe apparso ancora così ambiguo;
e se tutti i corpi fossero multidimensionali, restii a lasciarsi
comprendere a una prima occhiata.
Annuì, apparentemente rassegnato a un destino sgradito,
che poteva includere o meno il nostro interludio. «Presto
me ne andrò».
«Torni a Yale. Sì, lo so».
«No, chiudo con l'insegnamento». Alla mia espressione
sorpresa rispose con una smorfia, che si sforzò di tramutare
in un sorriso. «Sai, gli studenti non mi piacciono così tanto».
Risi a quelle parole. «Negli ultimi anni è diventato tutto
amaro, spiacevole». Si spostò e cominciò a giocherellare
con le dita sulla scrivania, senza afferrare niente. «Gli
allievi tentano costantemente di dimostrare che ho torto, e
che loro hanno ragione, invece di provare... non so, qualcosa.
E sono implacabili, troppo accaniti e avidi per i miei
gusti». Alzò le spalle e irrigidì il collo. «Sono talmente impegnato
a dire agli altri quello che so, che ho la sensazione
di essermi svuotato... Non che non abbia più un'anima,
ma qualche volta...» Stava fissando un punto davanti a sé,
e d'un tratto mi guardò in faccia. «Forse sono più religioso
di quanto voglia ammettere» disse, facendosi meno serio, e
concedendosi addirittura un lampo di piacere. «Naomi...»
Non volevo che continuasse. «Buona fortuna» gli augurai,
mentre andavo alla porta. Prima di aprirla mi voltai. «È
ovvio che lascerò il tuo corso». Annuì. Mi sentii investita
da un'ondata di vergogna e desiderio, vedendo la sua testa
china su quel corpo lungo. Tornai indietro e gli misi le mani
sulle spalle per dargli un bacio sulla guancia, inspirando
delicatamente l'aroma muschiato del suo calore, cercando
di memorizzare quella sensazione, chiedendomi quando
avrei provato di nuovo qualcosa di altrettanto dolce, e immediato.
Distolsi lo sguardo, temendo che il mio viso potesse
rivelargli qualcosa.
«Lo sai» disse tra i miei capelli «che cosa mi ha attirato
di te?» Non replicai, non sapendo se m'importasse davvero
sentire la sua risposta. «Ogni parola» continuò, «ogni
parola era perfetta. Ho capito che avevi prestato attenzione
al testo dell'Amleto, che l'avevi assaporato parola per parola.
Gli attori sono spesso negligenti, badano solo a mettersi
in mostra. Tu sei stata così fedele al tuo personaggio... Mi
hai affascinato, completamente». Si tirò indietro, cercando
i miei occhi, ma io non lo guardai. «Non riuscivo a smettere
di pensare al tuo Laerte... e a te».
«Sei venuto a cercarmi, vero?» Aveva chiesto di me a
Phyllis. Si era presentato alla porta sapendo che cosa voleva.
Almeno non l'aveva negato.
Colsi un sorriso nella sua voce. «Non sembri così sconvolta».
Sollevai lo sguardo. «Infatti» mentii. La sensazione di
aver ingannato entrambi minacciava di sopraffarmi. «Non
ho studiato le mie battute con tanta attenzione. E mi stavo
proprio mettendo in mostra».
Mi rivolse un sorriso ironico. «Non hai bisogno di scoraggiarmi»
mi disse, mettendomi una ciocca di capelli dietro
l'orecchio. «Sono pronto a farlo da solo». Si prese un
minuto, prima di ricominciare. «Una volta ho letto che solo gli uomini si innamorano davvero. Le donne amano solo il fatto di essere amate».
Mi ritrassi. «Tu non sei innamorato di me».
«No» rispose, lasciando cadere le mani. «Ma soltanto
perché non avrei mai il coraggio di provare».
«Credi che io non possa innamorarmi?»
Lo vidi di nuovo stanco, come quel giorno in classe,
quando si era dovuto sorbire l'argomentazione irragionevole
di Jun. «Io non ti conosco, Naomi. Mi piacerebbe, così
come mi piacerebbe che le circostanze fossero diverse. Ma
so che devi provare qualcosa per innamorarti, e non mi pare
che tu sia prossima a farlo, dico bene?» Si lasciò andare
a una risata lunga e sommessa davanti alla mia espressione
scettica. Poi si sedette e si prese la testa tra le mani. Ripensai
a quando si era appoggiato alla cavità tra le mie costole.
La sua voce si fece improvvisamente rauca. «Adesso vai,
ti prego. Perché temo che potrei chiederti di restare». Obbedii.
Fuori dal suo ufficio, mi misi a camminare in fretta,
quasi fossi inseguita, e un attimo dopo cominciai a correre,
come se volessi afferrare qualcosa che era appena al di fuori del mio campo visivo.
...
.
...
CAPITOLO 24.
...
.
...
Alcuni giorni dopo Jun mi chiese che cosa fosse successo.
«Ti sentirai meglio dopo avermene parlato» disse, e ridemmo
entrambe perché non eravamo affatto sicure che fosse
così. Né io né lei ci confidavamo facilmente. Però le dissi
tutto. Della preside e poi di Weingarten. «A quanto pare»
osservò lei, annuendo con l'aria di chi la sa lunga, «non
sono l'unica dedita a imprudenze sessuali». Si mise gli occhiali
da lettura sulla punta del naso, e mi guardò dall'alto
in basso. «Hai qualcosa da dire?»
«Proprio no» ammisi. «Niente». Annuii, testando la verità
di quell'affermazione. «Una volta tanto». Rise, e risi
anch'io. La vergogna e l'ansia in cui mi ero crogiolata fino a
quel momento si dissiparono, seppure momentaneamente.
Era la settimana prima della pausa per il Ringraziamento,
e i corsi a scuola cominciavano a rallentare in vista del
lungo weekend. Josephine Miller, tornata di recente dopo
un anno trascorso a Tel Aviv, era stata nominata regista della
rappresentazione primaverile. Julie avrebbe preso il posto
di Mara come presidente, e con lei al timone il secondo
semestre del terzo anno si annunciava noioso e formale.
Appena prima che lasciassimo il college per le vacanze, Josephine
fece il suo annuncio riguardo all'opera che avremmo
messo in scena in primavera: Troilo e Cressida, un dramma
classico e probabilmente noioso. L'amato Macbeth era
stato messo da parte e, come spesso accadeva quando un'opera
semisconosciuta veniva proposta in luogo di un successo
sicuro, le ragazze cominciarono a borbottare.
«Perché diavolo ha scelto Troilo e Cressida?.» domandò
Tiney ad alta voce, dopo la riunione in cui Josephine aveva
fatto il suo annuncio.
«Perché è un'opera che implora di essere messa in scena»
rispose tagliente Josephine, che era proprio dietro di noi.
«Parla di guerra, signore. E le guerre non si leggono bene
sulla pagina». Rise di noi, sebbene non l'avessimo contraddetta.
«Non posso spiegarvelo, se non siete in grado di immaginarvelo.
Dovrete aspettare e vedere».
L'idea di tornare a casa per il Ringraziamento mi creava
qualche difficoltà; mia madre aveva bisogno di riposare,
e mio padre non voleva allontanarsi da lei neppure per un
momento. Era spesso esausto, pronto a esaudire le sue poche
richieste per tornare subito al suo fianco. E lei lo cercava,
se non lo vedeva arrivare. Quando andavo a trovarli,
mi capitava di sentirmi un'intrusa. Durante la malattia di
mamma avevano sviluppato una loro segreta e privata intimità
che li rendeva restii a parlare con me di qualunque cosa
fosse minimamente importante senza prima essersi consultati.
Papà stravedeva sempre per me, e mi circondava di
premure, ma era chiaro che il suo pensiero andava costantemente a mamma.
Tre giorni prima della pausa Jun sollevò improvvisamente
lo sguardo dal testo che stava studiando e mi fissò. «Che
cosa fanno i tuoi per il Ringraziamento?» mi chiese. Il suo
viso mi apparve pallido alla luce della lampada da scrivania,
che evidenziava le occhiaie scure. La spense e si alzò; quando
prese a scrollarsi come se volesse liberarsi dello studio,
mi ricordò un cane. Non mi andava di dirle che, probabilmente,
non avevamo programmi. Papà si era offerto senza
troppo entusiasmo di preparare la cena, e io gli avevo detto
di non disturbarsi.
Si lanciò sul mio letto. «Vieni a New York. Ci sono mio
zio e mia nonna, ma ho appena saputo da papà che li raggiungerà
tutta la famiglia». Batté i pugni sulla trapunta, come
un cagnolino che chiede di giocare. «E dai, Noms, i
tuoi genitori non hanno alcuna voglia di festeggiare, non è
vero?» Scossi la testa. «Perfetto». Cominciò a saltellare per
la stanza. «Allora verrai, allora verrai». Scoppiai a ridere, e
non riuscii a fermarla. «Non fare la scema» disse alla fine,
arrestandosi al centro della stanza, mentre la delusione minacciava
di cancellare la sua espressione felice. «Perché verrai,
non è vero?» Annuii. «E lascerai che paghi mio padre?»
Scossi la testa. Allora lei prese un cuscino e lo usò per picchiarmi.
«Sì!» esclamò, per poi tornare alla scrivania.
Tirai fuori le mie cose e cercai di dare un senso agli appunti
per il test che mi attendeva l'indomani. Un attimo
dopo sollevai lo sguardo: Jun aveva di nuovo un sorriso
stampato sul volto. «Smettila di essere così felice» le dissi.
«D'accordo, dottor Feinstein».
La nonna di Jun era molto malata, e poco dopo appresi
che lo zio era a New York per prendersi cura di lei, anche
se non mi era chiaro da quanto andasse avanti quella
situazione. Jun mi spiegò che era il fratello minore di suo
padre, e io immaginai che quel ruolo gli fosse stato assegnato
dalla famiglia Oko. L'appartamento a Manhattan
era abbastanza grande da ospitare comodamente diverse
persone, mi disse, ma da parte mia avevo qualche difficoltà
a immaginarmi una dimora impressionante, soprattutto
per via di Jun e del suo guardaroba fatto di jeans e camicie
di flanella.
Mentre facevamo i bagagli, tuttavia, da sopra l'armadio
prese una scatola che conteneva una gonna e un maglione.
Li fissammo entrambe. Fui io a scoppiare a ridere per prima,
e lei mi tirò un pugno sul braccio. «Mia madre mi porterà
di nuovo a fare shopping, se non li indosso» disse mentre
toccava la seta. Tornò dal bagno con il completo compratole
da sua madre, e rimasi sorpresa nel vedere che le
donava quanto il solito abbigliamento. Lanciai un'occhiata
ai jeans e al maglione che indossavo, e cominciai ad avere
qualche dubbio. «Non preoccuparti» mi rassicurò lei, senza
nemmeno guardarmi, «non farà caso a come sei vestita».
E, prima ancora che fossimo uscite dalla stanza, capii
che quella sarebbe stata la prima di una serie di deboli bugie.
Un disperato tentativo di conciliare la persona che era
al college con quella che volevano vedere i suoi genitori. Un
lavoro attento e minuzioso, che però non poteva portare a
nulla di buono.
Viaggiammo in aereo e, quando provai a dire che mi
sembrava un lusso eccessivo, Jun mi rispose che era un
compromesso: lei avrebbe voluto prendere l'autobus, mentre
suo padre era pronto a mandarle un aereo privato. «Sul
serio, è sorprendente quante idee gli vengano in mente per
spendere i suoi soldi». Eravamo in coda al cancello d'imbarco,
e le persone in attesa intorno a noi chiacchieravano
sommessamente.
«Una volta insediata, mi domando se continueremo a litigare
su questo» aggiunse pensierosa. Mi ci volle un minuto
per capire che con “insediata” si riferiva a quando avrebbe
lavorato nella società del padre. Mi domandai se quella
scelta lessicale si rifacesse al linguaggio d'affari inglese
o giapponese, o se inconsciamente riflettesse il fatto che
avrebbe occupato un ruolo la cui autorità andava ben oltre
il mondo commerciale, un modo di assumersi delle responsabilità
ereditate.
Trovammo ad attenderci un'auto privata. Evidentemente
Jun aveva perso anche quella battaglia, o aveva preferito
evitare lo scontro. Non appena le portiere si furono richiuse,
lasciò cadere le sue cose, come avrei potuto fare io
in camera mia.
«Ci sarà anche Keigo» mi rammentò, quando feci un'osservazione
riguardo al disordine che stava creando, mentre
era chiaro che l'autista aveva fatto di tutto per mantenere
l'auto impeccabile.
«Non provare a distrarmi» le dissi, ma arrossii al punto
che dovetti aprire il finestrino di una fessura per prendere
un po' d'aria fresca.
Rise, una risata generosa, e si diede da fare per creare una
confusione ancora maggiore. Chiacchierammo per un po',
eccitate, ma quando cominciò a radunare le sue cose e si fece
silenziosa, guardando più spesso fuori dal finestrino, capii
che eravamo vicine alla nostra meta.
Ci fermammo davanti a un imponente grattacielo nell'Upper
East Side. L'autista consegnò i nostri bagagli a un
portiere, che li portò agli ascensori e premette il pulsante per
noi. Jun non ringraziò nessuno. Mi guardava con un sorriso,
mentre io assistevo a tutto questo, anche se credo che anche
lei fosse nervosa, dal momento che saltellava avanti e indietro
per farmi ridere, infilando i pollici nelle cinghie dello
zaino. Appena l'ascensore arrivò l'autista, che ci aveva seguite,
si chinò a prendere le nostre valigie, ma quando le porte
si aprirono saltò fuori Keigo, che abbracciò prima Jun e poi,
dopo un attimo di esitazione, me. Prese una delle nostre borse
e ci fece entrare frettolosamente, creando un groviglio di
persone e bagagli, tant'è che il povero autista dovette allungarsi
dall'angolo in fondo per premere il pulsante del piano.
Jun e Keigo si misero a chiacchierare, interrompendosi a
vicenda. Io tenni lo sguardo fisso sul quadrante che indicava
il numero dei piani, chiedendomi dove ci saremmo fermati.
Ultimo piano. Lanciai un'occhiata alla mia amica, quasi a
dirle che avrei dovuto immaginarlo, ma lei era ancora impegnata
a parlare con il cugino. Si era tagliato i capelli dall'ultima
volta che l'avevo visto, e così corti sottolineavano ancora
di più i lineamenti marcati. Jun mi sorprese a guardarlo,
e mi sorrise. Mio malgrado, arrossii di nuovo. Sarebbe cambiato
qualcosa se avessi cercato lui, quel primo weekend, invece
di Weingarten quello seguente? Mi sarei trovata lo stesso
a navigare in quella sotterranea corrente di vergogna? Colsi
lo sguardo di Jun, e mi sforzai di sorridere a entrambi.
Quando le porte dell'ascensore si aprirono, ci ritrovammo
in una stanza enorme con una vista impagabile sullo skyline
di Manhattan: un'intera parete era occupata da una vetrata.
«È in affitto» disse Jun, quasi volesse ridimensionare
quello splendore; sembrava imbarazzata dall'impatto che
aveva su di me. Sulla porta trovammo due donne più anziane,
che stavano chiacchierando in giapponese. Keigo scappò
via, sicuramente per andare a prendere qualcuno. Jun
mi presentò le sue ziette, di cui non mi disse il nome, e loro
sorrisero e mi rivolsero un inchino. Più che stringermi
la mano, ebbi l'impressione che volessero tenerla affettuosamente.
Poi dall'altro lato della stanza apparvero un uomo
e una donna: i genitori di Jun. Ci fermammo tutti mentre
si avvicinavano, come attori interrotti durante una scena.
Lui faceva strada, seguito - come ricordavo - dalla moglie.
Aggrottò le sopracciglia e andò verso Jun, fermandosi
davanti a lei e scrutandola dalla testa ai piedi, in silenzio.
Disse qualcosa, le arruffò i capelli e poi sorrise. Jun gli gettò
le braccia al collo, e sua madre si lasciò andare a un sorriso
troppo largo per quel visetto incredibilmente minuto.
Da quel momento fu il caos: abbracci, presentazioni.
Quel pomeriggio conobbi un'infinità di membri della famiglia
Oko, senza aver ben chiaro chi soggiornava nell'enorme
attico e chi era venuto semplicemente in visita, soprattutto
dal momento che la porta si apriva e si richiudeva
di continuo, e persone che ero certa sarebbero rimaste se ne
andavano, lasciando il posto ad altre. La sola preparazione
della tavola doveva aver richiesto ore; se ne erano occupate
le zie e altre parenti, con il supporto marginale di una cameriera
e di un catering chiamati per l'occasione, o almeno
così mi sembrò. Appena prima di cena, arrivarono anche il
fratello e la sorella di Jun.
Avevano fatto una gita culturale, mi sussurrò lei, e in seguito
venni a sapere che avevano visitato il Museo di storia
naturale e un'ala del Met, come espressamente richiesto
dal padre. Il fratello maggiore, Hiroshi, era un ragazzo
simpatico e piuttosto tarchiato. Difficile dargli un'età, ma
trasudava calma e tranquillità. Jun non mi aveva detto che
aveva la sindrome di Down, e sotto la luce giusta sembrava
una divinità serena, piacevolmente soddisfatta dei mortali
intorno a lui.
La sorella minore, Ayame, era minuta e delicata come
la madre, e pendeva dalle labbra di Jun e Keigo, che si
divertivano alternativamente a prenderla in giro o a insegnarle
qualcosa, sempre ridendo. Aveva fatto domanda a Wellesley,
quell'autunno, e mi studiò con un misto di timidezza e
ingenuità che m'indusse a credere che fosse molto giovane.
Come ospite di Jun, non potevo spostarmi da una parte
all'altra senza ricevere un'affettuosa pacca sulla spalla o
sulla schiena, e senza un fiume di gentili parole giapponesi
da parte di ogni singolo invitato. Keigo si offrì di accompagnarmi
a fare il gran tour dell'appartamento, ma Jun lo
allontanò con un gesto, e così fummo lasciate a noi stesse.
Lui fece una smorfia e poi mi prese la mano per un brevissimo
istante, prima di ricordare dove ci trovassimo e di lasciarla
andare. Mi scoprii a desiderare che non l'avesse fatto:
mi stavo prendendo una cotta per lui, e stava accadendo
così velocemente che non potevo proprio fermare la cosa.
La nonna di Jun era in cura presso il Memorial
Sloan-Kettering Cancer Center. Sebbene la mia amica non mi
avesse descritto nei dettagli la sua malattia, quando la vidi
ebbi l'impressione che non si sarebbe più ripresa. Era una
donna piccola e magra, seduta su una sedia a rotelle e avvolta
strettamente in una coperta, la testa perennemente appoggiata
a un cuscino che le veniva fissato dietro il collo,
gli occhi nascosti da un paio di grandi occhiali da sole, probabilmente
per impedire che le luci a soffitto la accecassero,
dal momento che non era in grado di muoversi. Le zie
di Jun non la lasciavano sola un secondo, pronte a tubare e
a ridere al di sopra della sua testa, a chinarsi verso di lei per
parlare, a tirarsi indietro per sorridere, ad accarezzarle braccia
e gambe con entusiasmo, mentre scherzavano tra loro.
Il genere di comportamento che mi sarei aspettata di vedere
attorno a una bambina che veniva festeggiata per qualcosa.
Hiroshi preferiva sedere accanto a lei, tenendole una mano
sul braccio. Lei non rispondeva a nessuno.
D'un tratto Keigo mi afferrò una spalla. «Cena» disse. E
un attimo dopo Jun era lì, per condurmi al mio posto, accanto
al suo. Mi mostrò come usare i vari utensili, mi mise
il tovagliolo sulle ginocchia con finta solennità e, infine, si
assicurò che fossero stati preparati forchetta e coltello, nel
caso ne avessi avuto bisogno.
Fui lieta di non conoscere nulla di ciò che vidi sul tavolo,
perché così potei contare sull'attenzione costante di Keigo,
che si autonominò mio tutor. Ayame interveniva prontamente,
quando riteneva che le spiegazioni del cugino non
fossero adeguate, o che mi stessero confondendo, la fronte
liscia solcata da rughe profonde. A quel punto lui creava una
confusione ancora più grande. Era molto spiritoso, sia in inglese,
sia in giapponese, ma io mi perdevo buona parte delle
sue battute. Mi sentivo una ladra, dal momento che fingevo
di ascoltarlo mentre studiavo i tratti allungati del suo viso,
il suo sorriso pronto. Non avevo detto a nessuno di Weingarten,
a parte Phyllis e Jun e, a quanto mi risultava, erano
ancora le uniche persone a saperlo. Pure, avevo la sensazione
che il mio primo e fugace rapporto con l'uomo sbagliato
fosse stampato sul mio viso, come una bandiera.
La cena fu un caleidoscopio di dettagli strutturali e sensuali,
coronati dai colori intensi e naturali dei cibi crudi disposti
con grande sapienza. Alla fine, con un'entrata teatrale
apparvero diverse torte, accolte da applausi e risate. Chiesero
a me di tagliare la prima fetta.
«Torta di mele...» giunse la voce del signor Oko, che sedeva
sul lato opposto del tavolo. Alle sue parole seguì una
serie di inviti a tacere. Sollevai gli occhi, e lui mi rivolse un
cenno d'assenso. Sulla stanza scese un silenzio soddisfatto
e significativo, mentre mi accingevo a tagliare. D'un tratto
m'innervosii e la mano prese a tremarmi, lievemente ma
quanto bastava a farmi temere che qualcuno potesse notarlo.
Sollevai la fetta per porgerla all'organizzatore del catering,
che era in piedi accanto a me, chinando appena la testa.
Il signor Oko terminò la frase: «...in onore della nostra
ospite americana». Mi sorrise, rispondendo al mio inchino
accennato. Ne fu felice anche Jun. Arrossii, sentendomi addosso
gli occhi degli altri.
Restammo alzati tutti fino a tardi, e l'indomani, quando
mi svegliai, regnava il silenzio. Ero tutta accaldata e mi
sentivo ancora molto stanca. Mi vestii in fretta e uscii dalla
mia stanza, chiedendomi come fosse possibile che tutto tacesse,
dopo il caos della sera prima. Immaginai l'intero clan
Oko che usciva in fila indiana, alla svelta, chiacchierando
sommessamente, mentre io ancora dormivo. Per un po' mi
sedetti nel soggiorno con una rivista giapponese, poi la posai
e andai alla vetrata. La vista era addirittura più ampia alla
luce del giorno, e non sarei riuscita a guardarla a lungo.
Mi ero svegliata con il mal di testa, e il sole scaldava troppo.
Mi voltai sentendo un rumore alle mie spalle.
Il signor Oko chinò appena la testa in segno di saluto.
«Buon pomeriggio» mi disse, formale.
Ricambiai.
«Jun-ko mi ha detto che non hai dormito bene. Era
preoccupata. Dovresti metterti seduta». Mi guardò attentamente.
«In effetti, non hai un buon aspetto». Indossava dei
vestiti che avrebbe potuto scegliere mio padre quando decideva
di mettersi in ghingheri: pantaloni cachi chiari stirati,
camicia bianca con bottoni al collo e un gilet di maglia
blu. Portava anche un paio di occhiali dalla montatura
sottile. Era piuttosto piccolo, ma il tratto più rilevante era
il modo in cui la sua espressione pacata suggeriva un grande
autocontrollo. «Sono felice che Jun abbia portato a casa
un'amica del Wellesley College» cominciò a dire. E poi
aggiunse: «Mi è dispiaciuto sapere che tua madre ha avuto
problemi di salute». Le frasi che pronunciava si succedevano
senza accalcarsi tra loro.
«Grazie» dissi ancora. Perché Jun gliene aveva parlato?
Poche volte l'avevo sentita chiamare a casa dalla nostra camera,
e mi chiesi se aspettasse di restare sola per parlare con
i suoi genitori. Guardai suo padre, e il modo in cui teneva
quel corpo minuto ben eretto. «Ora sta molto meglio» dissi,
anche se mi sembrò una bugia.
Lui annuì. «Mi dispiace di dover lavorare durante il Ringraziamento».
Cercò di pronunciare quella parola con disinvoltura,
anche se detta da lui suonò piuttosto strana.
«Purtroppo sono spesso impegnato, quando la famiglia si
riunisce. Jun-ko te l'avrà detto».
Feci un cenno con la testa.
Annuì ancora. «È una brava ragazza. Siamo molto fieri
di lei». Ebbi l'impressione che volesse dire qualcos'altro, invece
scosse la testa. Quando parlò di nuovo, quasi mi sorprese;
mi stavo abituando al silenzio che era sceso sopra di
noi. «Hai già conosciuto mio figlio, Hiroshi».
«Sì».
«È il primogenito». Fece una pausa e prese un respiro
profondo che trattenne, gonfiando il petto.
«È un bravo ragazzo. Quando i medici ci dissero della
sua malattia, per mia moglie e me fu un dolore straziante».
Guardò fisso davanti a sé. «Avevamo grandi progetti per il
nostro primo figlio. A volte, quando le speranze sono troppo
elevate, diventano una maledizione.
«Quando nacque Jun...» esitò, ma solo un momento,
«fu una gioia enorme. Una bambina sana, forte, che rideva
sempre. Jun-ko ha sempre avuto buoni polmoni, fin da subito.
Anche troppo, forse. Un'estate, a Okinawa, si arrampicò
sul tetto. Eravamo sicuri che si sarebbe bruciata le mani,
io dovetti seguirla. Era là in piedi, con una mantellina, e
cercò di spiegarmi perché era convinta di poter volare. E in
quel momento desiderai con tutto me stesso che fosse così».
Mi domandai se anche il padre di Rosemary si fosse sforzato
di crederle. Forse era un atto d'amore che poche figlie ricevevano
dal proprio padre, anche se a me e a Jun era successo.
Il signor Oko si mise le mani in grembo e le guardò,
prima di ricominciare a parlare.
«E poi la sua intelligenza a scuola. Non solo portava a
casa ottimi voti, ma entrava dalla porta come un fulmine
per mostrarceli». Quando sollevò lo sguardo, sorrise, e sorrisi
anch'io. Fece un altro respiro profondo, come se parlare
gli provocasse il fiatone. «Io e mia moglie ci diciamo che,
a volte, i primogeniti arrivano per secondi. La nostra Jun
è una leader». Nonostante il tono autoritario, ebbi la sensazione
che stesse semplicemente ratificando qualcosa che
era certo sapessi già; non stava cercando di convincermi di
qualcosa su cui potevo avere dei dubbi. «E ogni leader ha
bisogno di amici. Ha bisogno di amici migliori rispetto a
chi leader non è. Jun è sempre stata una ragazza impegnata...
Com'è che dite voi? Tirata allo spasimo, forse. Ma vicino
a te è più calma. Forse addirittura più dolce. È un bene»
disse annuendo. «Un bene, sì» ripeté, come se dovesse
confermare qualcosa a se stesso.
«La vuoi sapere una cosa?» mi chiese poi. «Non ho mai
fatto quello che stavi facendo tu... Non mi sono mai messo
alla finestra per ammirare la vista». Rise, probabilmente di
quella che considerava una stranezza. «Mia moglie ha scelto
dove vivere in Giappone, mentre qui è la moglie di mio
fratello che decide. Forse gli uomini non hanno occhi per
vedere?» Rise ancora, e in quel momento la porta si aprì.
Proprio quando cominciava a piacermi.
Jun non fu la prima a entrare, ma fu la prima a vederci
insieme. Si fermò di colpo, come un animale in trappola,
anche se la preda eravamo noi due: voleva catturarci, studiarci
senza farsi notare. Sorrisi, cercando di rassicurarla,
ma il suo sguardo sembrava trapassarmi. A quel punto erano
entrate diverse persone, oltre a lei.
Poco dopo la febbre ebbe il sopravvento, affievolendo
la mia memoria: dopo quel momento ricordo solo di aver
fissato Keigo finché non mi agitò una mano davanti al viso,
e di essere uscita con Jun per attendere l'auto, con i bagagli.
Poi i saluti. Ormai mi sentivo a mio agio nell'occhio
del ciclone Oko, tra i suoi membri che si muovevano per
salutarsi.
Non mancai di notare, tuttavia, che nonostante le frasi
di commiato e gli abbracci, Jun sembrava in disparte esattamente
come me, come se se ne fosse già andata. La studiai.
Era così alta. Mi chiesi in che cosa fosse una leader, e
perché suo padre avesse scelto quella parola per descriverla.
Quasi avesse percepito il mio sguardo, si voltò verso di me.
Quando aprii bocca, fu come se fossimo sole, perché nessun
altro mi stava ascoltando. «Hai delle foto di quando eri
bambina?» le chiesi. Lei mi guardò con aria interrogativa,
ma non saprei dire che cosa mi rispose. Ricordo poi di essermi
seduta - o forse ero caduta? - sui gradini di cemento del
palazzo, e di aver notato i cristalli di quarzo della pavimentazione
lastricata. Poi una mano delicata si posò sulla mia, ma
quando sollevai lo sguardo vidi solo un viso confuso.
Stavo così male che, al nostro ritorno a Wellesley, mi accompagnarono
in infermeria. Eravamo partite un giorno
prima per evitare la tempesta annunciata dai meteorologi,
e così trovammo il campus freddo e deserto. Mi misi a letto,
delusa dal fatto di non aver trascorso più tempo nel caldo
abbraccio della famiglia Oko, e domandandomi se avrei
mai rivisto Keigo. Quell'anno girava una brutta influenza,
che secondo i notiziari aveva colpito metà della popolazione
degli stati nordorientali. Al mio arrivo in infermeria si
era già alzato il vento di nordest, che chiuse le strade e bloccò
i miei genitori in casa.
La mia infermiera era una donna piuttosto robusta che
indossava un maglione di lana verde Kelly. Mi fece infilare
la classica camicia da ospedale, di tessuto simile a carta.
Quando ero sveglia, e lei era nella stanza, continuavo a pensare
a quanto apparisse a suo agio. Il secondo pomeriggio accese
il televisore di fronte al mio letto. Probabilmente pensò
che stessi dormendo, o che fossi troppo intontita per accorgermene;
invece luci e suoni m'investirono come la sirena di
un allarme. Una donna con i capelli a caschetto - ordinatissimo,
con le punte girate verso l'interno - stava dicendo
quanta neve era caduta, e poi furono intervistati due uomini
le cui auto, come mostrava il filmato, erano finite in acqua
nella Back Bay. Chet Curtis sottolineò che alcune scuole
nelle campagne di Maine e Vermont erano chiuse a causa
dell'influenza. Qualcuno, in regia, era stato particolarmente
ingegnoso (o forse i computer non funzionavano), e sullo schermo apparvero alcuni schizzi che ritraevano l'assistenza
e le cure somministrate durante l'influenza del 1918, che
i giornalisti derisero bonariamente. Quelle risate finte mi
confortarono. Eravamo oltre la catastrofe. Chiusi gli occhi.
Li aprii un momento dopo, quando l'infermiera uscì
dalla minuscola stanza da bagno con degli asciugamani sul
braccio. Incrociai il suo sguardo, e lei reagì con un'espressione
spaventata, forse addirittura offesa. Avevo intenzione
di chiederle di spegnere il televisore, ma adesso mi aveva
guardata negli occhi, e ciascuna di noi aveva visto qualcosa
dell'altra. Venne verso il mio letto e, sbuffando, si lasciò
cadere sulla sedia, guardandomi in faccia.
«Anche mio nipote l'ha avuta» disse strizzando gli occhi,
come se stessimo riprendendo una conversazione interrotta.
Sospirò; il suo alito aveva conservato l'odore sgradevole
di una sigaretta fumata in pausa da un pezzo. «Povero
bambino, aveva un aspetto penoso, quasi come te. Immagino
tu non ti sia riguardata molto, qui a scuola». Aggrottò
le sopracciglia e mi mise una mano sulla fronte. «Poche di
voi lo fanno». Mi domandai se, con il palmo, fosse in grado
di leggere il contenuto della mia mente. «Se la temperatura
non si abbassa, ti farò delle spugnature» aggiunse, concreta.
«Adesso riposa». Io sorrisi. Forse mi lasciai addirittura
sfuggire un risolino.
Alla fine le spugnature dovette farmele davvero. Mi svegliai
pensando che fosse mia madre, e l'afferrai per il polso.
Volevo guardarla in faccia, per essere sicura, ma lei pensò
che volessi fermarla. «Shh» m'intimò. «Non muoverti».
Fortunatamente l'influenza passò con la stessa rapidità
con cui era venuta; per un po' mi sentii debole e dolorante,
ma stavo decisamente meglio. Fui invasa da quella gioia
che si prova dopo essere stati malati, quando le esperienze
di ogni giorno diventano pregne di quei piaceri a cui di solito
non prestiamo attenzione.
...
.
...
CAPITOLO 25.
...
.
...
Quando cominciò il semestre di primavera, mi presentai alle
audizioni per Troilo e Cressida, anziché impegnarmi maggiormente
negli studi, ignorando il fatto che il mio nome
non fosse sulla lista. Non so che cosa mi avesse portata là,
a parte il fatto che avevo trascorso la mattinata a comprare
nuovi libri di testo e ad archiviare i lavori del semestre appena
concluso, e che avevo sentito l'arrivo della bella stagione
come un invito a spalancare le finestre e a fare una passeggiata.
Una passeggiata che mi aveva condotta sui gradini
d'ingresso della sede della società.
Scarabocchiai il mio nome sulla lista e chiacchierai con
Ellie di una sua presunta visione riguardo ai costumi. Più
la conoscevo, più la trovavo strana e simpatica. Era una di
quelle ragazze che usano gli anacronismi in modo attento
e con orgoglio. Nelle sue frasi non usava le forme grammaticali
contratte, di modo che pronunciava con le sue piccole
labbra qualunque affermazione sul presente o sul passato
facendo delle leggere pause che davano loro un fascino
inusuale.
Josephine mi affidò il ruolo di Cressida, nonostante la
mia recitazione - a parer suo - non rispettasse lo standard
richiesto. Aveva il dono di trarre profitto dalle debolezze
delle sue attrici per accrescere il livello della rappresentazione,
e a me disse che ero un mix perfetto di freddezza e
vulnerabilità. Tiney fu scelta per interpretare il solipsistico
e affamato Paride; A. J. per l'insistente Diomede; Ruth per
il vittorioso Aiace; e Julie, alla sua prima esperienza teatrale
dopo il semestre trascorso a Oxford, il zelante e arrogante
Ettore. Quasi tutte le altre dovevano camminare rumorosamente,
come soldati stupidamente tronfi; io mi sentivo
esclusa. Ma Josephine aveva detto la verità, quando aveva
difeso la sua scelta, affermando che quel dramma chiedeva
a gran voce di essere messo in scena. Tutti quei guerrieri
troiani erano personaggi piatti sulla pagina, ma sul palcoscenico
prendevano miracolosamente vita. Al di là di questo,
era chiaro che non le andavo a genio, così come non le
piaceva il personaggio di Cressida, e non fece alcuno sforzo
per nascondere il suo disgusto. Durante le prove c'era sempre
una notevole tensione.
«Il tuo primo monologo fa schifo» mi disse senza mezzi
termini, quando ormai ci avevamo lavorato parecchio.
«Non è un grande discorso, ma merita una performance
migliore». Si tolse gli occhiali. «Tu sei ebrea, vero?» mi chiese,
diretta. Le dissi di sì. Non era un segreto per nessuno
che lei si stava laureando in teologia, e che nei suoi progetti
rientravano la facoltà di teologia a Harvard e l'ordinazione
a rabbino. Invidiavo la sua risolutezza; m'irritava. Si comportava
come se si credesse migliore di tutte noi, o quasi, e
a volte mi domandavo se lo fosse davvero.
«Tua madre è una convertita, giusto?» Confermai anche
questo, troppo sorpresa dalla sua franchezza indiscreta per
chiederle come facesse a saperlo. Annuì tra sé e sé: un pregiudizio
soddisfatto. «Quindi sai che cosa significa non sentirsi
completamente appartenente a un gruppo, dico bene?
E voler far parte di qualcosa che è vicino a te, pur sapendo
che non succederà mai». Ebbi a malapena il tempo di ritenermi
offesa. «Tu semplicemente non sembri ebrea». Sospirò,
esprimendo con molta efficacia il suo disprezzo. «Comunque,
sai cosa significa sentirsi isolati. Usalo. È il tratto
più interessante del tuo personaggio, che altrimenti resta
solo una traditrice».
Jun mi diede una mano con le battute, ma si tenne a distanza
dalla società. Partecipava alle riunioni, ma erano gli
unici momenti in cui si rilassava, spesso lasciandosi andare
a una risata che trasudava sollievo. Ma era chiaro che la
sua mente era altrove.
L'ambito ruolo di Elena era andato a Elena Page, una
nuova arrivata che aveva ottenuto la parte dopo aver promesso
a Josephine che avrebbe preso qualche lezione di pole
dance, per rendere più autentica la sua volgarità. E aveva
anche giurato di condividere la sua nuova competenza con
il resto della compagnia. Elena si rivelò un'insegnante perfetta,
zelante e gentile. Si raccoglieva i capelli in una coda
di cavallo e indossava degli occhiali dalla montatura di plastica
verde che la facevano somigliare a una bambina che
gioca alla maestrina. La sua colonna sonora comprendeva
Shaggy e Marvin Gaye, almeno finché Jo non disse che non
era abbastanza rappresentativa delle artiste donne, costringendola
a scegliere Bjòrk, la cui Birthday risuonava a tutto
volume ogni martedì e giovedì pomeriggio. A. J., che si
era autonominata sua assistente, sedeva accanto a lei, rilassata
e ricettiva, e prendeva appunti riguardo alle varie esibizioni,
affinché Elena in seguito avesse modo di commentarle.
Era un po' come giudicare gli scoubidou realizzati da
un gruppo di ragazzine al campo estivo; erano parecchie le
studentesse partecipanti, un po' per la seduttiva tranquillità
di A. J., un po' per la rara dolcezza di Elena. La sua risata
squillante si sentiva spesso in tutta la casa.
Jun non partecipò alla recita quel semestre, ma quando
c'era Elena si faceva vedere più spesso. Per quanto cercasse
di minimizzare il fatto che avessero cominciato a frequentarsi,
era evidente dalla sua espressione beata - una novità
ormai quasi onnipresente - che le cose stavano andando
bene. Io cercai di starne fuori, come se fosse la cosa più naturale
del mondo che la mia amica finalmente potesse concedersi
apertamente tanta felicità.
Sul palco, Tiney/Paride si affaccendava intorno a Elena
come una caricatura di Napoleone: piccola, untuosa, insistente.
Elena prendeva tutto con gentilezza e giocosità, e
in scena, insieme, erano comiche quanto sensuali, un effetto
che da parte mia trovavo particolarmente coinvolgente.
Nonostante i suoi intenti serissimi, Jo sapeva apprezzare
un buon dramma, e Tiney ed Elena offrivano una perspicace
rappresentazione di quelle che dovevano essere state settimane
di sesso grandioso, ammesso che fosse stato consumato.
Elena aveva addosso gli occhi di tutte per via del relativo
allontanamento di Jun dalla società, e Tiney si assunse
il compito di dire a tutte di lasciarla in pace. Era come
se rivendicasse un diritto di proprietà su Jun, seppur marginale;
adesso me ne rendo conto. Mi viene in mente il suo
modo di difendere Elena, la prontezza con cui aveva sempre
a portata di mano gli oggetti di scena dell'Amleto di Jun
quando le servivano, il fatto che si assicurasse che, durante
le rare visite di Jun alla casa, vedesse una copia della sua
foto con Helena Bonham Carter sulla parete della cucina.
Era stata scattata a Londra quell'estate, proprio di fronte a
Wycombe Abbey, l'istituto presso cui Jun aveva frequentato
le scuole superiori.
«Cos'è, ti è venuta un'ossessione per la sottoscritta, Wilcox?»
le chiese una volta Jun ridendo. Tiney le sorrise a denti
stretti. «Era il Midsummer Shakespeare Festival! Quale
turista non ci sarebbe andato? Sono capitata là, semplicemente!»
Ogni esclamazione suonò meno sincera di quella
che l'aveva preceduta. «C'era anche Branagh?» la interruppe
A. J. «Ho sentito dire che si è fatto vedere in giro con lei.
E che con Emma è finita». «No» insistette Tiney, improvvisamente
seria. «È vero» fece Jun. «Mia sorella l'ha letto sul
Times della scorsa settimana». «Oh» scherzò Tiney, «questo
spiega tutto. Ho lasciato scadere il mio abbonamento». Jun
e A. J. scoppiarono a ridere. «Ma è vero!» continuò Tiney.
«Non sto scherzando». E in effetti sembrava seria.
Con il passare delle settimane, Jo era sempre più presa
dalla rappresentazione; aveva i nervi a fior di pelle. Sembrava
alla ricerca di qualche preda che vedeva davanti a sé ma
che non riusciva ad afferrare, e per questo andava su tutte
le furie. Voleva mettere a nudo le nostre insicurezze e le nostre
emozioni più profonde, e farcele tirar fuori senza alcuna
vergogna, per il bene della messa in scena. A. J. era l'unica
a non darvi peso, e io tentai senza successo di assorbire
un po' della sua gentile affabilità, anche se così facendo
mi sentivo ancor più in soggezione. Lei rideva delle mie
preoccupazioni. «Non credo che Cressida sia un modello di turpitudine come vuole farci credere. Non prenderla
così sul serio! Troilo in pratica la offre ai greci! Cressida
avrebbe dovuto piantarlo immediatamente. Maledetto bastardo».
Raddrizzò i risvolti della giubba con aria civettuola.
«Avrebbe dovuto stare con Diomede, che aveva un lavoro
stabile. Forse un po' possessivo. Ma sarebbe stato davvero
un partner perfetto».
Risi. «Non credo che troverai molte persone disposte a
condividere la tua interpretazione».
«Ma guardati!» esclamò lei. «Sei di nuovo seria. Non è
questa la cosa più bella? Far parlare Shakespeare di noi?»
Suppongo che avesse ragione. Probabilmente amavo tanto
quelle rappresentazioni perché mi consentivano di non
fermarmi a pensare, costringendomi ad agire. Stare su quel
palcoscenico era come vivere un sogno capace di cambiarmi
la vita: era tutto confuso, i dettagli erano praticamente perduti,
ma l'essenza arrivava alla coscienza: scioccante, prossima
a rovinare. A volte penso che avrei voluto avere la mente
di una vera studiosa shakespeariana, capace di contemplare
l'arte e di apprezzarla nel profondo, invece di attraversarla
di corsa nel tentativo di riempirmi di qualunque particolare
scintillante avesse attirato la mia attenzione.
Dopo l'ultima serata, Jo crollò. Si sedette su una delle
due sedie cerimoniali sistemate lungo la parete sud della
stanza grande. Avevamo anche vari tavoli e sedie pieghevoli,
che però avevamo spostato per far posto alle feste; erano
rimaste solo le due sedie più grosse, ai lati del camino.
Jo si lasciò cadere su quella in fondo a destra, riservata alla
vicepresidente, la sedia più lontana dalla porta principale
e più vicina alla cucina, dove sarebbe riuscita a nascondersi
alle persone entrate per partecipare al party, ma non a
quelle che fossero andate a prendere qualcosa da mangiare.
I capelli erano crespi, poco curati, e ricordavano una gigantesca
parrucca da due soldi che incorniciava in modo esagerato
l'espressione già sopraffatta. Via via che la festa entrava
nel vivo, e arrivavano nuove persone, Jo divenne immobile
e trascurata come il pezzo d'arredamento su cui era seduta.
Paradossalmente, l'opera che avrebbe dovuto essere un
fiasco (secondo le adepte contrarie alla sua messa in scena)
aveva attirato una folla più numerosa ed esuberante del
solito: famigliari, amici, amici di amici. Era venuto anche
mio padre, che però se ne andò prima ancora che io avessi
il tempo di chiedermi perché mamma non era con lui. Non
saprei dire chi o cosa fosse stato a farlo apparire così confuso
e fuori posto, se io o mia madre o la rappresentazione;
in ogni caso lui liquidò le mie preoccupazioni con l'abituale
gesto della mano. Quel breve e bizzarro scambio di parole
mi fece venire voglia di seguirlo fuori dalla casetta, per
tornare alla mia vecchia vita. Ma mi scrollai di dosso quel
pensiero, ragionando sul fatto che era stato lui a guidarmi
sin lì, e convincendomi che non era colpa mia se non sapeva
che cosa fare con me, ora che ero arrivata a quel punto.
Il party che seguì portò solo altre persone che mai avrebbero
pensato di poter apprezzare un'opera che non fosse
l'Amleto, e che tuttavia entrarono in fila indiana per incontrare
i soldati, finché non ci fu più nemmeno lo spazio per
stare in piedi. Dal canto mio mi ritrovai a fare frequenti e
faticosissimi viaggi dalla sala al cortile anteriore o posteriore.
A un certo punto ero in mezzo al prato e stavo parlando
con Tiney, quando Ann, la rossa del Texas che frequentava
l'ultimo anno e che aveva interpretato Troilo, sollevò una
mano e acchiappò una lucciola, che si ficcò subito in bocca.
Prima che avessimo il tempo di prendere fiato, ci mostrò
i suoi denti bianchi e perfetti.
«Giù al sud, è questo il nostro fast-food» disse con una
smorfia, prima di scoppiare in una risata che suonò quasi
come un latrato. «Accidenti» esclamò Tiney. Il sorriso di
Ann si fece ancora più ampio davanti alla sua espressione
corrucciata, e i denti candidi mi fecero quasi sentire il sapore
amaro di quell'insetto. «E dai, Wilcox» la rimproverò,
«lasciati andare un pochino». Si alzò e afferrò Tiney per la
mano. «Andiamo a cercare un po' di carne fresca» suggerì,
trascinandola dentro casa.
C'era anche Jun, che però si tenne in disparte. La vidi
passare una, due, tre volte per l'ingresso, con Elena, e poi
le vidi sedute insieme, prima di scomparire. Stavo cercando
il modo di avvicinarla, per sentire almeno che cosa pensava
della rappresentazione, ma stavano succedendo troppe
cose.
Aveva portato anche Keigo, o forse era venuto per conto
suo. Cercai di minimizzare il piacere che provai nel vederlo.
Con lui c'era uno dei suoi compagni di stanza, un ragazzo
più basso di statura e con i capelli lunghi e ricci, color
biondo cenere. Si presentò come Arthur, anche se lui lo
corresse subito.
«Art» disse. Sollevò la mano e me la porse chinandosi
leggermente in avanti. Fu un movimento estremamente veloce,
ma eseguito con un'eleganza che avevo visto solo nei
ragazzi educati nel rispetto delle donne. «Fate spesso serate
come questa?» Non aspettò la mia risposta, così mi limitai
ad annuire mentre riprendeva a parlare. «È fichissimo! Siete
straordinarie! Il dramma è stato pazzesco! Che cos'è?» Si
era chinato sul camino, che stava toccando con una mano.
«Parli del camino?» gli chiesi sarcastica.
Scosse la testa ridendo. «Sì, cioè, mi riferisco alla pietra.
Sembra molto antica. Questo tipo di incisione si trova solo
in Inghilterra. È stata importata?» Ero stupefatta dalla velocità
con cui riusciva a farmi domande a cui non sapevo
rispondere. Cercai di indovinare dove potesse trovarsi Calbe
in quel momento. «Posso trovarti una persona che lo sa
di sicuro» cominciai, ma lui era di nuovo distratto. Questa
volta lo sorpresi a guardare A. J. «Puoi presentarmela?» mi
chiese, chinandosi verso di me e indicandola con la testa.
«Certo».
«Piano, amico» gli disse Keigo sorridendo.
A un mio cenno A. J. mi raggiunse e mi mise una mano
sulla spalla. «Splendida» disse allegra. «E sono assolutamente
certa che saresti dovuta rimanere con Diomede. Ero
molto più sexy di Ann».
«Ciao» s'intromise Art. «Art Segal». Le afferrò la mano
con entrambe le sue, con vigore. «Sei stata stupefacente».
«Grazie» gli rispose, con un sorriso altrettanto smagliante.
«È possibile fare il giro della casa?»
«Ma certo». Il tono di A. J. era lievemente beffardo. «Andiamo».
«Aspetta, aspetta». Art si voltò verso di me. «Ehm...» lanciò
un'occhiata furtiva a Keigo, e mi disse: «Vorrei lasciarti
il mio biglietto da visita». Dalla tasca tirò fuori un oggetto
che mi porse. «Sei stata davvero meravigliosa». Di nuovo
guardò l'amico. «La mia preferita. Abbiamo un club di
lettura di opere teatrali a Harvard». Adesso mi stava fissando
convinto. «Ci vieni?» Sgranò gli occhi, come fa un bambino
quando chiede qualcosa. Restai senza fiato, in imbarazzo
per lui.
«Forse» gli risposi, un po' esitante. Non me la sentii di
fare promesse.
«Mi piacerebbe vederti lì» aggiunse, il tono forse un po'
triste.
«Okay». Presi il biglietto, caldo e con le orecchie agli angoli,
e me lo infilai in tasca. A. J. lo portò via.
Keigo aveva messo su qualche chilo, che in effetti gli donava.
«Ciao» mi disse. «Sei carina come traditrice». Sorrise.
Arrossii, e cercai di controllarmi distogliendo lo sguardo.
«Grazie. È bello rivederti». Un movimento della massa di
gente lo spinse verso di me, e lui non fece niente per allontanarsi.
Il fatto di averlo così vicino mi distrasse, non riuscivo
a trovare nulla da dire. Keigo mi prese la mano. Era inaspettatamente
calda. Restammo così per un lungo momento,
senza parlare. Dovetti fare uno sforzo per non chiedermi
perché quelle feste tirassero fuori tutta la mia carnalità,
mentre mi domandavo se Jun sapesse che cosa stava succedendo
tra noi. Forse la colpa era delle maschere metaforiche
che indossavamo in scena, e di quelle reali che offrivamo
all'entrata. O forse era lo spirito dell'opera, o l'effetto che
la pesante porta d'ingresso aveva su molte di noi: una barriera
vera e propria tra i nostri mondi privati e quello esterno,
in cui molte portavano i paraocchi e seguivano un sentiero
già battuto da tante prima di loro. «Dammi un minuto,
okay?» Lui annuì. Attraversai la stanza come un razzo e
scesi le scale sul retro. Non c'era più nessuna nel camerino,
così potei cambiarmi da sola. Gettai il mio costume su una
gruccia mentre uscivo, e tornai di sopra di corsa. La folla
aveva cominciato a diradarsi un pochino.
Ann e Art stavano chiacchierando accanto a Keigo.
Quando mi avvicinai, sentii Art che proponeva di andare a
fare due passi insieme; non avevo idea di che cosa fosse successo
ad A. J. Fuori faceva caldo, ma c'era una leggera foschia.
Non avevo la giacca, e Keigo mi diede la sua, un gesto
cavalleresco che mi fece sentire al tempo stesso felice e
delusa: la sua sicurezza, infatti, faceva pensare a un comportamento
studiato. Mi avvolsi nella giacca, godendomi quel
velo asciutto che mi proteggeva dall'umidità. Ann si voltò
a guardarmi, mi strizzò l'occhio e abbracciò Art.
«Questi ragazzi hanno visto il lago Waban?» tubò da sopra
la sua spalla.
«Io ne ho sentito parlare» rispose Art. Erano simili di
corporatura, e visti da dietro sembravano più parenti che
due estranei.
«Mi piacerebbe andarci» disse Keigo, la voce chiara. Non
faceva più lo spiritoso come quando l'avevo visto in occasione
del Ringraziamento. Adesso sembrava anche troppo
riflessivo, pensieroso.
Lasciammo andare avanti Art e Ann, mentre attraversavamo
il prato scuro. Quando non riuscimmo più a sentire
i rumori della casa, e non eravamo ancora in vista del lago,
Keigo mi fermò con una mano e si chinò per baciarmi.
Ricordo di aver pensato che fosse un luogo strano per
fare una cosa del genere, dal momento che eravamo sotto
gli occhi di tutti, in piedi in mezzo a un campo aperto. Ma
fu un bel bacio, che mi godetti fino in fondo. Lui tremava
un pochino senza la giacca, così gli circondai la vita con le
braccia per scaldarlo. Dopo un po' si tirò indietro e disse:
«Si staranno domandando che cosa ci è successo». Sollevò il
mento in direzione di Ann e Art. Da parte mia avevo qualche
dubbio, ma andammo comunque a cercarli.
Avevano fatto una curva, lungo il sentiero, e non li vedemmo
subito. Ma un attimo dopo sentimmo lei; era una
di quelle persone che fanno davvero Ah ah ah quando ridono,
e la sua risata giunse sino a noi. Li avevamo quasi raggiunti,
quando Keigo si fermò. Mi voltai a guardarlo. «Vieni
a trovarmi il prossimo weekend» mi disse d'un fiato.
«Vieni a trascorrere una giornata a Harvard».
«Okay». Rimasi affascinata, e un po' stordita, dalla sua
impulsività. Art e Ann comparvero un momento dopo. Lei
aveva un sorriso più smagliante di quanto mi fossi aspettata,
al punto che mi chiesi se fosse successo qualcosa di lascivo
nei pochi minuti in cui li avevamo persi di vista.
«Lo sapete» fece Art, non appena fu sicuro che potessimo
sentirlo «che questo lago ha una tradizione? Se ne percorri
la circonferenza per tre volte con una studentessa di
Wellesley, devi chiederle di sposarti!»
«E se lo fai con più di una ragazza?» strillò Ann.
«Non lo so! Forse vince chi arriva per prima al punto di
partenza?»
«Ah ah ah! Ah ah ah!»
Keigo sorrise a Ann e poi a me. «Mi sembra ragionevole»
commentò.
«Sul serio?» fece lei. «Per me non ha alcun senso» e scoppiò
di nuovo a ridere. Non so come riuscimmo a non farci
contagiare. Art la stava guardando quasi fosse pronto a
mandar giù ogni sua parola, felice di farlo. Poco dopo tornammo
in casa.
Keigo corse avanti, per cercare di trovare Jun, che gli
aveva chiamato un taxi. Art decise di tentare la fortuna con
un autobus più tardi. Aveva un braccio intorno alla vita di
Ann. Ancora non mi andava di tornare al dormitorio. Sarei
stata sola, oppure avrei disturbato Jun ed Elena. Pensai
di restare lì, nel caso Jun si fosse fatta viva. Mezz'ora dopo
ero ancora seduta in cucina e mi ero scolata due tazze del
punch di Ruth. Ne presi un'altra quasi piena e la vuotai.
D'un tratto mi sentii molto stanca, e non riuscii a ricordare
quando avevo mangiato l'ultima volta. E un istante dopo
mi resi conto che, se non fossi uscita a prendere un po' d'aria,
mi sarei sentita male. Mi alzai e raggiunsi la porta. Incrociai
Ann, che mi abbracciò e mi baciò entrambe le guance.
«Credo che andrò a letto con Art» mi disse.
«Fantastico» le risposi, quando in realtà avrei voluto
chiederle perché. Ma scomparve senza darmene il tempo, e
mi lasciò sola, fuori. Alla fine decisi di tornare dentro. Sentii
la porta chiudersi alle mie spalle, e poco dopo qualcuno
mi afferrò per un polso. Tiney.
«Dov'è Jun?» Era ancora truccata, e il fondotinta le dava
un'orribile colorito arancione; sembrava un burattino verniciato
malamente. Ma non era solo la sua pelle; i suoi lineamenti
erano stranamente contorti. Era ubriaca? Una
parte di me ci sperò.
«Non lo so».
Mi lasciò andare il polso. Gli occhi erano socchiusi, a
manifestare tutto il suo disprezzo e il suo sdegno. Avrei voluto
guardare altrove, non riuscivo a comprendere che cosa
l'avesse resa tanto furiosa, o spaventata, o chissà che altro.
Forse, alla fine avrei davvero vomitato.
«Ann ha detto che era qui con Elena» sibilò sottovoce,
voltandosi dall'altra parte.
«Non credo». D'un tratto compresi che dovevo essere
chiara. «Non so dove sia, Tiney».
«Mi chiamo Amanda» disse, cattiva. «Le domande per i
corsi preparatori alla London School of Economics devono
essere consegnate entro domani, lunedì. Eravamo d'accordo
di correggercele a vicenda...» Non finì la frase. «Dobbiamo
trovarci alle dieci, domani mattina». Si controllò
nel pronunciare quell'ultima frase, facendola suonare quasi
normale, come se fosse soltanto preoccupata per via di
una scadenza.
Poi si voltò per andarsene. «Di' a Jun che ci vediamo domattina
alle dieci» disse da sopra la spalla. «Non dimenticartene».
Sapeva che non ero in condizione di ricordare il
suo messaggio. Provai a scuotere la testa, ma lei era tutta
intenta a sfogare la sua ira su di me. «Non intendo perdere
il mio posto all'LSE a causa sua» disse. «La London School
of Economics» aggiunse, scandendo bene le parole con aria
condiscendente. Qualcosa nei suoi modi mi fece tornare in
me, e ricordo che in quel momento pensai che fosse l'acutezza
del suo odio. A posteriori è piuttosto buffo: ricordo
di aver pensato che mi odiava. Non mi passò nemmeno per
l'anticamera del cervello che quelle parole al vetriolo potessero
non avere nulla a che vedere con me... né che un'emozione
simile debba provenire dal profondo e non da una
qualsiasi singola relazione. Allora, però, pensai di risponderle,
fosse soltanto per il bisogno disperato di difendermi.
Ma lei mi aveva già voltato le spalle.
...
.
...
CAPITOLO 26.
...
.
...
Il lunedì seguente, con mia grande felicità, le rappresentazioni
si erano concluse. Ci stavamo avviando verso la fine
del semestre, e gli ultimi preparativi nel campus conferivano
al nostro mondo un insolito senso d'ordine. Sistemai la
mia scrivania, feci il bucato e mi diedi da fare nella nostra
stanza finché non sembrò più pulita e presentabile. Quando
Jun entrò, annuì e mi disse di essere contenta di avere
una donnina che si prendeva cura della casa. Poi controllò
i messaggi in segreteria. Keigo mi aveva cercata. Jun raccolse
le cose che le servivano, assicurandosi che vedessi che cosa
stava facendo per me, e uscì dalla stanza indicando il telefono
con gesto teatrale.
Io e Keigo ci mettemmo d'accordo per organizzare la
mia visita a Harvard. Ero eccitata e preoccupata, non sapendo
che cosa sarebbe successo tra noi. Riuscii a togliermi
dalla testa Weingarten e mi dissi che avrei potuto ripartire
da zero. Per un'unica, magnifica giornata riuscii a pensare
soltanto a Keigo... Finché l'indomani mattina presto
non squillò il telefono, questa volta per Jun. Era suo padre.
«Naomi» disse dopo aver riattaccato, la bocca ancora vicina
al ricevitore. «Nonna Oko è morta». Le feci le mie
condoglianze, ma lei continuò a parlare. Un attacco fatale,
mi spiegò. Lei e Keigo sarebbero dovuti essere in aeroporto
il mattino dopo; tra tutti i famigliari, erano quelli più vicini
a New York. Mi fece notare che avremmo dovuto rimandare
i nostri programmi. Trovai sconvolgente la calma con
cui stava affrontando la cosa.
Prima del sorgere del sole aveva terminato di fare i bagagli;
chiuse la cerniera della borsa e scese ad aspettare il
taxi con cui sarebbe passato a prenderla Keigo, il quale arrivò
poco dopo e saltò giù dall'auto per assicurarmi che mi
avrebbe chiamata. Annuii, incitandolo ad andare. Poi rimasi
a guardare il taxi che si allontanava senza fretta.
Jun e Keigo rimasero a New York solo pochi giorni, ma
fu proprio durante quel breve lasso di tempo che accadde
buona parte degli eventi irreversibili di quel semestre. Si
tenne una prima serie di provini per La tempesta, diretta da
Ruth, a cui la sottoscritta si astenne mentre Tiney partecipò
e ottenne la parte dell'irrilevante Francisco.
Tiney non era mai stata una grande attrice; non riusciva
ad andare oltre la sua facciata di ghiaccio. D'altro canto si
aggiudicò l'ambito premio d'econometria, intitolato a Natalie
Bolton, e intervenne alla festa organizzata dal dipartimento
in onore di studentesse d'eccezione come lei. Oh,
e si prese anche il tempo di formulare un'accusa di truffa e
disonestà intellettuale nei confronti di Jun.
In seguito appresi che la lettera ufficiale che incriminava
Jun era stata spedita alla fine di aprile, e giunse sulla scrivania
della preside lo stesso giorno, per poi essere formalmente
datata, dopo un'accurata revisione, 27 aprile 1995.
Fu consegnata alla destinataria il pomeriggio seguente, poco
dopo il suo ritorno al campus.
Io fui coinvolta solo nel momento in cui ricevetti la mia
lettera, recapitatami il lunedì successivo. Credo che questo
spieghi come mai, nonostante avessi fatto colazione
con Jun il giorno del suo rientro, e nonostante lei mi avesse
riempita di dettagli riguardo al suo viaggio a New York,
tralasciando completamente il funerale, nei giorni seguenti
non la vidi quasi mai, se non di notte, quando occupava
il letto dall'altra parte della stanza. La mia lettera arrivò il
1° maggio, così come quella di Elena Page: entrambe ci saremmo
dovute incontrare con Jun, Tiney, la preside e il vicepreside,
nel tentativo di evitare un processo, prima della
fine della settimana.
Ancora oggi non riesco ad accettare quello che accadde,
e trovo complicato raccontarlo in poche parole. Possiedo
ancora dei fogli con delle date precise, e inoltre ci sono
documenti del college, ma resta sempre un fatto di
difficile comprensione. Anche se, sotto certi aspetti, fu piuttosto
semplice: Tiney si era dimostrata più crudele di quanto
molte di noi avrebbero potuto immaginare, e inconsapevolmente
Jun le aveva intralciato la strada.
Da un punto di vista strategico, fu abbastanza saggia da
lasciar passare diverso tempo dopo gli esami di metà semestre
prima di presentare la sua accusa, anche se a sentir
lei l'attesa fu dovuta allo shock per quanto aveva scoperto:
si era rifiutata di credere che una persona che considerava
un'amica, e una confidente, avesse potuto fare una cosa simile.
Aspettando ottenne due risultati: una certa confusione
riguardo alla cronologia degli avvenimenti di cui affermava
di essere venuta a conoscenza, e l'impressione - da
parte della preside - che avesse indugiato perché riluttante
a fare la spia nei confronti dell'amica. Ed entrambe le cose
contribuirono a rafforzare la sua vacua credibilità.
Stando al suo racconto, questi furono i fatti: a metà semestre
si era tenuto un esame per le allieve del secondo anno
di cui il professor Chang le aveva affidato il testo, essendo
sua assistente. Gliel'aveva consegnato una settimana
prima della data prevista, affinché correggesse la bozza.
Nonostante il divieto di portarlo fuori dall'ufficio, Tiney
aveva commesso il deplorevole errore di prenderlo con sé
per correggerlo nella sua stanza - che comprensibilmente
era molto più comoda e meglio illuminata - con l'intenzione
di riportarlo l'indomani mattina. Sfortunatamente,
mentre si preparava agli esami con Jun, di cui si fidava ciecamente,
le aveva comunicato che avrebbe dovuto smettere
prima per correggere il testo del professor Chang, che
andava restituito il mattino dopo. Non riuscii a trattenere
una risata, quando sentii i dettagli del suo racconto, certa
che a chiunque, come a me, sarebbero apparsi ridicoli e costruiti.
Per una calcolata casualità, la ragazza di Jun si stava
preparando proprio a quell'esame, e naturalmente il testo
non era più nella borsa di Tiney quando quest'ultima l'aveva
cercato dopo che l'amica se n'era andata. Suo malgrado,
aveva cominciato a sospettare di lei, e aveva dovuto
fare uno sforzo per andare dal professore e dalla preside,
cui aveva spiegato che il testo dell'esame era scomparso,
che soltanto un'altra allieva sapeva che era stato portato
fuori dall'ufficio, e che Elena Page - che in economia aveva
qualche difficoltà - avrebbe senza dubbio tratto vantaggio
dal furto di Jun. Il presidente della corte (una carica ricoperta
e assegnata da noi studentesse) aveva avuto l'incarico
di ispezionare il box privato di Jun in biblioteca - un
privilegio riservato a poche allieve del terzo anno e a quelle
dell'ultimo che si preparavano alla discussione della tesi - e
il testo incriminato era stato rinvenuto proprio lì, in mezzo
a un pacco di carte, inanimato e innegabile.
Mi fu chiesto di intervenire all'incontro in qualità di testimone
a conoscenza della personalità di Jun. Aprii la lettera
nella nostra stanza; dopo aver letto la comunicazione con
relativi dettagli, rimasi seduta sul letto per ore, ad aspettare
la mia compagna. Osservai la luce del pomeriggio scivolare
via lentamente, e mi alzai una sola volta per accendere
la lampada. Studiai il soffitto, le mie mani, ascoltai i rumori
del dormitorio. Non avevo nulla da fare, e quell'attesa
orribile non finiva mai. Probabilmente chiusi gli occhi
appena prima che Jun rientrasse, perché non ero del tutto
addormentata, e sussultai sentendo la porta che si apriva.
Diedi un'occhiata all'orologio, e vidi che era appena passata
la mezzanotte.
Jun rimase di sasso, vedendo le luci ancora accese. Lasciò
la porta mezza aperta per un minuto, e io studiai la
sua ombra, domandandomi se se ne sarebbe andata di nuovo.
Sapevo che non aveva voglia di parlare con me. Sapevamo
entrambe che Tiney stava mentendo, ma la vergogna di
quell'accusa, che le aveva inevitabilmente attirato un'attenzione
sgradita, l'aveva resa ancora più introversa. Pretendere
un dibattito pubblico era un'ulteriore crudeltà. D'un tratto
provai imbarazzo per averla aspettata sveglia.
Nessuna delle due aprì bocca, quando si decise a entrare
e richiuse la porta alle sue spalle. Io mi costrinsi ad aspettare,
finché non fosse stata pronta a parlare. Avevo ancora in
mano la mia lettera, e mi accorsi che lei la guardò prima di
mettersi a riporre le sue cose.
«Non è così grave» disse alla fine, sedendosi sul letto.
Ormai i capelli le erano cresciuti tanto che li portava solo tirati indietro, senza più nascondere il viso sotto la frangia
alla moda che aveva continuato a tagliare da quando la
conoscevo. La fronte era la parte più aperta e visibile di lei,
ampia e liscia.
«Come puoi dire una cosa simile?» le chiesi, tenendo la
voce bassa. Aggrottò le sopracciglia e mi escluse, fingendo
di essere impegnata in cose banali come sistemare la sua roba
e prepararsi per andare a letto. Le ripetei la domanda, ma
lei non mi guardò neppure. A quel punto cominciai a intuire
che quella faccenda era soltanto affar suo, e non mi riguardava
affatto. Mi fece infuriare il pensiero che non volesse
chiedere aiuto, e che intendesse affrontare l'accusa da sola:
con quell'atteggiamento altezzoso, sarebbe colata a picco
davanti ai miei occhi senza nemmeno profferire parola.
«È una menzogna, e tu lo sai».
«Non è questo che conta» rispose alla fine. Si appoggiò
alla scrivania, evitando di incrociare i miei occhi. «La verità
non è mai una sola, e alcune sono meno importanti di
altre».
Gettai via le coperte. «Parli come una cazzo di asceta,
Jun». D'un tratto ero talmente arrabbiata che mi tremava
la mano; così presi la busta della lettera e cominciai a strapparla.
Jun allungò una mano e la posò sulla mia. Potevo capire
perché preferisse il silenzio, ma il suo stoicismo era insopportabile.
Il vuoto di sensazioni faceva eco alla verità a
cui aveva accennato: non poteva fare nulla per cancellare la
macchia che aveva già addosso. Poteva accettarla o combatterla,
ma ormai c'era.
Andò alla finestra, il punto della stanza più lontano dal
mio letto. «Il testo dell'esame era dove ha detto lei».
«Se respingerai l'accusa, l'amministrazione ne terrà conto.
Per questo hanno mandato a chiamare anche me ed Elena.
Ci sono già stati casi di accuse montate con lo scopo di
incastrare qualche studentessa».
Jun si voltò verso di me con un ampio sorriso stampato
sul volto. «Non è il college che mi preoccupa, Naomi». Si
alzò e continuò a sorridermi fino a farmi abbassare lo sguardo.
«I miei genitori verranno a saperlo». A quel punto si fece
seria. «Mio padre...»
«...verrà a sapere che sei innocente» dissi, concludendo la
frase come avrei voluto facesse lei. Ma tra noi due era sempre
stata Jun ad avere l'ultima parola.
«...verrà a sapere che frequento Elena». Rimase immobile,
labbra a parte. «Per quanto io possa essere innocente, sarà
quello l'aspetto più deplorevole per lui. E la notizia gli
arriverà nel modo sbagliato».
«Tuo padre è un uomo di mondo».
«Le regole private di una famiglia contano di più».
«Sono regole della famiglia o, piuttosto, di tuo padre?»
Si limitò a lanciarmi un'occhiata. «Keigo che cosa dice al
riguardo?»
«Credi davvero che potrei dirglielo?» L'espressione lievemente
accigliata mi disse che il suo stupore era reale. «Esiste
una sola persona, in questo paese, in grado di comprendere
le dinamiche di una famiglia? O forse sei così presuntuosa
da pensare che le tue opinioni personali contino davvero
qualcosa?» Non lo disse con l'intenzione di essere crudele.
Piuttosto la crudeltà stava in quello in cui mi rifiutavo
di credere. Io e i miei genitori ci ascoltavamo l'un l'altro
sin troppo, perché non avevamo nessuno intorno. Al contrario,
ogni parola e ogni azione di Jun sembravano essere
scolpite dalle generazioni che l'avevano preceduta. Detestavo
la cura con cui cercavano di plasmarla, e detestavo lei
per il modo in cui si chiudeva in se stessa. In quel momento
sono certa che mi stesse odiando anche lei. Ciascuna stava
tentando di convincere l'altra che l'appiglio a cui si stava
aggrappando non era sicuro.
«Il college sembra pensarla così» dissi indicando il foglio
che aveva in mano. «Si aspettano che qualcuno parli in tua difesa».
Gettò la lettera sul mio letto e mi guardò negli occhi.
«Non c'è nient'altro da dire».
Ci vollero alcuni giorni perché l'amministrazione decidesse
di attribuire alla faccenda lo status di confidenziale,
creando quel silenzio paralizzante in cui Jun aveva sperato.
A me personalmente fu chiesto di non farne parola con nessuno.
Keigo provò a chiamarmi diverse volte, ma non potei
parlargli: il silenzio di Jun aveva bloccato anche la mia
possibilità di scelta. L'intera situazione era talmente surreale
che, quando mi capitava di vedere Tiney, era come se
mi trovassi davanti un ologramma; mi era quasi impossibile
credere che esistesse realmente. Quella primavera aveva
sempre una sciarpa blu al collo; non se la toglieva mai.
E, ogni volta che scorgevo un puntino blu, restavo stupita
dalla sua capacità di avvicinarsi e sparire in un istante. Come
una marionetta, che appare sulla scena per poi scomparire
dietro le quinte di un teatrino.
L'incontro tra me, Elena, Jun e Tiney fu fissato per il 5
maggio, un venerdì. Il campus era ancora addobbato con i
pali ornati da nastri vivaci eretti per festeggiare il giorno di
calendimaggio, un'altra tradizione del college. Restavo ogni
volta sconcertata da quelle strisce colorate che pendevano
dagli alberi, mosse dalla brezza: prima di arrivare a Wellesley,
avevo visto solo alcune immagini di quella celebrazione
in un vecchio libro per bambini dedicato alle feste di un
tempo. Ma ora le celebrazioni si limitavano a un picnic e le
fanciulle non danzavano più intorno ai pali, che venivano
eretti nei pressi degli ingressi principali. Il ghiaccio sul lago
si era sciolto, e qualche fiore selvatico spuntava nel pomeriggio
per appassire durante la notte. Per tutto il giorno
di calendimaggio, e quello seguente, Jun mi evitò. Mercoledì
mattina, però, mi alzai presto. La scrollai per svegliarla,
all'alba, e lei si girò nel letto. Non credo stesse dormendo.
«Andiamo a correre» le dissi. Mi studiò un momento,
e pensai che mi avrebbe voltato le spalle. Invece si alzò e,
mentre la guardavo avviarsi silenziosamente verso il guardaroba
per infilarsi una felpa e sedersi per allacciarsi le scarpe,
finsi che finalmente ci fossimo liberate di ciò che era venuto
a frapporsi tra noi, qualunque cosa fosse, e che potessimo
tornare a compiere un'attività normale e semplice.
Appena uscite dalla porta, Jun si fermò. Mi mise una
mano sulla schiena e una sul braccio, bloccandomi, poi alzò
un dito per chiedermi di aspettare. Aveva dimenticato
le chiavi. Erano i gesti di suo padre; gli avevo visto fare gli
stessi identici movimenti quando ero stata a New York per
il Ringraziamento. Jun mi stava precedendo nella sala da
pranzo, e lui l'aveva fermata: una mano sulla schiena, l'altra
sul braccio, e poi quel dito sollevato per dirle di aspettare.
Rimasi alquanto colpita, e in un istante mi resi conto
della portata del cambiamento che era avvenuto in lei.
Non solo temeva la reazione del genitore: lo stava invitando
a intervenire. E oggi sono convinta che lo volesse lì, con lei.
Durante l'inverno eravamo andate a correre di rado, e
avevamo preferito il percorso interno, ma quella mattina
andammo al lago. Il sentiero era quasi asciutto, per la prima
volta dopo mesi, e c'erano lunghi tratti di terra secca.
Corremmo per più di un'ora, finché non fummo entrambe
esauste. Scendemmo all'unica spiaggia, una piccola radura
rocciosa che riusciva sempre a stupirmi con le sue onde.
La primavera, nel Massachusetts, mi sorprendeva quasi
sempre, quando arrivava con tanta decisione dopo una lunghissima
attesa. Ancora pochi, brevissimi mesi e sarebbe
cominciata l'estate, molto calda e umida, e io sarei tornata a
casa, probabilmente per l'ultima volta.
Quando mi voltai verso la mia amica, sussultai: aveva il
viso rigato dalle lacrime. Lei, però, non reagì alla mia sorpresa.
Fu come trovarmi davanti a uno di quei cervi che talvolta
si smarrivano nel campus: temetti di farla scappare, se
avessi fatto un movimento brusco. A pensarci bene, avevo
spesso quell'impressione, quando si trattava di Jun: la sua
amicizia era qualcosa di raro, di delicato. Avrei voluto tenderle
una mano, ma in tal modo avrei posto l'attenzione
sulle sue lacrime, e lei non l'avrebbe gradito. Le rimasi accanto
e aspettai. Probabilmente passarono solo alcuni minuti,
poi finalmente parlò.
«Come sta tua madre?» mi chiese.
Feci per sviare la conversazione su qualcos'altro, ma Jun
mi fermò con un movimento della mano. «Meglio» mentii.
Non tornavo a casa dal compleanno di mio padre, in marzo,
che non avevamo festeggiato perché lui non aveva voluto.
«Jun» riuscii a dire.
«Non c'è nulla che tu possa fare».
«Ma sei stata accusata ingiustamente» insistetti. Ebbi la
sensazione di non aver centrato il punto, ma non riuscivo a
capire perché. «Non conta nulla? Voglio dire, i tuoi genitori
verranno a sapere che sono tutte sciocchezze. Saranno oltraggiati
per il trattamento che ti è stato inflitto». Mi sentii
un'ingenua, ma al tempo stesso ero ostinatamente sicura
che la sua innocenza meritasse l'idealismo di qualcuno disposto
a difenderne i diritti.
«Non ho fatto nulla di male» disse.
«Appunto» feci io, cercando di spuntarla. «Devi continuare
a ripetertelo. E io posso aiutarti. So che non sei colpevole.
E la preside vuole sentirlo da me, e da te».
Non rispose a quell'ultima osservazione. Raccolse una
manciata di sassolini e cominciò a lanciarli oziosamente
verso la sponda del lago. «Sapevi che io e Tiney siamo entrate
insieme nella società?» mi domandò dopo un po'. «Il
primo anno eravamo compagne di stanza e abbiamo deciso
di chiedere l'ammissione insieme». Sorrise. «Dio, che anno
grandioso. La Shakespeare Society stava vivendo il suo momento
migliore. C'erano attrici incredibili, all'ultimo anno.
Peccato che tu non ci fossi». Si voltò e mi sorrise. «Ci
sentimmo subito a nostro agio. Per un periodo siamo state
davvero amiche». Fece una pausa. «Hai conosciuto i suoi
genitori?» mi chiese. Annuii. Li avevo visti una volta soltanto,
ma mi erano rimasti impressi.
«All'inizio mi sono sembrati due snob, troppo altezzosi
e per nulla amichevoli. Ma c'è qualcosa di più. Suo padre è
un uomo molto freddo. Non saprei dirti altro di lui. So solo che ha trasmesso la sua freddezza anche a Tiney. L'ho capito
alla fine del primo anno. La riveste come una pelle sottile;
una volta vista, non ho più potuto ignorarla».
«Che cos'è successo?» le chiesi, temendo che smettesse
di parlare. Fece un sospiro, cercando di radunare energie di
cui in realtà sembrava priva. «C'era una ragazza, nel nostro
stesso corridoio, che aveva problemi con la scuola, e venne
a chiedere aiuto a Tiney. Lei le faceva da tutor ma, quando
se ne andava, sorrideva compiaciuta delle sue mancanze. Era
trionfante. Qualche volta si metteva addirittura a ridere, forse
pensando di condividere qualche battuta con me». Si circondò
il torace con le braccia. «Ha aiutato anche qualche altra
ragazza. Con loro era piena di premure, attentissima; e
quando se ne andavano le metteva in ridicolo». Mi guardò,
per essere sicura che la stessi ascoltando. «E godeva nel farlo.
«Una volta una delle sue allieve venne a chiederci se
avessimo trovato il suo diario. Era in lacrime. Non era la
prima volta che la vedevamo piangere, le succedeva piuttosto
spesso. Be', alcuni giorni dopo Tiney arrivò in camera
con quel diario, dicendo di averlo trovato nella sala comune.
Ridacchiava, quasi avesse vinto un premio.
«Il giorno dopo era ancora sulla sua scrivania. Mi sorprese
a guardarlo: probabilmente immaginò che cosa stavo
pensando, perché finse di essersi scordata di restituirlo, e
andò subito da quella ragazza. Sembrava quasi che riuscisse
a leggere nella mia mente, abbastanza da capire fino a che
punto avrei potuto sopportare il disagio che mi creava, prima
di voltarle le spalle. E solo in quel momento iniziava a
comportarsi come avrebbe dovuto. Il suo atteggiamento disturbava
me, soprattutto; lei sapeva benissimo quali reazioni
riusciva a scatenare nel prossimo, ma questo non le impediva
di continuare. Si fermava solo quando temeva di essere
lei a perdere qualcosa. Sapevo che aveva paura di perdermi
come amica, ma iniziai a pensare che le piacevo solo per i miei risultati a scuola: per certi versi, dal punto di
vista accademico ero intoccabile come lei. Giocavamo nella
stessa categoria. Hai presente quel detto: “Tieni gli amici
vicini e i nemici ancora più vicini”?» Di nuovo sospirò.
«Tiney vuole la Marshall, Naomi».
«Non... non capisco. Che cosa significa?»
«Capita molto di rado che la concedano a più di un'allieva
del Wellesley in uno stesso anno. E io e Tiney vogliamo
fare domanda per l'ultimo anno. Lei ha scoperto solo di
recente che ho la cittadinanza americana e che quindi posso
candidarmi».
Mi guardò. «Sa chi sono, Naomi». Si fermò, come se stesse
cercando di valutare quanto ancora doveva spiegarmi. «Sa
che questa è una battaglia che preferirei non combattere».
Non credevo alle mie orecchie. «Intendi dire che non la
denuncerai? Che la lascerai vincere?» Mi parve di essere tornata
una bambina di nove anni, al pronto soccorso, intenta
a studiare un cuore di plastica, così diverso da come l'aveva
immaginato.
«No. Intendo dire che sto combattendo una battaglia
molto più grande. Ascolta» aggiunse, voltandosi verso di me, una metà del viso in ombra. Ricordo di aver provato l'impulso di farla girare, così che il suo viso intero fosse illuminato dal sole. Volevo che strizzasse gli occhi, abbagliata dalla luce. «È una cosa fra Tiney e me. Tu non dovevi essere coinvolta».
...
.
...
CAPITOLO 27.
...
.
...
Il padre di Jun arrivò al campus quella sera, seguito dalla moglie.
Quando rientrai dalle lezioni del pomeriggio, trovai la porta della camera aperta ma bloccata dal signor Oko, il quale osservava la figlia che si muoveva lentamente per la stanza, mentre la madre si affrettava a preparare una piccola borsa da viaggio. Jun fu la prima a vedermi, e il padre si voltò per seguire la direzione del suo sguardo. Accennò un inchino, e io ricambiai, approfittando per infilarmi in camera e lasciare le mie cose sul pavimento. Avevo l'intenzione di uscire di corsa ma, dal momento che sarei stata costretta a passargli accanto di nuovo, rimasi in un angolo a osservarli. La madre di Jun era più piccola di come la ricordassi e, mentre sfrecciava da una parte all'altra della stanza, mi parve ancora più simile a un uccellino rispetto a quando l'avevo vista nell'enorme attico di Manhattan. Alla fine mi ritrovai esattamente di fronte al signor Oko, dalla parte opposta della camera; stavo facendo del mio meglio per non farmi notare, ma lui sembrava intento a memorizzare ogni dettaglio della stanza e di tutte le persone presenti. Sua moglie era l'unica a parlare. Rivolgeva domande sommesse e urgenti alla figlia, in giapponese; le
chiedeva delle sue cose. Alla fine chiuse la zip della borsa, e il signor Oko si fece avanti per prenderla. Lanciò un'occhiata a Jun e fece un cenno nella mia direzione. «Saremo al Four Seasons di Boston» mi disse Jun, prima di seguire la madre, che si era affrettata a uscire dietro al marito. Non appena i suoi genitori si furono allontanati, si voltò e aggiunse svelta: «Cercherò di chiamarti». Poi chiuse la porta.
Mi gettai sul letto. Gli Oko avevano lasciato un profilino fresco, sconosciuto, ma la camera era stranamente tranquilla, nonostante il fermento che c'era stato sino a poco  prima. D'un tratto il silenzio divenne insopportabile. Presi il telefono e chiamai casa. Mi rispose papà. Un'ora dopo aveva percorso il tragitto di venti minuti per raggiungere il college, e mi stava aspettando fuori dal dormitorio, i fari della sua auto l'unica fonte di luce sul vialetto
circolare immerso nell'oscurità.
Le strade del Massachusetts non sono ben illuminate
durante la notte. Ogni tanto mi è capitato di pensare che
voglia restare tenacemente attaccato alle sue radici seicentesche,
rifiutando di modernizzarsi. Superammo spettrali dimore
vittoriane sotto deboli luci, e centri commerciali di
cemento praticamente deserti, e dovetti aspettare di entrare
in autostrada per sentire la voce di mio padre.
«Vuoi dirmi che cosa sta succedendo?» Un dardo di luce
trapassò il parabrezza e fu riflesso dalle lenti dei suoi occhiali.
Dal modo in cui era vestito dedussi che, quando aveva
ricevuto la mia telefonata, si stava preparando per andare
a letto. Indossava il suo cardigan da lettura, e sul viso aveva
un'ombra grigia nei punti su cui l'indomani mattina avrebbe
passato il rasoio. «La scuola non sta andando bene?» Le
guance sembravano molli, rilassate.
Attraverso il finestrino osservai gli alberi che correvano
lungo l'autostrada, tutti uguali. «Forse non così bene come
avevamo sperato». Notai l'opera di un graffitaro disperato
sopra un sottopassaggio. Sapevo che stava facendo uno
sforzo per non rivolgermi altre domande. «Penso che, alla
fine, non riuscirò a sapere tutto».
«E chi può pretendere una cosa simile?» domandò lui sorpreso.
Lo guardai, altrettanto stupita. «Si tratta di una delle mie amiche».
«Jun?»
Cercai di scorgere la sua espressione, ma aveva riportato
gli occhi sulla strada. Annuii, anche se non poteva vedermi.
«Già». Non sapevo da che parte cominciare. E poi che cosa
avrei dovuto spiegargli? Mi sentivo condizionata dal silenzio
di Jun, quasi potesse sentire ogni parola sul suo conto.
Quando fu chiaro che non avrei detto nient'altro, papà
allungò una mano a prendermi il mento. Aveva un modo
di toccarmi il viso che mi faceva voglia di abbandonarmi,
di appoggiarmi alla sua mano. Eravamo quasi a casa. Le
luci della veranda erano accese, ad accoglierci. Pensai che
fosse stato lui ad accenderle, uscendo per venire a prendermi,
ma mamma era in cucina, seduta, avvolta in una logora
coperta di velluto bianca e marrone che avevo sempre
visto al pianoterra di casa nostra da che ricordassi. Una
volta c'erano disegnati cavalli e leoni, ma quelle creature
imperfette erano ormai sbiadite. Un po' malferma, mi accompagnò
in camera mia, e mi disse che era già pulita e
pronta. Forse la mia telefonata improvvisa li aveva rimandati
con la mente a un periodo in cui avevo avuto più bisogno
di loro, e in cui le mie necessità erano state più semplici
da soddisfare.
«Quanto tempo pensi di fermarti?» mi domandò mamma,
dopo aver acceso la piccola abat-jour accanto al mio
letto. Alcune ciocche di capelli le erano scese lungo i lati del
viso, e notai qualche striatura grigia sulle tempie. Le dissi
che mi sarei trattenuta qualche giorno: non potevo sapere
che cosa sarebbe successo, finché Jun non mi avesse fatto
sapere dove avrebbe alloggiato dopo l'incontro con la preside
che avrebbe preceduto il processo. Ero consapevole di
non poter tornare al dormitorio: la sua assenza mi avrebbe
ricordato costantemente dove si trovava e perché.
Mi lavai i denti nel bagno piccolo e freddo di fronte alla
mia stanza e poi andai a letto. Mi addormentai quasi subito
e mi svegliai un'ora dopo. Sulla casa era sceso il silenzio,
e d'un tratto mi resi conto di aver sognato anche mia
madre. Provai l'impulso di alzarmi per andare da lei, invece
rimasi a letto, aggrappandomi a quell'illusione finché non
caddi di nuovo in un sonno profondo.
Il mattino dopo avevo lezione, un ripasso in vista di un
esame per cui non ero ben preparata, così mi preparai in
tutta fretta. Presi in prestito la vecchia auto di mamma e
accettai il suo invito per pranzo. Tornai al campus, domandandomi
quanto sarebbe durato quel tuffo nel passato; ero
ancora a casa, mia madre non era eccessivamente debole, e
io me la svignavo ogni volta che papà sperava mi trattenessi
un po' più a lungo.
A pranzo mamma preparò un pasticcio di pesce e patate
dal sapore molto leggero e rassicurante. Era una delle
sue specialità, che servì con piselli surgelati semicrudi.
Per dessert, c'era una torta al limone confezionata. La cucina
era stata risistemata. Mi spiegò che stavano considerando
di apportare altri rinnovamenti. Aveva fatto cadere
dei piselli sul piano di lavoro, e adesso li stava raccogliendo
uno a uno per rimetterli nella ciotola che aveva scelto.
Il tavolo era stato accostato a una parete, con due sedie alle
estremità. Tirai fuori la mia, per sedermi accanto a lei,
anziché di fronte.
Anche papà era a casa, ma aveva portato il suo piatto nella
stanza adiacente, per mangiare davanti al televisore che
nonna aveva installato lì proprio a quello scopo, e che poi ci
aveva lasciato. Mi resi conto che mamma doveva aver comprato
il pesce quella mattina, dal momento che ero arrivata
all'improvviso, ma liquidò la mia preoccupazione per il disturbo
che si era presa: aveva in mente di prepararlo per cena,
ma quella piccola variazione di programma non era un
problema. Chissà come avrebbe preso papà il fatto che per
cena avrebbe avuto avanzi; gli piaceva che quello serale fosse
il pasto più completo e più fresco della giornata. Forse era
cambiato anche questo: a quanto ne sapevo, potevano aver
preso l'abitudine di ordinare pasti pronti ogni sera, da consumare
su dei vassoi davanti alla TV. C'era una strana atmosfera.
Vuota. Era come se entrambi camminassero su un sentiero
prestabilito da cui non si allontanavano, mentre alcune
stanze diventavano sempre più buie e polverose.
Io e mamma pranzammo con calma, e lei non mi chiese
di spiegare perché fossi piombata lì nel bel mezzo della
settimana, o che cosa mi avesse indotta a rifugiarmi a casa.
Le fui grata per la sua discrezione, così lontana da tutto
ciò che popolava la mia mente. Nel pomeriggio il cielo cominciò
a rannuvolarsi, ma mamma raramente accendeva le
luci durante il giorno; così ci sedemmo al bagliore del tramonto
che andava affievolendosi, mentre lei preparava il tè
e cercava una scatola di biscotti. Una volta mi aveva detto
che tra le poche responsabilità che aveva avuto da bambina
c'era stata quella di preparare vassoi di stuzzichini o dessert.
E anche adesso, mentre sovrapponeva i biscotti come
pezzi del domino, era tanto assorta da adottare un'espressione
quasi infantile.
Dal corridoio giungevano i rumori del televisore di nonna.
D'un tratto mi tornò in mente un altro pomeriggio che
avevo trascorso con mia madre. Dovevo avere all'incirca sette
anni. Era una giornata calda, in primavera o in estate; eravamo
fuori insieme, e lei rideva. Felice di vederla così, ero
partita di scatto sfidandola a rincorrermi, e lei aveva riso ancora.
Aveva i capelli sciolti che le svolazzavano intorno al viso,
e nel mio ricordo era giovane quanto me. Credo che quasi
tutti i bambini abbiano una visione simile della propria
madre, a un'età in cui sono ancora abbastanza piccoli da vederla
come una ragazzina, e abbastanza grandi da comprendere
il privilegio di una simile esperienza. Non penso ci sia
stato un solo anno, in tutta la mia vita, in cui non mi sia domandata
come fosse stata mia madre alla mia età; ho sempre
cercato un segno che lasciasse intendere che io stessa ero
un'eco di quella vita che solo per poco non riuscivo ad afferrare.
Mi domando se tutte le ragazze provino sentimenti
simili riguardo alla propria madre; se tutte quante miriamo
unicamente a interiorizzarla, per vedere ogni volta frustrati
i nostri tentativi, perché questo non è possibile, perché siamo
sempre inevitabilmente troppo giovani.
Mamma posò il piatto con i biscotti sul tavolo davanti
a noi, prima di chiedermi nuovamente quanto pensavo
di fermarmi.
«Una mia amica ha un problema» le spiegai, evitando di
incrociare il suo sguardo.
«E così sei venuta a casa?»
«Mi ha chiesto di starne fuori».
Annuì. «Sono felice di averti qui. Ti vedo magra. Stai
dormendo ultimamente?»
Le dissi di sì. C'è qualcosa di orribile nel sentirsi bene
di fronte a uno sconvolgimento generale. Mi chiese quale
opera di Shakespeare fosse in programma per l'autunno. La
tempesta, le risposi.
«Splendida. Mi piace pensarti su quel palcoscenico.
Sembri più felice, più simile a com'eri un tempo». Ebbe un
momento di esitazione.
«Prima dell'attacco di cuore di papà, intendi» dissi io,
concludendo la frase per lei. «E di Teddy».
«Prima di tutto quello che è accaduto, sì». Prese un sorso
di tè. «Sono già state assegnate le parti?»
Sì, risposi, e io non mi ero presentata ai provini.
«Perché?»
Non ero sicura di avere una risposta. Temevo di aver
usato il palcoscenico per mascherare il dolore che provavo
da quando lei si era ammalata. Eppure, il dolore era ancora
lì. Insieme alla sconvolgente sensazione di perdere terreno
nei confronti della persona che pensavo di aver bisogno
di essere. Un impulso disperato mi spingeva a vagare per la
mia vita con gli occhi aperti, poiché fino a quel momento
avevo guardato il mondo sbirciando attraverso le dita. «La
mia media sta peggiorando» le dissi. «Ma non è questo il
vero motivo». D'un tratto mi resi conto che volevo stare a
casa, con lei. Era quello il mio desiderio, da sempre. Scrutai
il suo volto, in cerca di un segno che mi facesse capire
che mi aveva letto nel pensiero.
«Mmm» disse annuendo. «Immagino che le prove rubino
molto tempo allo studio». Fece una pausa, alle prese con
qualche conflitto interiore riguardo al modo migliore in cui
parlarmi. «Una cosa mi piacerebbe sapere. Ci sono un sacco
di padri e figli maschi in quelle opere. Ma le madri dove
sono?» Una bella domanda, che però mi rivolse con un tono
spiritoso, quasi a provare una teoria che pensava di poter
dimostrare. Ero certa che non le importasse nulla della
figura della madre nei drammi che mettevamo in scena.
Rimasi sorpresa dalla totale ingenuità di quella domanda.
Forse stava cercando di fare conversazione. E, da che ricordassi,
era una delle prime volte in tutta la mia vita.
Annuii, afferrando le sue intenzioni. «Immagino che la
loro presenza sia sottintesa» dissi, strappando un sorriso a
entrambe.
«Ma non nella Tempesta, giusto? Credo che una madre
servirebbe proprio in quell'opera. Forse, se ci fosse, non uscirebbero
tutti sotto quel temporale». Era distratta. Mi domandai
quando l'avesse letta. E se avesse letto più di quanto
mi fossi mai resa conto. Le vene della mano erano in rilievo,
mentre sorseggiava il suo tè. «È strano che voi ragazze vi eccitiate
tanto per opere in cui le madri non compaiono quasi
mai» continuò. «L'impressione è che siate troppo impegnate
a vivere vite da uomini, quasi fosse un raro privilegio. A volte
mi domando se non siate condizionate quanto lo eravamo
noi, ai nostri tempi. Nonostante tutte le opportunità che
avete oggi». Gli angoli della bocca erano rivolti verso il basso
ora, come se vi fossero attaccati dei pesi invisibili.
Mi avvicinai. «Ricordi, quand'ero piccola, come ti infuriavi
con papà quando si faceva prendere dalla sua passione
per Rose Kennedy?» Accennò un sorriso. «Nemmeno io credo
di capire veramente la sua ossessione» le dissi. «Be', forse
non è proprio vero. Ma non sono sempre stata sicura che
fosse perfetta». Parlai sommessamente, per paura che potesse
chiudermi fuori in un istante. «Ricordo ancora quando la
accusasti di aver ucciso sua figlia». Inspirai solo quanto bastava
per pronunciare la domanda seguente. «Te lo ricordi?»
E d'un tratto ebbi la sensazione di averle rivolto tante altre
domande, comprese alcune riguardanti madri stanche delle
vite delle persone intorno a loro, e forse anche della propria.
Sapevo che avrei dovuto attendere a lungo una sua risposta,
e per un attimo pensai che non mi avrebbe risposto affatto.
Così, dopo un po', ricominciai a parlare; le raccontai
di ciò che avevo trovato sotto il pianoforte, quel giorno di
tanti anni prima, e che avevo ancora con me; lei ascoltò, il
viso paralizzato in un'espressione indecifrabile. E poi, seppure
per un istante, sorrise.
«Aveva nascosto una fotografia di Amelia Earhart là
sotto?»
Annuii.
«E credi che questo provi qualcosa?»
Sentii il cuore in gola. «Sì».
«E che cosa, esattamente?» Il suo tono era quasi clinico.
«Quando fu sottoposta a lobotomia, Naomi? Te lo ricordi?»
mi chiese, tagliente.
«Nel '41».
«E quando fu restaurata la casa?»
«Nel '67» risposi. Come un sasso, la realtà colpì nel segno,
piazzandosi sul mio stomaco. «Tu pensi che non possa
essere stata lei a nascondere quelle carte?» le chiesi ad alta
voce. Poi la guardai, in preda a una collera improvvisa.
«E chi è stato, allora? Chi altri si sarebbe preso la briga di
metterle là sotto?»
Mamma serrò le labbra, che si ridussero a una linea sottile.
«Non credo sia così importante, Naomi». Capii che era
sconvolta quanto me, e detestavo il fatto che potesse prendere
in giro entrambe con quelle patetiche imitazioni di se
stessa. A quel punto cominciò a raccogliere i piatti.
«Lo è invece» dissi, mettendomi sulla difensiva. «Lo era
per lei. Lo era per Rosemary».
«Come fai a saperlo?»
Gettai il mio tovagliolo sul tavolo. «Non lo so. Ma, se è
per questo, non lo sai nemmeno tu. E chi diavolo potrebbe
aver messo quella roba sotto il pianoforte?» Mi sentii
avvampare, e d'un tratto ero di nuovo una bambina che si
sentiva male sulla panchetta di un pianoforte, mentre giocava
a indovinare che cosa avrebbe potuto dire mamma se
per una volta non avesse smesso di parlare.
«Non lo so. Forse lo sapeva sua madre. Ma probabilmente
hai ragione tu». Il suo sorriso mi parve un po' troppo gentile.
«È difficile immaginare Rose mentre striscia sotto il piano,
no? Più difficile rispetto a immaginare che sia stata proprio
Rosemary, indipendentemente dalle sue condizioni».
Portò i piatti al lavello e aprì l'acqua, che richiuse un momento
dopo, cambiando idea su ciò che stava per fare.
«Sai che il corpo della Earhart fu ritrovato, vero?» disse
dopo un po'. «Tanto tempo fa, nel '40. Rinvennero delle
ossa appartenenti a una donna bianca della sua statura
sull'isola della Polinesia dove si pensava fosse precipitata.
Ma la gente continua a insistere che risulta ancora dispersa.
Non crede che possa trattarsi di lei».
«E tu? Tu ci credi?»
«Be', come diresti tu: chi altri potrebbe essere?» Si staccò
dal lavello e tornò a sedersi al tavolo con me. «Credo che,
quando una persona raggiunge lo status di eroe, l'unica cosa
che non siamo disposti ad accettare è la sua morte». Sorrise
ironica. «Quella poveretta è morta da cinquant'anni, e
nessuno vuole seppellirla». Cominciò a giocherellare con le
mani, con le dita. Era nervosa. «Suppongo possa essere stata
lei» disse poi, la voce talmente sommessa che la sentii a
malapena. «Rosemary, da piccola. Quello era il pianoforte
di sua madre».
«Sì. Potrebbe essere successo addirittura dopo la lobotomia.
Non la spense del tutto. La rese solo... diversa».
«Naomi. Come fai a sapere una cosa come questa?»
«Non posso saperla, infatti. Sto solo facendo un'ipotesi».
«Valida» ammise dopo un momento, la voce quasi inudibile.
«Hai sempre avuto un bel modo di vedere le cose, tu.
L'hai appreso da tuo padre». Lasciai che mi prendesse le mani
e mi toccasse delicatamente le dita, quasi cercasse qualcosa.
«Sai, un tempo avevo anch'io una memoria come la
tua» disse alla fine. «Quand'ero bambina la definivano
“fotografica”, anche se non mi pare che quest'espressione
si usi più. La odiavo. Non volevo ricordare tutto ciò che
leggevo o che vedevo. Penso sia uno dei motivi per cui
decisi di lasciare la scuola. Tua nonna non riuscì a credere
di aver cresciuto una persona del genere, quando venne
a saperlo». Sospirò, e si massaggiò gli occhi con le mani.
«Suppongo l'abbia detestata anche tu, anche se ti è stata
molto utile».
Non le risposi subito. Cercai di assimilare quello che mi
aveva detto, mentre mi chiedevo se l'avessi sempre saputo.
D'un tratto la tensione tra noi aveva lasciato il posto a una
profonda dolcezza. «A volte mi è servita, credo. Ma ci sono
momenti in cui vorrei dimenticare alcune cose».
«Sì» sussurrò. «È naturale». Per la prima volta in tutta la
mia vita vidi il suo viso crollare mentre mi guardava. Fu come
guardare una crepa che deturpa una statua. «Oh, Naomi,
sono così tante le cose che vorrei potessi dimenticare.
E ho tentato di proteggerti da quelle peggiori, perché non
fossi costretta a ricordarle. È stato un errore: ho sbagliato a
ritenerlo possibile». All'improvviso si alzò in piedi. «Devo
mostrarti una cosa». Prese coraggio, e mi guardò dritto negli
occhi. «Non mi perdonerai mai per quello che sto per
fare» disse, prima di voltarmi le spalle e passare nel ripostiglio
tra la cucina e il garage. Poco dopo la sentii digitare la
combinazione della cassaforte.
Quando tornò, stava stringendo al petto qualcosa. «Forse
hai ragione» disse sottovoce, mentre tentava di ricomporsi.
«Forse ho esagerato nel tenermi tutto dentro». Mise un
piccolo fascio di lettere sul tavolo. «Ma erano troppe le cose
da cui dovevo proteggerti». M'indicò le buste senza aggiungere
una parola.
Su tutte e tre, al posto del mittente c'era un indirizzo del
New Jersey.
10 agosto 1990
Gentile signora Feinstein,
mio figlio ha avuto dei problemi. Il dottore dice che ha avuto
una crisi. Non so che cosa fare. So che i nostri rapporti non
sono mai stati troppo amichevoli, ma non ho nessuno che mi
aiuti, e ho pensato di scrivere a lei. Rimarremo qui in ospedale
per un po', ma resterò in attesa della sua risposta.
In fede,
Chava Rosenthal
22 agosto 1990
Gentile signora Feinstein,
la ringrazio della cortese risposta. Non è mia intenzione chiederle
niente. Il ragazzo verrà rinchiuso in un ospedale psichiatrico,
da cui non uscirà più. Grazie del tempo che ha voluto
concedermi.
Chava Rosenthal
1° ottobre 1990
Gentile signora Feinstein,
non avrei dovuto scriverle quelle lettere. Lei è una persona
gentile. Mi dispiace, non sono una persona molto amabile.
Sono tornata a vivere a Brookline. Il ragazzo è all'ospedale
lemuel SHATTUCK. Ha una malattia del sangue, ed e soggetto
a crisi. La maggior parte delle volte non riconosce né me,
né nessun altro. I dottori dicono che il suo cervello ha riportato
dei danni.
Il mio indirizzo é il seguente:
1648 Beacon Street
Appartamento 3
Brookline, MA
Chava Rosenthal
«Oh, no, mamma». Appoggiai la testa sul tavolo. «No».
Non riuscii a dire altro.
Sentii lo stridore della sua sedia, quando la avvicinò alla
mia. D'un tratto ruppi in singhiozzi: lo shock e il dolore
che credevo di aver soffocato per sempre sgorgarono
da un angolo del mio animo che nemmeno sapevo esistere.
Mamma mi stava accarezzando i capelli, esitante. «Mi
dispiace tanto, Naomi. Tanto. Ho pensato fosse meglio tenertelo
nascosto. Ero convinta che non ti avrebbe aiutata».
Mi aveva fatto dubitare di quella che sapevo essere la verità.
In quel momento mi resi conto di non aver mai dimenticato
Teddy. Semplicemente, ero andata avanti con la mia
vita, sempre trascinandomelo dietro. Una volta spezzato, il
cuore rimane sempre a rischio di rompersi lungo le crepe.
«Cerca di capirmi» mi stava dicendo. «Non potevo dirtelo.Non potevo farti una cosa simile. E poi» aggiunse, continuando
ad accarezzarmi quasi fossi un animale che poteva
essere calmato, «quando sei tornata a casa, ieri, ho capito.
Avevi sofferto comunque. E mi sono resa conto di dovertelo
dire. Anche dopo tanto tempo».
Presi le sue braccia e le misi intorno al mio torace. Lei
si chinò su di me, il suo corpo sul mio. «È sempre stato
con me» continuavo a ripetere. Lei mi tenne stretta. Con la
mente, mi voltai a guardare Teddy, e la sua immagine continuava
a svanire. Per la prima volta, dalla notte in cui era venuta
a prendermi alla stazione, provai per lei un sentimento
simile a odio. Come aveva potuto pensare che, nascondendomi
una cosa simile, mi avrebbe protetta? E io come potevo
credere che avesse voluto proteggermi?
...
.
...
CAPITOLO 28.
...
.
...
Quello stesso pomeriggio tornai al campus con le lettere.
Non sapevo che altro fare. L'incontro con la preside era fissato
per l'indomani. Stavo solo tentando di tenermi vicine
tutte le cose che per me contavano, come aveva fatto la
signora Rosenthal aggrappandosi alla sua infelicità, e mia
madre a se stessa.
Non appena arrivata, andai alla casetta. Avevamo in
mente una produzione in grande stile della Tempesta, e
Ruth aveva già cominciato a preparare scenografie e costumi,
sebbene molte delle ragazze sarebbero rimaste al campus
durante l'estate. Mi collocò al tavolo della cucina con
mucchi di tessuto blu, ago e filo. Non possedevamo una
macchina da cucire, e io conoscevo soltanto un tipo di punto,
ma grazie al cielo quel lavoro di precisione servì a distrarmi.
Sono certa che in quel momento nessuna studentessa al
di fuori di Tiney, Jun, Elena e me fosse al corrente di quello che era successo. Non era una sorpresa che Jun e Tiney
non volessero parlarne, mentre Elena non si faceva trovare.
In compenso Ruth rimase seduta a guardarmi per diverse
ore, mentre cucivo perline sulla gonna, sui polsini e sul
colletto di un costume particolarmente ricco di ornamenti.
Quando cominciai a sentire il collo indolenzito, mi appoggiai
alle lettere della signora Rosenthal, che avevo infilato
nella borsa appesa allo schienale della sedia.
Stavamo per mettere via tutto, quando Ruth si sedette
di fronte a me. Davanti al mio silenzio, prese una striscia
di stoffa e cominciò a lavorarci, decisa a darmi il tempo che
mi serviva. Dopo un po' entrò Julie dalla porta sul retro. A
parte noi, in casa non c'era nessuno.
Si sedette e ci guardò lavorare. Era venuta a prendere
Ruth, che però non dava segno di volersene andare. Provai
l'impulso di alzarmi e prenderle la giacca, per poi cercare
la sua borsa e i libri. Si trascinava sempre dietro un sacco
di cose, pertanto doveva fare tutta una serie di movimenti
ogni volta che arrivava da qualche parte, o se ne andava. In
quel momento era stravaccata sulla sedia, e stava beatamente
ignorando Julie, che non si era nemmeno tolta la giacca
e, con la sua postura ben diritta, cercava di telegrafarle la
sua intenzione di andarsene.
«Naomi stava per vuotare il sacco» annunciò Ruth, che
subito dopo cominciò a fare un resoconto di tutte le cose
che secondo la mia compagna di stanza - e probabilmente
secondo me - erano passate inosservate: Jun non si faceva
vedere da giorni; né io né lei c'eravamo presentate alle audizioni;
Elena si era beccata l'influenza a maggio; io avevo trascorso
quasi tutto il pomeriggio in sede per lavorare ai costumi
di scena, nonostante non sapessi cucire. Julie annuì,
riconoscendo che i suoi sospetti erano fondati.
Glielo dissi. D'un tratto realizzai che non stavo mantenendo
quel segreto soltanto per Jun; anche Tiney non voleva
che dicessi nulla. M'infuriai con entrambe, per il modo
in cui avevano incastrato se stesse e me, quasi avessimo
deciso tutte insieme che quell'orribile faccenda doveva essere
risolta con discrezione. Adesso so che c'era qualcosa di
più. Più che in collera, tuttavia, ero spaventata. E la paura
era tale da farmi ritenere che, se avessi chiesto aiuto, l'avrei
ricevuto. Così raccontai tutto. Ci provai, almeno.
Quando era vuota, la casetta risuonava di cigolii e scricchiolii,
tanto che, quando pensavi che non volasse una mosca,
tutto quello che dicevi veniva sottolineato dai rumori
della costruzione intorno a te. Ruth ascoltò quello che avevo
da dire, mentre Julie cominciò subito ad agitarsi e a rivolgermi
domande per le quali avevo poche risposte. Si fece
rossa per la collera, mentre mi parlava.
«Sei l'unica a saperlo, vero?» mi chiese. «E Jun Dov'è?»
Quando glielo dissi, si alzò in piedi. Aveva preso una decisione
che l'aveva fatta infuriare ancora di più.
«Be', allora è tutto molto semplice» affermò. «Dobbiamo
parlare in suo favore. Tiney può essere ancora smascherata».
Ruth scosse il capo. «Che c'è?» fece Julie, secca, già in
collera per quello che sapeva le avrebbe detto.
La postura di Ruth rese entrambe tese; mentre Julie si
era irrigidita, lei era rimasta immobile, e aveva assorbito le
mie parole con la stessa pacatezza con cui mi aveva guardata
cucire.
«Jun non voleva che ce lo dicessi, vero?» mi chiese.
«Non a voi due in particolare. Non dovevo farne parola
ad anima viva».
«Non ha importanza» fece Julie, secca.
«Julie». Si scambiarono un'occhiata che durò un secondo,
dopodiché cedettero entrambe. Quando riprese a parlare,
Ruth si voltò verso di me. «Credo sia il caso di rispettare
i suoi desideri».
«Si farà sbattere fuori. Tiney lo sa, come lo sai tu. E di
sicuro lo sa anche Naomi».
«Non è detto» ribatté Ruth. «Pensa ai suoi genitori. Non
verrà buttata fuori».
«Quasi tutte le studentesse di questo college hanno un
pedigree, Ruth. La scuola ha un sacco di soldi. E io non intendo
restarmene con le mani in mano mentre lei sale sul
patibolo. Jun non lotterà. Sai com'è fatta».
«La scelta è sua» fece Ruth. «Sa bene che cosa sta facendo».
«Naomi ti ha salvato la vita» le rinfacciò Julie, rabbiosa.
«Il minimo che tu possa fare è mostrare un po' di coraggio
dandole una mano». Si mise a camminare per la stanza,
incapace di stare ferma. Ruth le lanciò un'occhiataccia.
In quel momento ebbi la sensazione di essere stata esclusa
dalla conversazione.
Julie si voltò verso di me, le pupille grandi quanto due
spilli. «Il bisnonno Wiefern non è l'unico motivo per cui
va a camminare sul lago ghiacciato» mi disse e, mentre pronunciava
quelle parole, qualcosa nell'espressione di Ruth
cambiò.
«Julie» provò a dire, ma dalle sue labbra non uscì alcun
suono.
Julie continuò a guardarmi. Quando mi voltai di nuovo
verso Ruth, lei aveva girato la testa. Era seduta accanto a
una finestra, e il riflesso del suo profilo sembrava uno schizzo;
si vedevano solo le linee principali del suo volto.
«La sua sorellina morì quando aveva solo quattro anni»
mi spiegò Julie, la voce sommessa e chiara. «Annegata».
La vidi deglutire, il primo segno di esitazione da quando
aveva cominciato a parlare. «Il ghiaccio si ruppe e lei finì
in acqua».
Dal viso di Ruth, che si era tinto di un grigio pallidissimo,
compresi che c'era anche lei.
«Non ne vuole parlare» disse Julie, crudele. «Guarda
dritto davanti a sé, senza dire niente».
Ruth non fece una piega, lo sguardo rivolto altrove.
«Julie» feci io, «adesso basta».
«E perché?» m'interruppe. «È la verità. Non posso tenere
insabbiata questa storia solo perché lo vuole lei».
Era come se stesse cercando di far annegare Ruth, rivelando
un peso emotivo troppo grande da sopportare. Distolsi
lo sguardo, evitando gli occhi di Julie. «Ruth» dissi,
ma lei rimase immobile. Mi sentivo bloccata tra loro, impossibilitata
a muovermi. Ero convinta che, se mi fossi alzata
e avessi spezzato la tensione, sarebbero collassate entrambe
per l'improvvisa assenza di una chiave di volta - non solida,
ma imprescindibile, nella loro situazione - che sosteneva
il tutto.
Mi rivolsi ancora a Ruth. «Sai, quando avevo nove anni,
mio padre ebbe un attacco di cuore». Con un piccolo movimento,
mi fece capire che aveva sentito quello che avevo
detto. «Ero con lui, quando accadde. E pensai che, forse,
avrei potuto evitarlo. Che ci fosse un modo per imparare
a impedire certe cose». Fissai la sua espressione indurita,
chiedendomi se davvero mi stesse sentendo. «Ma nell'istante
in cui accadde era già al di fuori del mio controllo. Anche
se...» Persi il filo, e lei sollevò lo sguardo verso di me.
«Ecco... Forse non possiamo salvare le persone, soprattutto
quelle che pensiamo di dover proteggere». Sollevò un sopracciglio,
segno che stava permettendo a quel piccolo dubbio
di insinuarsi nella sua mente.
La porta principale si aprì e si richiuse sbattendo, mettendo
a tacere tutte e tre; Ruth aveva le braccia lungo i fianchi,
io e Julie le avevamo appoggiate sul tavolo.
Invece di percorrere il corridoio per venire da noi, la persona
che era entrata - chiunque fosse - stava attraversando
la stanza grande. Probabilmente aveva perso qualcosa, sentivo
che stava cercando. Sperammo tutte e tre che se ne andasse
senza aprire la porta in fondo alla sala per venire in
cucina. Ruth e Julie evitarono di guardarsi in faccia; fu un
tremendo momento di attesa, senza sapere se avremmo potuto
continuare sulla strada che avevamo intrapreso.
Un attimo dopo il signor Oko era nella nostra cucina.
Rimase di sasso quando ci vide lì. Indossava un completo,
e Jun era dietro di lui, con una gonna scura e un maglione,
l'espressione identica a quella del padre.
Mi alzai svelta e gli rivolsi un inchino. Lui ricambiò,
muovendosi appena. Osservò Julie e Ruth, e poi aprì l'altra
porta. Li sentimmo salire le scale.
Ruth e Julie mi guardarono come se avessi una risposta.
Poi ascoltammo tutte e tre i loro passi al piano di sopra. Se
stavano parlando, per quanto ci sforzassimo non riuscimmo
a sentire le loro voci.
Concluso il loro giro, ridiscesero le scale e si fermarono
nel corridoio. Un attimo dopo erano di nuovo in cucina.
Io mi alzai, diminuendo ulteriormente lo spazio che mi
separava dal signor Oko, sebbene le circostanze suggerissero
il contrario.
«Naomi» fece lui. Feci un cenno con la testa.
«Sarai presente all'incontro con la direzione?» mi chiese.
«Riguardo a mia figlia?» Di nuovo annuii. «Io sono stato
escluso, come il resto della famiglia». Il suo viso sembrò collassare
su se stesso, ma durò solo una frazione di secondo;
quando ricominciò a parlare aveva già ripreso il controllo.
«Allora sarai tu a rappresentarla. Come amica».
Annuii. Non c'era nient'altro da dire. Guardai Jun, ancora
alle sue spalle, ma il suo viso era assolutamente privo
di espressione. Mi domandai quanto fosse durato il loro
tour attraverso il campus, con lei che lo seguiva come un
soldatino, senza parlare, mentre passavano in rassegna i luoghi
in cui aveva vissuto da sola durante gli ultimi tre anni,
per poi finire nella cucina della casetta.
«Jun mi ha detto che non ha fatto niente di male» continuò.
Di nuovo il suo viso si deformò per un attimo. Poi
abbassò la voce. «Tu le credi?»
Quella domanda mi lasciò di sasso. «Sì» risposi. E anche
Ruth e Julie dovettero fare qualche gesto, perché il signor
Oko spostò brevemente lo sguardo su di loro.
Rimase lì in cucina a lungo, o almeno così mi parve, tenendoci
tutte inchiodate ai nostri posti. La casetta non era
mai stata così silenziosa. Osservò i costumi sul tavolo, gli
elettrodomestici, il soffitto basso, le finestre con le tende
rosse e sottili. Alla fine mi pose una domanda.
«Anche Amanda Wilcox frequentava questo posto?» Feci
un cenno affermativo.
«La casa di Shakespeare» affermò. «Proprio non capisco
perché le sue opere siano così popolari nel mio paese.
È roba inglese, che non appartiene al Giappone. Mondi
diversi, come si dice». Annuì, quasi a dimostrarsi d'accordo
con qualcuno su qualcosa. «Forse fate tutto questo perché
pensate di diventare come lui?» Provò a fare una risata.
«In America tutto può succedere, a quanto ne so». Fece
una pausa. «Mi sorprende il fatto di trovarmi qui» disse
sottovoce. Jun sussultò. Lui si voltò e le parlò in giapponese,
e un attimo dopo se n'erano andati.
«Sta facendo un tour del college» commentò Julie, che
parlò per prima. «L'ha obbligata a fargli visitare tutto il
campus».
«Anche lei è parte di Wellesley» fece Ruth.
«È un corteo funebre» concluse Julie.
Io non dissi nulla. Invece uscii dalla cucina e andai all'ingresso,
da dove li fissai finché riuscii a intravedere le loro
sagome, già lontane sulla strada principale, indistinguibili
l'una dall'altra, ma unite dai tre metri circa che li separavano.
Li avrei riconosciuti ovunque, fosse soltanto per
l'abitudine di Jun di camminare sempre dietro suo padre, e
per il fatto che quella distanza tra loro sembrava contenere
qualcosa di vitale.
Quella notte, dopo settantanni, ci fu una bufera di neve
in maggio. Nella mia stanza, al dormitorio, sognai Teddy;
tanti sogni brevi che si unirono a formare un incubo caotico.
Quando ormai era quasi mattina, mi svegliai e cercai
di pensare a qualcos'altro. La bufera cominciò con violente
raffiche di vento, e poi arrivarono il freddo, la pioggia
gelida, la grandine e infine la neve, abbondante e silenziosa.
Quando sorse il sole, la bufera era cessata, e il campus
era inondato da una luce scintillante che veniva rifratta dai
cristalli. La neve si sciolse piuttosto in fretta, ma le piccole
gemme e le foglie sugli alberi rimasero rivestite di ghiaccio.
Le strade erano impraticabili quella mattina, e così l'incontro
in vista del processo fu rimandato al primo pomeriggio.
Fui la prima ad arrivare dalla preside, seguita da Jun, da
Tiney e, infine, da Elena. Jun e Tiney avevano indossato
un tailleur sotto i cappotti, e sembravano due avvocatesse
giunte a difendere me ed Elena. Ci sedemmo sulle panchine
fuori dall'ufficio, in attesa di essere chiamate. Non appena
si fu resa conto che Jun non aveva alcuna intenzione
di parlare, Tiney cominciò a fissarla. La stava ancora guardando
senza alcuna discrezione quando la preside Silas fece
capolino dall'ufficio, qualche minuto dopo. Vedendoci tutte
lì, aprì un po' di più la porta e ci invitò a entrare. Mi domandai
se mettesse mai piede fuori da quella stanza.
C'erano posti a sedere per tutte: una sedia ciascuna, quasi
fossimo in un tribunale. L'ufficio sembrava più vuoto di
quando vi ero stata per conto mio, e gli spazi erano riempiti
dalla luce naturale. Provai un senso di sollievo, mentre
prendevamo posto e la preside faceva qualche commento
cortese sul tempo.
Insieme a lei c'era il vicepreside, un robusto afroamericano
di nome Martin Banks. L'unica altra occasione in
cui lo avevo incontrato da vicino era stata durante la prima
settimana di scuola; dopodiché l'avevo visto solo da
distante mentre, rapido ed efficiente, attraversava il campus.
Per un attimo i due dirigenti rimasero alla scrivania,
e ripassarono alcune carte per prepararsi all'incontro. Poi
si sedettero: erano pronti. Ci guardarono, le loro espressioni
un misto mutevole di apprensione e incredulità. Studiai
in particolare quella della preside, aspettando di vedere
su quale emozione si sarebbe assestata. Lei fece un sorriso
forzato e chiese se ciascuna di noi avesse ricevuto una
copia stampata del Codice d'Onore del Wellesley College
e l'avesse letta.
«Immagino vi rendiate conto» disse, togliendosi gli occhiali
e perdendo il sorriso «che tali accuse, se risultassero
vere, avrebbero conseguenze spiacevoli per l'interessata».
Guardò Tiney, che stava annuendo. D'un tratto la solennità
di quell'incontro mi sembrò del tutto assurda, e mi sentii
invasa da un'improvvisa ilarità. Diedi un colpo di tosse
che in realtà era una risata, mentre immaginavo una cosa
che non aveva nulla a che fare con la nostra presenza in
quell'ufficio: Weingarten con la maschera da presidente. La
preside mi fulminò con un'occhiata minacciosa: credo fosse
già predisposta a sbarazzarsi di una delle quattro.
«Considerata la natura circostanziale delle prove a suo
carico, signorina Oko» continuò poi, «io e il vicepreside
Banks abbiamo deciso di incontrare voi studentesse prima
di decidere se la questione debba essere sottoposta a un processo
formale». Sorrise rassicurante. «È la normale procedura,
in certe situazioni».
Jun era seduta con le mani giunte in grembo, impassibile.
Tiney annuì, sorrise e aggrottò timidamente la fronte,
d'accordo con la preside. In scena, l'integrità di Jun le aveva
donato grazia; in questa situazione, invece, la rese fredda,
soprattutto accanto all'eccessiva sollecitudine di Tiney.
«Signorina Wilcox» cominciò la preside, mentre dava
un'occhiata alle carte, «la prego di descrivere la natura delle
sue accuse». Probabilmente quella richiesta la turbò, ma
Tiney si riprese immediatamente.
«È mia convinzione» cominciò, la voce sommessa ma
urgente «che mi sia stato sottratto il testo di un esame finale
a me affidato. La signorina Oko» adesso non si voltò a
guardarla «era l'unica studentessa, esclusa me, a sapere dove
si trovasse, e sono venuta a sapere che, dopo ragionevoli
ricerche condotte dietro mio suggerimento» accennò un
sorriso, quasi a sottolineare la sua arguzia, «che il presidente
della corte l'ha rinvenuto tra le sue carte in biblioteca».
Il vicepreside si schiarì la voce, attirandosi lo sguardo di
tutte e quattro. «Non sono sicuro che i suoi sforzi in relazione
alle ricerche debbano essere inclusi nella sua accusa,
signorina Wilcox. O forse sbaglio?»
Per un attimo Tiney sembrò confusa. «No, immagino
di no».
«La invito caldamente a dichiarare solo ciò che è suo desiderio
sia messo agli atti». Sedeva con le gambe accavallate,
le mani sui braccioli. Una postura che lo faceva sembrare
lievemente estraneo alla discussione. In effetti non mi ero
aspettata che prendesse la parola.
La preside mise fine a quello scambio di battute. «Signorina
Oko» disse guardando Jun, «comprende la natura delle
accuse a suo carico?»
Jun rispose di sì.
«E ha nominato la signorina Feinstein quale testimone a
conoscenza della sua personalità, nel caso dovessimo arrivare
a un processo» continuò, includendomi nella discussione
per la prima volta. «Signorina Page» disse poi a Elena, «lei è
dispensata da questo incontro. Il professor Chang ha avuto
il tempo di correggere il suo esame, e ha stabilito che esistono
pochissime probabilità che lei abbia visto o usato il testo
prima della prova». Le rivolse un debole sorriso, che probabilmente
considerò come un gesto di generosità. Elena impiegò
un momento per comprendere quello che le stava dicendo,
e poi fuggì dall'ufficio come un coniglio spaventato.
I suoi stivali avevano lasciato due pozze davanti alla sedia
che aveva occupato fino a poco prima.
Tiney starnutì, e un sottile rivolo di sangue le scese dal
naso. Restammo tutti attoniti, e la preside si alzò per cercare
una scatola di fazzolettini, che si trovava nell'angolo più
lontano di un armadio alle spalle del vicepreside. Mentre
Tiney si asciugava il naso con un fazzoletto che si tinse subito
di rosso, la preside riprese a parlare.
«Signorina Feinstein, suppongo non ricordi dove vi trovavate
la sera del 9 marzo lei e la sua compagna di stanza».
Tiney mi guardò per la prima volta. Dissi che ricordavo
quella sera, e mentre lo dicevo pensai che era stata una normale
sera infrasettimanale di cui non ricordavo nulla che
avesse colpito la mia attenzione. Stavamo studiando, tutte:
mancava una settimana agli esami di metà semestre, e io e
Jun non c'eravamo viste molto. La maggior parte delle studentesse
si erano rintanate da qualche parte, con le proprie
ansie e i propri progetti. La mia memoria non aveva dettagli
eccezionali da offrire. Glielo dissi.
La preside annuì. «La signorina Oko, infatti, ha dichiarato
che non ha testimoni oculari per quella sera». Ebbi la
sensazione di aver superato un test volto a provare la mia
buona fede, avendo ammesso di non sapere nulla. Quasi mi
dispiacque non avere una storia adatta all'occasione.
La preside continuò a farci domande per avere conferma
delle informazioni in suo possesso, e personalmente posso
dire di aver avuto l'impressione che tergiversasse. Alla fine
si rivolse a Jun. «Ha preparato una spiegazione, una difesa
dall'accusa che le è stata mossa?» Sembrava quasi timorosa
di sentire quello che Jun aveva da dire, quasi fosse lei
stessa vulnerabile alla colpevolezza della mia compagna di
stanza. E suppongo che lo fosse, anche se, quando una studentessa
vacillava, la regola era quella di mantenere il silenzio.
«Quello che la signorina Wilcox dice di lei corrisponde
a verità?»
Jun scosse la testa. «No» disse. Nient'altro.
La preside Silas non attese oltre per capire se intendeva
dare una risposta più completa. Annuì e si alzò, voltandoci
la schiena e andando alla finestra. «So che suo padre è in
città» disse piano. «Insieme a sua madre».
Jun confermò. Allora la preside si voltò a guardarla. «Rimarrebbe
sorpresa se le dicessi quante ragazze vengono qui
per compiacere il proprio padre» disse, mantenendo un tono
colloquiale. «E immagino che sarebbero anche disposte
ad andarsene, per la stessa ragione».
L'espressione di Jun non cambiò, e la preside tornò alle
sue carte, ora di umore diverso.
«Signorina Feinstein. Intende dirmi che non ricorda dove
Jun sia stata e cosa abbia fatto per» abbassò lo sguardo
sui fogli che aveva in mano, «per quasi dodici ore, nonostante
dormiate nella stessa stanza?»
«Siamo amiche» dissi, il tono d'un tratto petulante. Mi
rendeva furiosa il fatto che quella dichiarazione, detta così,
non esprimesse ciò che significava per me. «Siamo compagne
di stanza, ma io non ho mai sentito...» Mi fermai, temendo
che qualunque cosa avessi detto sarebbe stata inutile.
«Non ho mai sentito il bisogno di essere al corrente di
tutti i suoi spostamenti» ripresi, più decisa. Pensai alla notte
in cui le avevo rivolto la parola per la prima volta, e al fatto
che a spingermi verso Jun fossero state la notte fonda e
la pioggia battente che cadeva, e lei mi era parsa totalmente
alienata. Mi resi conto che la nostra fiducia reciproca non
dipendeva dal fatto che fossimo l'una la confidente dell'altra,
ma piuttosto dal rispetto nei confronti di qualcosa a cui
nessuna delle due riusciva a dare un nome.
A quel punto il vicepreside si era alzato per offrire un altro
fazzoletto a Tiney, avendo notato che il primo era ormai
zuppo. Di nuovo i nostri occhi seguirono quella scena
raccapricciante. «Non è niente» disse lei da dietro la mano.
«Mi succede fin da bambina. Quando arriva una gelata
improvvisa».
«Signorina Wilcox» la tensione della preside si spostava
dall'una all'altra, come una palla all'interno di un labirinto,
«lei e Jun eravate amiche prima di questo incidente,
è corretto?»
Tiney annuì, obbediente.
«Il primo anno siete state addirittura compagne di
stanza».
Di nuovo confermò.
«E fate parte entrambe della Shakespeare Society, come
anche la signorina Feinstein» disse, guardando me prima
di riportare lo sguardo su Tiney. «E lo stesso dicasi della signorina
Page. È assolutamente certa che nessun'altra persona
avesse accesso alla borsa contenente il testo dell'esame,
al di là della signorina Oko?»
Mentre Tiney, confermava quanto dichiarato, cominciai
a realizzare che doveva aver salutato Jun, dopo aver studiato
insieme, per andare direttamente in biblioteca, dove aveva
aspettato il momento opportuno per nascondere il testo
nel suo box; quindi era tornata in camera sua facendo in
modo di non disturbare la sua compagna. Doveva aver agito
con rapidità e risolutezza.
Adesso stava offrendo un resoconto totalmente falso delle
sue azioni. Si portò il nuovo fazzolettino al naso, soffocando
la voce. «In tutta onestà, non volevo credere che la
mia cara amica avesse fatto una cosa del genere, ma non
ho avuto scelta. Ho provato a pensare che la colpevole sia
un'altra, preside Silas, ma sarebbe stato impossibile. Per me
non si è trattato soltanto di una violazione del codice d'onore,
ma di un attacco personale». Jun si era fatta pallida,
ma non mostrò nessun'altra reazione. Sentii la stanza farsi
più silenziosa in risposta alle sue parole. Il peso dell'accusa
di Tiney aveva colpito, decisamente... O forse, semplicemente,
a lasciarmi di sasso fu il modo composto in cui
l'aveva presentata. Non mi era chiaro, e comunque non ha
importanza. In ogni caso, in quel momento desiderai disperatamente
capire chi altri - tra i presenti che si nascondevano
dietro le loro espressioni silenziose - sapesse che cosa
stava facendo Tiney. Stava raccontando una storia nuda
e cruda, cui però nessuno poteva obiettare. Perché i fatti
sembravano quelli.
Oggi credo che la preside abbia sospettato di Tiney fino
alla fine, e addirittura credo che sapesse che le sue azioni
erano dettate da una sconfinata gelosia nei confronti di
Jun, di cui nemmeno Tiney poteva conoscere la profondità.
Ma lo status di quest'ultima, quale studentessa d'eccellenza
in mezzo a studentesse d'eccellenza, l'aveva resa quasi
intoccabile: era arrivata in cima alla catena alimentare accademica,
un luogo in cui la gente - presso istituzioni d'ogni
genere - fluttua praticamente indisturbata.
Jun serrò i denti e irrigidì la mascella. Non sembrava
nemmeno viva, con quell'atteggiamento freddo e indifferente.
D'un tratto sentii il bisogno di gridare, di farle un
segno, di farle capire come si stava mostrando alla gente: il
suo viso non rivelava nulla che sarebbe stato utile a salvarla.
Provai l'impulso irrazionale di allungare una mano; immaginai
di afferrarla per una spalla e di farla voltare verso
di me... A quel punto si sarebbe resa conto, e il suo sguardo
si sarebbe addolcito...
«Sta mentendo» dissi. La preside impiegò un momento,
prima di realizzare che avevo parlato. «Tiney non sta dicendo
la verità».
Nessuno disse una parola. Un attimo dopo, la preside Silas
si schiarì la voce. «Signorina Feinstein» cominciò.
Non la lasciai finire. «Non può essere vero» aggiunsi, alzandomi
in piedi. «Pensateci. Esiste forse una macchia sul
curriculum di Jun? Il minimo segno che possa aver bisogno
o desiderio di imbrogliare? Perché non dite nulla, al riguardo?
La sua integrità come persona dovrebbe già essere
una difesa sufficiente». Lo dissi d'un fiato, cercando disperatamente
un appiglio, una frase in grado di portare l'intera
questione a quella conclusione che non voleva venire. Prima
ancora di aprire bocca, mi resi conto che le mie parole
sarebbero suonate vuote. «La signorina Wilcox sta mentendo»
ricominciai. E in quel momento incrociai lo sguardo
di Jun.
Era indescrivibilmente tranquilla, eppure completamente
sola. La sua espressione non cambiò, quando mi guardò
negli occhi. Mi aveva chiesto di rispettare la sua decisione,
e io invece mi ero alzata in sua difesa, convinta di poterla
salvare. Il suo sguardo diretto era chiaro e limpido, come
un'ondata di emozioni. Da me voleva soltanto una cosa:
che mi mettessi a sedere. E, alla fine, lo feci.
«Signorina Feinstein» disse la preside, la voce colma di
rammarico, «la prego di astenersi da sfoghi di questo genere.
Signorina Oko» continuò poi, «ha altro da aggiungere
in sua difesa?» Jun rispose scuotendo la testa.
«Non ho prove» disse, «se è questo ciò che vuole».
La preside si appoggiò allo schienale, pronta a prendere
le distanze da tutte noi. «A quanto pare, nessuna di voi è in
grado di provare quello che dice, è corretto?» In realtà, non
sembrava aspettarsi una risposta.
Il naso di Tiney aveva smesso di sanguinare, e adesso il
sole si stava riversando nella stanza. Sedeva con i fazzoletti
nascosti nella mano, quasi fosse in attesa di un'imbeccata.
Immaginai che l'incontro fosse giunto alla conclusione.
Ormai era chiaro che ciascuna di noi aveva esaurito gli argomenti.
La preside e il vicepreside parlarono sommessamente
tra loro.
«Pare che alla fine arriveremo a un processo» annunciò
la preside, quando si voltò verso di noi, cercando di ricomporsi.
«Sarà chiamata ciascuna di voi, naturalmente. Riceverete
via posta i documenti ufficiali, che dovrete restituire
firmati». Le parole le morirono sulle labbra, dal tono non
sembrava più impegnata nella conversazione. Poi si alzò e
ci rivolse un sorrisetto che era frutto di esercitazioni. «Per
il momento, signorina Oko, i suoi privilegi relativi alla biblioteca
e alle attività extracurricolari sono sospesi. Se dovesse
avere bisogno di reperire materiale di studio per gli
esami finali, dovrà mandare un'amica con una lista approvata».
Mi guardò e annuì. Era più a suo agio, ora che stava
prendendo delle decisioni e ci stava congedando. «Signorina
Oko» aggiunse, aspettando che Jun sollevasse lo sguardo,
«la sua esperienza passata presso questo college è per noi
molto significativa. La signorina Feinstein ha fatto bene a
rammentarcela». Aspettò un altro istante, mentre Jun la fissava.
«Suggerirei anche a lei di tenerne conto» concluse. Jun
la ringraziò, prima di raccogliere le sue borse per andarsene.
La preside rimase immobile. Tiney uscì poco dopo con
un'espressione teatralmente cupa. Io rimasi lì a guardarle.
«Signorina Feinstein». La voce della preside Silas mi colse
di sorpresa. «Ha poi deciso che cosa intende fare?» Mi rivolse
un sorriso forzato.
«Chiedo scusa... A che cosa si riferisce?»
Il sorriso si fece più ampio. Apparentemente, con Jun e
Tiney se nera andata anche la questione che le riguardava.
«Quando ci siamo conosciute, qualche mese fa, lei attraversava
un periodo di difficoltà. Ricorda?» mi chiese gentile.
«Noto che i suoi voti non sono migliorati». Mentre la guardavo,
mi resi conto che i miei voti erano l'ultima cosa che
mi passasse per la mente.
«No» dissi lentamente. Poi mi voltai e uscii, sperando di
riuscire a raggiungere Jun prima che se ne andasse.
Un'auto nera la stava aspettando fuori dall'edificio. Credo
di averle chiesto come si sentisse; e sicuramente mi rispose
qualcosa, ma avevamo entrambe gli occhi fissi su
quella macchina. Era un modello lussuoso, che ricordava
uno di quei modellini di plastica, e se ne andò percorrendo
silenziosamente la strada bagnata.
Non so da quanto tempo Tiney fosse dietro di me,
quando mi accorsi di lei. Aveva una sigaretta tra le dita, che
dopo un po' si portò alla bocca, la sottile linea di fumo che
saliva verso l'alto. Mi stava studiando. Un rivolo di sangue
cominciava a scenderle di nuovo dal naso. Mi sorprese a fissarlo
e, svelta, se lo asciugò con una manica. «Sai» mi disse,
gettando la sigaretta e spegnendola con la punta dello stivale,
«io e Jun eravamo amiche intime». Si ficcò le mani in
tasca e ritirò il collo nella giacca, al punto che la sua testa
pallida sembrò bizzarra ed esposta come quella di una tartaruga.
«Mi fidavo di lei». Con mia grande sorpresa, notai
che gli occhi le si stavano colmando di lacrime, e mi chiesi
come fosse riuscita a farsele venire.
«Perché?» le domandai in un sussurro, la voce bloccata
in gola.
Tiney sbatté le palpebre ma non rispose, gli occhi sgranati,
innocenti, quasi fossero in grado di riflettere qualunque
espressione. «Mi ha fatto credere che potevo fidarmi di
lei. Che potevamo essere amiche. Ma non lo eravamo, no?»
Sorrise mesta. «Ciascuno per sé... Si dice così, giusto?»
Qualche giorno dopo tornai nella nostra stanza e trovai
Jun che studiava alla sua scrivania. Il mio primo pensiero
fu: se fossi tornata prima, avrei fatto tornare prima anche
lei? Le sorrisi, e lei ricambiò. C'erano delle borse accanto al
suo letto. Quando aprii l'armadio per appendere la giacca,
vidi che aveva tolto tutte le sue cose.
«E il processo?» chiesi ai ganci e agli appendiabiti vuoti.
Aspettò che mi girassi. Indossava una camicetta e dei
pantaloni scuri, e aveva i capelli legati dietro la nuca. Sembrava
molto più grande che all'incontro con la direzione,
e aveva un aspetto più fresco. «Ho deciso di saltarlo» disse,
come se stessimo parlando di un party o di un altro evento
senza importanza. Stava stringendo qualcosa tra le mani,
una penna o qualche altro oggetto inutile. «Io e i miei
genitori abbiamo deciso che sia meglio congedarsi con eleganza.
L'università di Tokyo ha accolto la mia richiesta di trasferimento».
Ripensai all'inizio, al passato di entrambe. D'un tratto
provai il desiderio di sapere tutte le cose di lei che ancora
ignoravo. Di raccontarle di Teddy, e di mia madre, e di farle
tutte quelle domande che ancora non le avevo fatto. Radunai
i pensieri, pronta a liberarli; quando la guardai, però,
sorrise in maniera curiosa, quasi fosse lei a volermi chiedere
qualcosa. I miei ricordi si fermano lì, sul suo viso cordiale,
dall'espressione interrogativa. Come se avessi congelato la mia memoria.
...
.
...
CAPITOLO 29.
...
.
...
L'appartamento della signora Rosenthal si trovava al terzo
piano di un piccolo condominio, in mezzo a una fila di
palazzi identici che costeggia la parte di Beacon Street che
percorre Brookline. È una strada che attraversa diverse città,
inclusa Boston, dove termina.
Per qualche ragione, la vista del suo nome - così concreto
- sulla cassetta delle lettere mi sorprese: Chava Rosenthal.
Premetti il pulsante nero del citofono, ma solo dopo diversi
secondi udii il rumore del portone che veniva aperto.
L'ascensore che saliva fino al suo appartamento era vecchio
e aveva due porte; una interna, meccanica, e un'inferriata.
Quest'ultima doveva essere tirata di lato e ripiegata
su se stessa per arrivare all'altra, e la procedura era scomoda
e laboriosa. Quando ebbi finito, trovai la signora
Rosenthal sulla porta del suo appartamento. Mi stava aspettando.
Era già anziana quando l'avevo conosciuta da bambina,
e adesso non mi parve molto diversa. Indossava ancora gonna
scura e camicia bianca, ma i capelli grigi erano scoperti,
legati in uno chignon basso e molle. Se li toccò con una
mano, imbarazzata.
«Non sono più osservante come un tempo».
Anche l'appartamento aveva pochi mobili. Un divano
logoro e una sedia con i braccioli, un tavolo pieghevole, un
televisore e, accanto, un carrello. Niente quadri o fotografie
alle pareti, solo due istantanee su una modesta libreria:
una di Teddy e una del marito. Dovetti fare uno sforzo per
non attraversare la stanza, prenderle in mano e studiarle.
Lei si fermò accanto alla porta, nervosa. «Accomodati»
mi disse, indicando il divano.
Entrò nel cucinino e prese un piatto con dei vecchi
rugelach confezionati; erano ripieni di marmellata all'albicocca,
che si era rappresa per essere rimasta lì troppo a lungo.
«Ormai non cucino più molto» si scusò. La sua vaghezza mi
commosse e mi disarmò. Da quanto viveva lì da sola?
Si sedette di fronte a me. «Sei più carina» mi disse. «Somigli
un po' a tuo padre. Ma non sei pallida come lui».
La luce che entrava dalla finestra era calda e colpiva il divano
su cui ero seduta. Non c'erano tende, ma una vecchia
veneziana che pendeva da una parte. Mi alzai e giocherellai
con le corde fino a raddrizzarla, poi l'abbassai per rinfrescare
la stanza.
«Grazie» disse. Il suo accento non era più così evidente.
Passarono alcuni istanti. Nessuna delle due toccò i dolcetti.
L'unico rumore che si udiva era il ticchettio del grande
orologio meccanico sulla libreria, accanto alle fotografie.
Fu lei a parlare per prima. «Tua madre non te l'aveva
detto?»
Scossi la testa.
Annuì. «Il lavoro di una mamma non è mai facile» disse
comprensiva. «Ti sei arrabbiata?» chiese curiosa.
Annuii nuovamente e la guardai. Per un attimo dimenticai
che non l'aveva portato in grembo. Stavo scrutando il
suo volto per cercare qualche somiglianza.
«Era così strano. Il modo in cui andavate d'accordo»
continuò. «Per un po' pensai che foste matti. Mi ripetevo
spesso che due bambini non avrebbero dovuto amarsi così».
Scosse il capo.
Mi diede l'impressione di non avere più nulla da dire.
Mi appoggiai allo schienale e giunsi le mani davanti agli
occhi.
«Mi spaventava» disse sommessamente. «Non solo per
quello che eri tu. Ma per mio figlio. Io non l'ho mai fatto
ridere. Quante volte ti ha disegnato... te e gli uccelli. Mai i
suoi genitori! Nemmeno la sua casa». Resistetti alla tentazione
di allungare una mano per confortarla. Era ancora severa,
ostile, nonostante i modi meno duri. Probabilmente
mi considerava l'emblema di tutto ciò di cui non si fidava:
una donna intellettuale dalla fede discutibile, che le aveva
rubato l'affetto del figlio. In ogni caso non ero una persona
che avrebbe scelto. Ma a quel punto, probabilmente, non
stavo più lottando per essere scelta.
«Perché ha scritto a lei?» le domandai.
Per un attimo mi parve confusa. «E non a te, intendi?»
«Esatto».
«Eri una bambina. Nonostante i tuoi atteggiamenti da
adulta. E sono certa che tua madre la pensasse allo stesso
modo. Probabilmente facemmo la cosa giusta, quando ce
ne andammo».
«Non si è mai soffermata a chiedersi come l'avrei presa
io? Non ha mai pensato che non sarei riuscita a dimenticarlo?»
«Non ho mai pensato che l'avresti dimenticato».
«Ma ha ritenuto che fosse meglio lasciarmi così, senza
una spiegazione». Unii le mani che avevo infilato sotto le
gambe, cercando di afferrare il divano, e incurvando le spalle.
Era nervosa anche lei: notai le mani bianche che stringevano
il bordo della sedia.
«Ho dovuto seppellire un marito e un figlio» disse. «Un
padre e una madre. Non sei l'unica a soffrire».
«Lui non è morto!» esclamai, quasi urlando.
«È come se lo fosse» ribatté, scandendo bene le parole.
La vecchia Chava era tornata a difendere il figlio con le
unghie e con i denti, come un tempo. Credo che, da parte
sua, preferisse pensarlo morto piuttosto che al di là di ogni
possibilità di salvezza.
Mi alzai. «Ho intenzione di andare a trovarlo» le dissi. Lei
non ebbe alcuna reazione. Raccolsi le mie cose e andai alla
porta.
«È vero?» mi chiese, ancora seduta sulla sua sedia. «Che
diventerai un dottore?»
«Sì. Credo di sì».
«E che genere di dottore?» Con l'emozione, riprese in
parte il suo accento. «Un cardiologo? Uno che fa cuori
nuovi?»
«Ha parlato con mia madre?»
«Un po'».
Sospirai. «Non ne sono più così sicura» ammisi. La mia
mano cominciava a scaldarsi, sul pomello della porta. «Ci
vorrà del tempo prima che la tecnologia dia risultati soddisfacenti,
se mai accadrà».
Si appoggiò allo schienale della sedia, soddisfatta. Stava
annuendo tra sé e sé, liquidandomi completamente. «Già.
La tecnologia. Non è così perfetta, vero? Non abbastanza da
riuscire a costruire un cuore artificiale, almeno. Forse è così
che deve andare. Perché l'uomo dovrebbe saper fabbricare
un cuore? Non sono queste le opere a cui dovremmo dedicarci».
Annuì di nuovo, come se stesse confermando qualcosa.
Le dissi addio e uscii.
Da mia madre appresi che, sebbene Teddy vivesse allo
Shattuck, spesso veniva trasferito al McLean Hospital per
essere esaminato da un neurologo che aveva preso a cuore il
suo caso. Mentre lo Shattuck si trova a Jamaica Plain, e ha
l'aspetto istituzionalizzato di quasi tutti i ricoveri per poveri
e malati cronici, il McLean sorge a Belmont, un quartiere
tranquillo e curato a ovest di Boston. È costituito da alcune
dozzine di edifici eleganti, e pertanto si presenta come
una comunità per persone facoltose. Fu fondato nel 1811,
su disegno di Frederick Law Olmsted, il famoso architetto
di paesaggi che progettò Wellesley. Ma, mentre gli edifici
gotici e il prato del college sono imponenti, quelli dell'ospedale
sono sconclusionati, tutto meno che maestosi.
M'indirizzarono alla Proctor House, una delle costruzioni
più grandi e belle del complesso. Sulla porta fui accolta
da un'infermiera molto carina che guardò con approvazione
il mio pass, quasi fosse un distintivo di merito.
«Teddy!» esclamò, quando le dissi chi ero venuta a trovare.
Mi strizzò l'occhiolino. «Che bel ragazzo... Vediamo...»
Diede un'occhiata all'orologio. «Le due del pomeriggio.
Dovrebbe essere nel salone. Si attiene scrupolosamente
agli orari, lui».
Mi guidò verso una porta doppia, che si aprì per far uscire
un medico alto in camice bianco, il quale la richiuse alle
sue spalle.
«E così lei è... la signorina Feinstein?» mi chiese, tendendomi
la mano dopo aver dato un'occhiata al foglio con l'elenco
dei visitatori passatogli dall'infermiera.
Dott. Wilkinson, lessi sul cartellino. «Sì» risposi.
«Io sono il medico del signor Rosenthal» mi disse con un
enorme sorriso. «È la prima amica che viene a trovarlo qui.
Ne sarà felicissimo. Mi dica» continuò, indicando due poltrone
accanto alla finestra, e facendomi segno di prenderne
una, «da quanto tempo conosce Teddy?»
Gli raccontai che eravamo cresciuti insieme. Che eravamo
stati vicini di casa.
«Oh, Dio» disse, mentre si accomodava sull'altra poltrona.
«Lei dev'essere Naomi».
Annuii.
«Ricorda molto poco, mia cara» mi disse, chinandosi in
avanti con fare confidenziale. «Quando è arrivato da me,
era quasi catatonico. Abbiamo il sospetto che avesse avuto
diversi attacchi prima che la madre si rendesse conto che
aveva bisogno di un aiuto medico. Ha un disturbo genetico
della coagulazione che può manifestarsi anche in questo
modo». Mi studiò con occhi socchiusi, mentre si domandava
fino a che punto potesse sentirsi libero di parlare con
me. «So che non è facile» disse poi, leggendo la mia espressione
e tentando di confortarmi. Scossi la testa. Non si era
trattato di alcol o droga, alla fine; solo di una malattia ereditaria
del sangue. Mi sentii invasa da un sollievo improvviso.
Forse, dopotutto, non aveva alcuna importanza quello
che per tanto tempo avevo conservato nella mia memoria.
«So che è stato adottato» dissi.
Annuì, sollevato. «Allo Shattuck si è ambientato bene.
Lo porto qui perché credo che un cambiamento di ritmo
sia ottimo per le sinapsi. Inoltre è più vicino al mio studio».
Sorrise, imbarazzato per via di quell'ammissione.
«Devo metterla in guardia, signorina» aggiunse, la voce
improvvisamente bassa. «È probabile che non la riconosca».
«Lo so» dissi, irrigidendomi.
«Ma ho ugualmente il dovere di farglielo presente».
Lanciò un'occhiata al banco dell'accettazione, dove l'infermiera
si stava tenendo occupata con delle carte. Quest'ultima
colse l'imbeccata e le radunò in un fascio prima di
uscire da una porta sul retro della stanza. «È arrivato qui
con le solite cose, vestiti e valigie. Ma anche con i suoi disegni.
Una miriade di disegni. Credo fosse stato particolarmente
prolifico durante i mesi che precedettero gli attacchi.
Probabilmente, la pressione crescente sul cervello
lo aveva portato a uno stato maniacalmente creativo. I disegni
sono belli, davvero. Era un ornitologo in erba; aveva
una predilezione per gli uccelli gialli. E ce l'ha ancora!
E ci sono molti disegni anche di lei, mia cara. Fu sua madre
a spiegarmi chi fosse. Allora era molto più giovane. La
sua memoria visiva si è fermata a quando avevate entrambi...»
strizzò di nuovo gli occhi «...dodici o tredici anni.
Non siamo ancora riusciti a dare un senso a questo curioso
particolare».
«26 aprile 1988» dissi. «La data del loro trasferimento».
«Giusto. Giusto!» Tirò fuori una penna dal taschino
e prese un appunto. «Vede, mi è già stata utile! Allora, è
pronta a vederlo, signorina?»
Annuii.
«Mi dispiace, ma devo spiegarle un'ultima cosa» aggiunse,
mentre con il corpo mi bloccava ancora l'accesso alla
porta. «Non deve farlo agitare, per nessun motivo».
Compresi al volo. «Ma certo. Niente gesti teatrali, ha la
mia parola». Mi feci una croce sul cuore.
Sorrise sorpreso. «D'accordo, allora». Si alzò e andò alla
porta, aprendola come se dovesse presentare l'atto di qualche
dramma.
La stanza dall'altra parte aveva un soffitto altissimo, una
decina di metri, e occupava l'intera lunghezza dell'edificio.
Impressionante. Per certi versi mi ricordò Camp Milnah,
con i pavimenti di legno lucido e i giochi in scatola sparsi
su vari tavoli accanto a finestre gigantesche. C'era anche
un tavolo da ping-pong, e da un angolo mi arrivò il ronzio
di un televisore. Gli ospiti non raggiungevano la decina, ed
erano quasi tutti davanti al televisore a guardare una puntata
della Ruota della fortuna. Un giovane alto, che superava
di molto il metro e ottanta, sedeva dritto come un giunco
a uno dei tavoli vicino alla finestra. Dal punto in cui mi
trovavo non riuscivo a vedere il suo viso.
Il dottore annuì. «È lui» mi disse, prima di abbassare lo
sguardo sull'orologio. «Sarò di ritorno tra una ventina di
minuti».
Nessuno badò a me, quando attraversai la stanza, anche
se il forte rumore dei miei passi rimbombava contro le pareti.
Teddy stava giocando con la scacchiera e le pedine di
una dama; metteva le pedine rosse sui quadrati bianchi, e
quelle nere sui neri. Quando sollevò lo sguardo, mi riempii
i polmoni d'aria, come in uno starnuto inverso.
Svelta, mi sedetti di fronte a lui. Non era cambiato quasi
per nulla, la sua malattia gli aveva donato un'espressione
di perpetua immaturità. La pelle era pallida e liscia, e doveva
radersi i pochi peli sopra il labbro superiore. Le labbra
erano più carnose e meglio definite rispetto a una volta. Gli
occhi erano quelli di allora. Quando mi guardò, assunsero
quella sfumatura intensa e nebbiosa che gli avevo visto ogni
volta che lo turbavo. I capelli erano corti, le dita incredibilmente
lunghe e sottili. Sembrava Abramo Lincoln da giovane,
con un taglio cortissimo, pensieroso e grottescamente
alto e magro, i lineamenti sensuali pronunciati in modo
quasi caricaturale.
«Ciao» mi disse, guardandomi con aria preoccupata. Allungai
una mano attraverso il tavolo, e lui l'afferrò. Con il
polso libero, cercai di asciugarmi le lacrime.
«Stai male?» mi chiese, ansioso.
Scossi la testa.
Si rilassò un pochino. «Come ti chiami?»
«Naomi».
«Bel nome. Io sono Theodore. O Teddy. Qualcuno mi
chiama Teddy».
Abbassai la testa sulle braccia, cercando di prendere fiato.
Dopo un po' si chinò in avanti. «Sicura di stare bene?
Sei nuova, vero?» sussurrò in tono complice. «Alcuni di noi
non riescono sempre a capire se stanno bene davvero».
Girai la testa e scoppiai a ridere. E continuai finché non
rise anche lui.
«Qui abbiamo un programma di amicizia. Io potrei essere
tuo amico» aggiunse esitante.
«D'accordo» dissi, asciugandomi gli occhi. «Mi sembra
una buona idea».
Infilò una mano in tasca e tirò fuori un foglietto appallottolato
che appiattì sul tavolo. «Una mattina ho provato a
disegnare questo. Ma continuava a muoversi». Scosse la testa.
«Non è un granché» annunciò fissandolo.
Allungai una mano e lo girai verso di me. Era un passero,
e i dettagli erano talmente piccoli e fini che si notavano
persino le linee frastagliate delle singole penne. «È molto
bello, proprio come l'uccello vero».
«Mi servono delle matite colorate. O una macchina fotografica.
Sì, una macchina fotografica sarebbe grandiosa».
Sospirò. «Ci sono un sacco di disegni di uccelli nella mia
stanza. Non so se li ho fatti tutti io. Se così fosse, credo che
ci avrei messo il mio nome. Di solito vivo allo Shattuck. Il
dottor W. mi visita qui. E tu?»
«In questo momento vivo in posti diversi. Non sono ricoverata
qui, però. Sono venuta solo a farti visita».
Il suo sorriso era sghembo e ampio. «Uau. Bello». Poi,
d'un tratto, sollevò l'indice e m'indicò. «Aspetta... Io ti conosco?»
Annuii appena, cercando di mostrarmi disinvolta. Poi
mi asciugai di nuovo gli occhi. «Un tempo eravamo amici».
«Mi dispiace. Non me lo ricordo». Sembrò avvilito.
«Non preoccuparti» mi affrettai a dirgli, prendendogli di
nuovo la mano. «Lo siamo ancora».
«Grande. Sembri simpatica. E sei molto carina». Il suo
sorriso si fece quasi lascivo. «La maggior parte delle persone,
qui, non sono mie amiche. Quella signora in rosa pensa
di essere mia madre. La odio per questo. E quel grassone
dice di essere Riccardo III. Non ci sono tre Riccardi!» Rise,
forte, godendosi la sua battuta. «Il dottor W. è tosto. Forse
può aiutare anche te».
Ero piuttosto confusa.
«Stavi piangendo» mi spiegò. «Lui aiuta le persone che
piangono».
Rimasi con lui finché il dottor Wilkinson mi accompagnò
fuori. Ci tornai ogni giorno, durante il mese in cui rimase
lì, e poi cominciai ad andare a trovarlo allo Shattuck
una volta la settimana. Teddy era limitato nelle conversazioni,
e parlava perlopiù di uccelli, disegni e del dottor W.
E ogni tanto, per il divertimento di entrambi, imitava gli
altri ospiti. Non chiedeva mai dov'erano sua madre o suo
padre, o chiunque altro. Non era in grado di ricordare nulla
che andasse al di là del presente, a parte pochi giorni, e
la sua vita aveva uno schema ripetitivo: giochi, disegni, visite
mie o del dottore. Certi giorni doveva chiedermi più di
una volta come mi chiamavo, ma si scusava sempre e profusamente.
Curiosamente, la sua degenerazione non aveva intaccato il suo fascino, e io mi godevo il suo calore, abbandonando in sua compagnia ogni preoccupazione. Presto, finimmo il terzo anno e arrivò l'estate. Una rilassatezza mai conosciuta prima prese possesso della mia vita. E in quello spazio meno costretto cominciai ad allungare i muscoli. Finalmente, potevo respirare a pieni polmoni.
...
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...
CAPITOLO 30.
...
.
...
Jun era tornata a casa e si era iscritta all'università di Tokyo,
quando Ruth, Julie, Calbe e il resto della classe del '95 si
laureò, a giugno. Era una giornata bucolica, rinfrescata da
una brezza leggera: non sarebbe potuta essere più piacevole
neanche se fosse stata ordinata da qualche amministratore
placido e onniveggente. Ruth e Julie erano rimaste vicine
per tutto il tempo, anche se di rado le avevo viste parlare,
la tensione tra loro sempre presente. A volte mi è difficile
credere che fosse stata la bravata di Ruth sul lago ghiacciato
a portarmi alla Shakespeare Society, e a tutto ciò che
venne dopo. Sarei sempre stata in debito con lei, anche se
dopo la laurea non l'ho più vista.
Quell'estate feci richiesta per una stanza singola al
Pomeroy, un dormitorio che si affacciava sulla corte principale,
uno dei quattro che sorgevano su una collina ben distante
dal lago. Mi fu assegnata una camera sul retro, che
guardava l'entrata posteriore del college, da cui sentivo il
traffico sulla strada all'esterno, soprattutto nelle giornate
di pioggia e durante la notte. Un rumore privato, carico
di speranza.
Le mie visite a Teddy continuavano tra un orario di lezioni
più leggero e i più frequenti soggiorni a casa. A volte
mio padre mi accompagnava allo Shattuck, anche se quel
luogo lo metteva a disagio. «Quanta sofferenza» mormorava.
«Come quella di mamma?» gli chiesi una volta. Annuì,
mentre gli occhi gli si colmavano di lacrime. Gli presi
la mano, domandandomi se uno di noi avrebbe mai avuto
il coraggio di affrontare il dolore senza pensare che prima
o poi ci avrebbe spezzati. Gli dissi che avevo cominciato
a studiare anche neurologia e psicologia, e che non ero più
molto interessata alla cardiologia. Annuì di nuovo, mentre
ancora cercava di riprendersi. «Lo so, lo so» disse, quasi
stesse prendendo atto di qualcosa di cui era al corrente già
da tempo. «Stai facendo un buon lavoro. Per me la sofferenza
è troppa, ma tu sei diversa. Un tempo mi domandavo
se ci fosse qualcosa al mondo in grado di farti paura. Eri
sempre pronta a lanciarti alla carica! Eri davvero una ragazzina buffa, ketzi».
«È vero».
«Sai che a cinque anni riuscivi solo a contare al massimo
fino a dieci?» Risi, e scossi la testa. «Davvero! Di solito
a dieci ci arrivavi, ma venti era un traguardo irraggiungibile.
Giuro su Dio, ti inventavi i numeri nel mezzo. Cominciavamo
a sospettare che qualcosa non andasse, in te».
«E forse era davvero così» osservai, senza smettere di ridere.
Tiney ottenne la borsa di studio Marshall, con grandi
onori, e decise di continuare gli studi alla London School
of Economics. All'inizio del nostro ultimo anno, appena
prima di inoltrare la sua domanda, consegnò alla direzione
il pezzetto di palcoscenico sepolto sotto il tetto, la reliquia
che Jun mi aveva mostrato più di due anni prima.
Un uomo armato di scala venne a bussare alla casetta,
chiedendo del presidente, carica a cui ero stata eletta due
settimane prima. Dopo la partenza di Jun mi ero dovuta
cercare qualcosa di impegnativo per colmare il vuoto che si
era venuto a creare; qualcosa che mi consentisse di onorare,
o quasi, ciò che lei aveva sacrificato. L'inserviente mi domandò
se sapessi nulla di un oggetto nascosto sul tetto. Gli
dissi di no, e poi dal prato lo guardai muoversi goffamente
sulle tegole. Indossava una salopette gialla, e spiccò come
una bandiera quando acquistò sicurezza e si alzò in piedi.
Aveva due enormi tasche ai lati della tuta e altre due sul
retro, e nel camminare doveva fare i conti con quell'indumento
alquanto scomodo. Mi chiesi fino a che punto
servisse a proteggerlo. Fuori si stava radunando una piccola
folla. A. J. era accanto a me.
«Tu lo sapevi?» mi chiese. Le risposi di sì.
«È stata Amanda» disse, anche se non le avevo chiesto nulla.
Distolsi lo sguardo dal tetto e la guardai. «Ha detto all'amministrazione
dove si trova? Perché?» In realtà, non
ero poi così sorpresa quanto sembrò dalla mia voce; o almeno
non lo fui a lungo. Vedevo solo la curva della schiena
di quell'uomo, che stava togliendo una tegola dal punto
sbagliato. Avrei voluto gridargli qualcosa, ma non potevo.
Era più facile guardarlo sbagliare, concedere un po' di
tempo all'operazione, in vista di una possibile cerimonia o
di chissà che altro.
«Sei sorpresa?» mi stava chiedendo A. J. «Lo trovi meno
sorprendente che sacrificare Jun?»
Jun se nera andata in sordina, esattamente come aveva
voluto: si diceva che avesse cominciato a lavorare prima
del previsto nell'azienda del padre. E che per questo motivo
aveva deciso di finire gli studi a Tokyo.
«Te l'ha detto Elena» ragionai ad alta voce.
«La scorsa primavera si è presa una sbronza, dopo la cerimonia
di laurea». Stavamo ancora guardando i lavori sul tetto.
«A chi altri l'ha detto?»
«A Ruth».
«Lo sapeva già».
A. J. annuì. «Pensala in questo modo» aggiunse in tono
colloquiale, mentre l'uomo cominciava a frugare intorno
al punto giusto. «È stato lassù meno di cinquantanni.
Un tempo irrisorio. Wellesley esiste da un secolo appena. E
lo stesso William è nato solo quattrocento anni fa. Spiccioli,dal punto di vista temporale». A. J. aveva cambiato materia
di specializzazione, passando a geologia, e adesso aveva
spesso le dita sporche di polvere minerale. «Se ci pensi, è
come se non fosse mai stato lì».
L'inserviente aveva rimosso varie tegole, e lungo il tetto
scivolavano calcinacci che si fermavano nelle scanalature.
«Credevo che fosse importante anche per Tiney».
«Io penso che Tiney si sia semplicemente ritrovata qui,
quasi mossa da una sorta di pilota automatico». A. J. nascose
le mani sotto le braccia, ritirandosi in se stessa. «È
stata attirata dal fascino di Shakespeare». Il sole che investiva
l'uomo faceva quasi splendere la tuta gialla. Si spostò
dal fascio di luce, portandosi sull'altro lato del tetto. «Sai,
a volte penso che William fosse semplicemente un uomo,
non diverso dagli altri. Ma la gente come Tiney non sarebbe
mai disposta a considerarlo tale. I desideri di Tiney sono
troppo grandi per essere limitati dalla realtà. Comunque
hai ragione, i momenti che ha trascorso in questa casa
sono quelli in cui,l'ho vista al massimo della felicità. Amava
le Shakes. E le ama ancora. Probabilmente amava anche Jun».
L'uomo si tirò su, raddrizzandosi nonostante la pendenza.
Adesso si sentiva più tranquillo lassù. In mano stringeva
la reliquia; si portò di nuovo sulla parte soleggiata, e la
studiò per bene, per essere sicuro di aver trovato quello che
gli avevano chiesto di cercare. Scosse la testa, quasi fosse in
disaccordo con qualcuno, poi tirò fuori dalla tasca un sacchetto
di plastica in cui lo lasciò cadere. Raccolse gli attrezzi
e si avviò verso la scala. Pochi istanti dopo era di nuovo sul prato.
«Trovato» mi disse, amichevole. Da una delle enormi tasche
posteriori estrasse dei fogli. «Ho bisogno di una firma»
mi disse. Li aprì e me li passò. E io firmai.
Ci arrivò una bella lettera da parte del rettore e dall'archivista
capo della biblioteca, il cui tono suggeriva che fossimo
tutti amici che avevano a cuore lo stesso obiettivo; la
reliquia, scrivevano, era ora conservata nella speciale area
della biblioteca dedicata alle collezioni. Pochi giorni dopo
andai a vederla. Dovetti farmi dare un pass per prendere
l'ascensore privato sul retro dell'edificio, un trabiccolo minuscolo
e traballante che tremò per tutta la corsa.
La sezione “collezioni speciali” era al terzo piano, che era
strutturato come un museo, con un ampio spazio aperto al
centro della sala principale e file di teche lungo il perimetro.
Il frammento di palcoscenico era in mostra accanto a
un'edizione originale in folio del Coriolano, che fino a quel
momento non avevo mai saputo si trovasse lì, e al confronto
mi parve piuttosto insignificante. Senza la didascalia incisa
sulla targa in plastica, l'effetto sarebbe stato quasi comico:
un pezzo di legno deformato sotto una teca di spesso
vetro temperato. Risi, ma la mia risata fu assorbita dalle
solide pareti e dalla moquette.
Quando tornai in camera qualche ora dopo, trovai un
messaggio di mio padre.
Il neurinoma del nervo acustico che due anni prima avevano
trovato nell'emisfero sinistro del cervello di mamma
solitamente è un tumore benigno che rimane circoscritto,
ma esistono sempre eccezioni. Così ci disse il dottor Stern,
usando un puntatore d'argento per indirizzare la nostra attenzione
verso quello che sembrava un piccolo scarafaggio
nero posatosi sull'immagine della risonanza magnetica
dell'emisfero destro, e poi una macchiolina nera grande
quanto una capocchia di spillo su quello sinistro, come
se la pellicola fosse saltata o fosse stata perforata, e come se
un'altra immagine potesse rivelare qualcosa di diverso. Ci
fece notare i benefici dei controlli annuali, e ci diede una
nuova parola da masticare: “neurofibromatosi” o, nel caso
di mia madre, NF2, con le dovute statistiche.
Volli capire se, alla comparsa del primo tumore, avessero
indagato in modo appropriato sull'anamnesi genetica
di mamma. Aspettai che il dottore finisse di parlare per
sollevare l'argomento. Lui mi fissò, e nei suoi occhi vidi
offesa e disagio in parti eguali. Gli dissi che ritenevo fondamentale
che non fraintendesse, e che avesse pazienza e
una mente aperta. Notando la sua collera, mio padre mi
diede una gomitata nel fianco. Sapevo di essere offensiva e
detestabile, ma non m'importava. Il dottor Stern mi chiese
se volevo esaminare la cartella di mamma, per vedere se
io avrei scelto una procedura diversa. Sapevo che sicuramente
i dettagli essenziali non c'erano e che, anche se glielo avessero chiesto, mia madre avrebbe fornito scarse informazioni
- o nessuna forse - riguardo alle predisposizioni
genetiche della sua famiglia, probabilmente perché tali dati erano a lei stessa sconosciuti o quasi. Papà cominciò
a sudare, i capelli all'attaccatura erano già umidi. Declinai
l'offerta, e il dottore raddrizzò le spalle. La verità è
che non aveva motivo o quasi di dubitare di se stesso. Mi
domandai come fosse sua madre, e immaginai una versione
in miniatura dello stesso dottor Stern. Alla fine, quando
trovai il coraggio, riuscii a rivolgergli quella domanda
che mi ronzava nella mente.
«Crede che esista un legame tra l'NF2 e la depressione?
Mia madre è depressa da tutta la vita». Evitai di guardare
mio padre. «Un elemento estraneo nel cervello non dovrebbe
influenzare la mente?»
«La mente?» ripeté, prendendomi in giro per quella domanda
fuori luogo. «E chi mai potrebbe sapere una cosa simile?»
aggiunse, liquidandomi.
Ancora adesso mi capita che mi si rivolti lo stomaco,
quando ricordo che per l'ennesima volta dimenticai che
mia madre era lì seduta; non so perché, in più di un'occasione,
la mia memoria ha visualizzato soltanto me, mio padre
e il dottore, e l'immagine dei due emisferi cerebrali sullo schermo visualizzatore per radiografie. E tale consapevolezza
è ancora peggiore nel momento in cui mi rendo conto
di aver fatto uno sforzo per eliminare mia madre dalla
scena. Certo che era presente. Era la sua diagnosi, il suo appuntamento.
Noi eravamo lì soltanto per conoscere il verdetto,
per essere meglio informati, perché si supponeva che
una famiglia informata potesse offrire maggior sostegno alla
paziente, la quale poteva sperare in una vita sana per diversi
anni, e anche di più.
Tenni la mia stanza a Wellesley, ma durante i fine settimana
tornavo a casa. I miei genitori accettarono, nonostante
tutta la loro situazione di sgomento. Completai debitamente
il corso di studi, ma persi la scadenza per il test
standardizzato di medicina, che mi avrebbe fatto accedere
al gruppo più competitivo, perché la mia famiglia aveva
bisogno di me. All'inizio i tumori erano piuttosto piccoli,
tanto che mamma e papà optarono per una “vigile attesa”,
un'espressione tratta da una brochure ricevuta in ospedale.
In seguito, quando mamma perse completamente l'udito,
ci rifugiammo nell'iniziale confusione della diagnosi clinica:
neurofibromatosi. In tal modo riuscivamo a tenere a bada
gli interrogativi, in particolare i nostri.
Fu il tumore nell'emisfero destro a crescere per primo,
premendo sul nervo acustico. Quando mamma cominciò
a perdere l'udito dell'orecchio destro, insieme all'equilibrio,
starle vicini era come guardare da terra qualcuno che
con grazia misteriosa cammina nell'acqua: ogni movimento
era lento, attento. Doveva fissare le mie labbra per capire
che cosa le dicevo. E spesso, mentre lo faceva, muoveva anche
le sue, come fanno le mamme quando imboccano i loro
bimbi. Le restituii il braccialetto: glielo misi al polso, affinché
rammentasse che c'erano cose in cui un tempo aveva
creduto.
Quando non ci sentì più del tutto, presi a parlarle liberamente.
All'inizio lo facevo solo quando leggeva o era davanti
alla televisione, e quindi non mi guardava ma, quando
arrivò al punto di dormire quasi tutto il giorno, iniziai
a dar voce ai miei pensieri nel momento stesso in cui mi
passavano per la testa. Prima le raccontai nei dettagli quello
che ricordavo - o immaginavo - riguardo a ciò che era successo
a Jun e Tiney, e al mio coinvolgimento. Poi passai alla
lettura: prendevo i miei libri preferiti, che avevo imparato
a memoria, tanto per avere il conforto di girare quelle pagine
ancora una volta. Le leggevo i Salmi, soffermandomi
sul trentaquattresimo. Mentre dormiva recitavo la preghiera
per le figlie. E, quando era sveglia, leggevo brani di Einstein,
in particolare il preferito di Teddy, sulla gravità e l'amore.
A un certo punto mi venne l'idea di leggerle i drammi
di Shakespeare, e ripescai il volume dell'opera completa
dalla pila di libri che avevo riportato dal college.
Partii da quelli che avevamo messo in scena, insistendo
sulla Tempesta e sul Riccardo III, le produzioni dell'ultimo
anno a cui non avevo partecipato; poi passai a quelli che avrei voluto portare sul palcoscenico; e infine li lessi
tutti, assegnando alle mie amiche i vecchi ruoli, o altri,
sentendo le loro voci mentre leggevo. Era come recitare una
formula magica che le rendeva più vicine: Ann era un
Calibano dalla chioma leonina; A. J., un brillante Iago; Phyllis,
una Bianca più passionale che petulante; Tiney, Ofelia;
Jun, il duca di Kent. Poi dissi a mamma di Ruth e Julie, e
del signor Oko, di Weingarten e di Keigo, e di Teddy adulto.
Le raccontai tutto quello che mi veniva in mente sulla
vita a Wellesley al di fuori della casetta: una vita reale e sconosciuta,
che mi aveva spinta a unirmi alla società nel tentativo
di comprenderla. E poi le parlai di ciò che era venuto
prima, del fatto di essere stata la sua bambina, della sensazione
di aver passato la vita ad avere nostalgia di lei, dello sguardo meravigliato con cui avevo osservato la sua bellezza
e la sua compostezza, del dubbio di poterle ereditare.
Infine le dissi che avevo compreso perché mi avesse esclusa
dalla sua malattia e dalle parti più brutte della sua vita. Le
confidai di aver provato a salvare Teddy, e poi Jun, e di aver
tentato per tutta la vita di fare la stessa cosa con lei. Ma avevo
capito che, impedendomi di salvarla, con ogni probabilità
aveva salvato me.
Quando esaurii le storie su di me, cominciai a parlarle
della sua vita, usando la fantasia per le parti che non conoscevo,
fino a tessere una trama coloratissima che avremmo
dovuto considerare insieme. Ma questo accadde molto più
tardi, quasi due anni dopo la mia laurea, quando mamma
era ormai troppo malata per rendersi conto della mia presenza;
quando il nostro rapporto era diventato molto più
semplice, e avevo cominciato ad avvertire una curiosa sensazione
di pace.
Per due anni io e Jun ci scrivemmo regolarmente. Le sue
lettere mi arrivavano scritte su carta velina, e spesso la mia
amica di un tempo riempiva oltre una dozzina di quei rettangoli
stretti e trasparenti con la sua calligrafia alta e frettolosa.
Mi disse che all'università di Tokyo gli studi erano
andati bene, e che quasi subito dopo la laurea aveva cominciato
a seguire il programma per giovani dirigenti presso le
Industrie Oko. Aveva fatto scherzi ai suoi collaboratori, finché
non avevano smesso di trattarla con esagerato rispetto,
e da quel momento aveva impiegato poco a riscuotere successo.
Io le parlavo di sciocchezze, e poi le scrissi della malattia
di mamma; a volte, quando leggevo le sue risposte, la
rivedevo mentre si accovacciava con me sulla pista di atletica
e mi guardava per comprendere quello che le dicevo.
Durante l'autunno in cui a mia madre fu diagnosticata
la malattia, sul New York Times uscì un articolo intitolato:
«Vuoi avere successo? Scegli Wellesley». Descriveva i traguardi
raggiunti dalle ex alunne con una prosa debitamente
altisonante e volta a colpire gli eruditi lettori del quotidiano.
L'articolo era stato incorniciato e appeso con discrezione
dietro il banco principale del Centro per l'orientamento
del college, a sinistra di un'enorme mappa del campus disegnata
a mano, accanto alla quale c'era la stampa ingrandita
del sigillo.
La consulente che mi era stata assegnata durante i mesi
precedenti la laurea era nuova, anche se non nuova del mestiere.
Doveva avere poco meno di sessantanni, ma ne dimostrava
parecchi di più. Cominciò a dirmi cose che già sapevo
riguardo alle mie possibilità di entrare in una facoltà
di medicina: nella migliore delle ipotesi sarei stata accettata
da un istituto rispettabile, ma una scuola d'élite era al di
là delle mie possibilità.
«Pare che lei abbia trascorso parecchio tempo nella casetta
di Shakespeare». Mi guardò con un sorriso forzato. «Forse
un altro ospedale sarebbe stato meglio?» Incrociò le mani
sopra il dossier che stava studiando, chinandosi in avanti
con fare amichevole. «Sa, potrebbe ancora ricavare qualcosa
da una specializzazione in letteratura inglese. In politica
non badano molto ai voti. Per caso ha tendenze attiviste?»
mi domandò, solenne.
Scossi la testa.
Mi guardò per un momento che mi parve un po' troppo
lungo, forse sperando che ci ripensassi, poi lottò con gli angoli
della sua bocca, che si incurvarono verso il basso in una
smorfia. Alla fine trovò il coraggio di rivolgermi un sorriso.
«Sa, se mai questo paese dovesse mandare una donna alla
Casa Bianca, rimarrei scioccata se scoprissi che non ha
studiato a Wellesley». L'albero appena fuori dalla sua finestra
era pieno di piccole gemme verdi. Lei aveva un'aria così
pacifica, incorniciata dalle tendine, così controllata. Diede
un'altra occhiata alle carte che raccontavano la mia storia,
e poi scosse la grossa testa rotonda come un bue maestoso
che si sbarazza delle mosche.
Si rese conto che mi stavo divertendo a osservarla, e la
cosa la irritò. «I suoi voti non possono competere con quelli
delle sue compagne, temo. Quest'anno abbiamo molte più
domande del solito e, senza un punteggio al test standardizzato,
dovrà aspettare un altro anno per fare richiesta, e
naturalmente dovrà giocarsi i posti disponibili con un nuovo
gruppo di candidate». Sembrò più allegra, quando chiuse
quasi completamente il mio dossier sopra una mano.
«Sa, molte delle nostre specializzande in letteratura inglese
hanno successo anche nel mondo accademico, nei corsi
postlaurea». Abbassò lo sguardo, e sfogliò di nuovo le carte.
«Anche se dovrebbe sottoporsi al test GRE. E in fretta».
Mi rivolse un ghigno quasi lupesco. «Le piacerebbe diventare
una studiosa di Shakespeare?»
«No» risposi. «No davvero». Mi alzai e andai alla finestra,
chiedendomi cos'altro avrei potuto vedere se mi fossi
avvicinata. La aprii. Mi affacciai, e fui quasi sopraffatta dal
profumo fragrante dell'aria calda. «Quest'albero è incredibile»
dissi, sporgendomi ancora e parlandole da sopra una
spalla. «Che specie ha detto che è?»
«Non l'ho detto. Non credo che il nostro colloquio abbia
compreso le specie arboree» mi rispose, ora in piedi anche
lei. Dal tono sembrava nervosa. Forse sospettava che
l'unica reale spiegazione per il mio comportamento fosse
che intendevo buttarmi giù, e pertanto avrebbe dovuto tentare
di impedirmelo.
Tirai dentro la testa, ubbidiente, e richiusi la finestra
con cura. Il telaio nero scorse lungo la guida senza intoppi.
Mi sentii soddisfatta di averla chiusa così bene, per lei.
Mi ci appoggiai con la schiena. «Credo che il nostro tempo
sia scaduto» dissi pensierosa, chiudendo gli occhi. Sapevo
che stavo esagerando, e non m'importava. Pensai di aprire
di nuovo la finestra e scendere dall'albero, preceduta dalle
gemme bianche che cadevano come fiocchi di neve. Aprii
un occhio e le sorrisi. «Mi è stata di grande aiuto» dissi con
la mia migliore voce da Wellesley.
«Ma certo, cara». Con quel vestito, la ciccia che aveva
intorno alla vita sembrava un salvagente. Avrei voluto circondarla
con le braccia per vedere se fossi riuscita a unire le
mani dietro la sua schiena, ma mi trattenni; invece raccolsi
le mie cose e me ne andai accennando un inchino. Lei rimase
sorpresa, e poi rispose svelta all'inchino, come un paffuto
soldato.
Superai le studentesse che aspettavano fuori dall'ufficio,
tutte in tailleur dai colori sobri, le rigide cartelle con i curricula
sulle ginocchia, sui volti una promessa solenne. C'era
stato un momento in cui avevo sperato di essere tra loro,
e ancora non avrei saputo dire che cosa m'indusse a
ripercorrere il corridoio, ad abbandonare i libri e a fermarmi
sulla porta, sola, per poi sollevare lo sguardo e osservare
meravigliata l'arco di marmo inciso. Uscii sul prato. Passai
davanti alla finestra della preside, cui rivolsi un breve saluto
di apprezzamento.
Attraversai la corte e imboccai Campus Drive, che percorsi
fino all'entrata sul retro. Le mie scarpe non erano fatte
per le grandi distanze, e dal college a casa erano sedici
chilometri. Me le tolsi e cominciai a correre con le sole calze
ai piedi, che scivolavano a contatto con il cemento, e mi
resi conto che presto si sarebbero lacerate. Mi fermai solo per togliermele e gettarle nel bosco che fiancheggiava il
campus. All'inizio rimasi sulle strade, poi entrai nei cortili
dietro le case e nei parchi, evitando l'autostrada. Il cemento
era duro e caldo per la giornata, i parchi ricchi d'erba, i
sentieri sterrati polverosi e disseminati di sassolini; avanzavo
a zigzag, evitando radici e rocce, cercando i punti d'appoggio
più morbidi, ma più correvo e più le piante dei piedi
si laceravano, gli stinchi bruciavano... Un dolore chiaro
e limpido, come la bellezza. Svoltai nella nostra via prima
che facesse buio. E, correndo verso casa, vidi che le luci
della veranda erano accese. Come se mi stessero aspettando.
...
.
...
CAPITOLO 31.
...
.
...
La cerimonia di laurea ebbe luogo poche settimane dopo.
Ormai mi ero abituata all'assenza di Jun, ma quel giorno il
dolore per il fatto di non vederla mi colse di sorpresa, e così
me ne andai subito, usando la scusa della pioggia battente.
Si sprecarono fiumi di parole su come fossimo arrivate e
ce ne fossimo andate sotto un acquazzone, fatto a cui personalmente
non diedi molta importanza. Wellesley cominciò
a diventare un ricordo sbiadito e piacevole non appena
misi piede fuori dal campus.
A che serve dire che gli anni successivi furono i più felici
e, insieme, i più difficili della mia vita? La salute di mia
madre peggiorava e, dal momento che ero soprattutto io a
prendermi cura di lei, riuscivo a fare solo brevi visite settimanali
allo Shattuck o al McLean. Papà insisteva per accompagnarmi,
ma non entrava più; preferiva rimanere ad
aspettarmi in auto. A volte schiacciava un pisolino con i
finestrini aperti di una fessura. Al mio ritorno lo trovavo
sempre fresco e riposato.
La mia vita cominciò a prendere un ritmo. Le mie giornate
trascorrevano senza difficoltà, e mi lasciavano poco
tempo per farmi domande, dal momento che ero impegnata
a soddisfare le richieste o le necessità di mamma, per
quanto possibile, per poi sedermi a tavola con papà, a cena.
Presto mamma divenne totalmente dipendente da me,
e questo rese le cose più facili: occuparsi di lei era una questione
d'abitudine, un dono da offrire. Anche se non posso
negare che rimasi attonita nel vedere la sua bellezza che
si consumava lentamente, e i tumori che sporgevano come
simboli dal collo e dalla spina dorsale, trasformando il suo
corpo in qualcosa che non potevamo sperare di salvare.
Stava più comoda prona o sdraiata su un fianco, con la
testa girata di profilo come un antico cameo, muta e immobile.
Cominciò a indebolirsi in primavera, e da parte
mia cercavo di aprire le finestre della sua stanza il più spesso
possibile, convinta che l'aria le avrebbe infuso speranza,
perché immaginavo che quello fosse il suo desiderio; invece
la camera era sempre troppo ventilata. Ogni cosa intorno
a noi aveva cominciato a muoversi in modi irrisori e
imprevedibili. Mio padre rifuggiva dall'aria che facevo entrare,
e si fermava sulla soglia a guardare mamma. Probabilmente
da lì le protuberanze sul corpo erano meno visibili,
e lui riusciva a immaginarla ancora sana. Faticavamo
entrambi a credere che un tempo quelle escrescenze non
c'erano state.
Quando facemmo presente al dottor Stern che volevamo
che mamma morisse a casa, lui cominciò a visitarla a domicilio.
Il giorno prima della sua morte entrò a grandi passi
nella stanza - la giacca sollevata dal vento quasi fosse una
mantellina - e annunciò che era entrata in coma. Quando
se ne fu andato, chiusi la porta e girai per tutta la casa a
chiudere porte e finestre. Quando ebbi finito, io e papà tornammo
da lei e ci sedemmo sul letto, lui da una parte, io
dall'altra. Il pomeriggio seguente restammo lì ad ascoltarla,
mentre se ne andava nel silenzio più assoluto.
Funerale e sepoltura furono condotti nel rispetto della
tradizione ebraica, con nonna Carol in piedi accanto alla
tomba, le labbra serrate come se la figlia avesse appena
cominciato a deluderla. Durante il primo giorno di shivah,
venne a casa nostra e si sedette su una sedia rossa, che lei
stessa aveva regalato a mamma. Il rivestimento era fatto per
sembrare velluto, e i braccioli terminavano con delle volute.
Dopo diverse ore, in cui non si era lamentata ma era apparsa
seccata, mi chiese dei miei progetti, ora che il mio compito
di badante si era concluso. Le dissi che intendevo iscrivermi
alla scuola di specializzazione in scienze biomediche
presso l'università del Massachusetts, con lo scopo di condurre
ricerche mediche sulla neurofibromatosi. Lei scosse
la sua bella testa.
«Dicevano che le ragazze andavano a Wellesley per fare
la differenza a questo mondo. Era il vostro motto, no? Ebbene?
L'hai fatta, la differenza? Intendi farla?» Aveva un'espressione
aperta e curiosa, se non severa. Era lo scambio
più diretto che avessimo mai avuto.
«No» risposi. «Non credo. E non credo che la farò».
Annuì, accettando la mia risposta. «Tua madre era come
te. Avrebbe potuto avere un'istruzione straordinariamente
buona, ma aveva altre idee. Forse, se fossi stata un ragazzo,
avresti sfruttato meglio il tuo potenziale» osservò.
«Io l'ho avuta una buona educazione. Ed è straordinario
il fatto che possa sfruttarla come voglio».
«Ho detto straordinariamente buona, Naomi» mi rimproverò.
«Saresti potuta diventare medico, o addirittura
avresti potuto raggiungere maggiori risultati come tennista.
Invece non hai nemmeno tentato di entrare nella
squadra, dico bene? Che spreco». Scosse di nuovo la testa,
a confermare quanto aveva detto. «Bada, sei una ragazza
carina. Probabilmente sarai una moglie perfetta per
qualcuno. Ma saresti potuta diventare tu qualcuno». D'un
tratto sorrise, pensierosa. «Non so se tua madre ti ha mai
detto che me la cavavo piuttosto bene a tennis ai miei
tempi. Naturalmente, mi aiutava il fatto che il completino
da tennis mi donasse incredibilmente». Mi guardò con
approvazione. «Hai mantenuto un bel fisico» commentò.
La ringraziai. Mio padre si sedette prendendosi la testa
tra le mani. Avevamo solo un altro ospite quel pomeriggio:
il dottor Stern, che mi lodò per il mio senso del dovere
come figlia.
«Trascorro molto tempo nelle cliniche, con genitori i cui
figli non si prendono cura di loro» cantilenò. «E sono lieto
di vedere un'eccezione alla regola». Probabilmente non arrivava
ai quarant'anni.
«Un bravo giovanotto» commentò papà, in tono di
approvazione, dopo che se ne fu andato e noi ci ritrovammo
nel soggiorno buio.
«Tornerò» gli dissi, alzandomi e dandogli un bacio sulla
testa china.
Faceva caldo quel giorno. Lentamente, mi avviai verso la
casa natale del presidente Kennedy, le carte strette in mano.
Non era cambiata: il sentiero ordinato di mattoni, la porta
gialla sormontata dalla pesante bandiera che salutava i visitatori
con maestosa sicurezza. Mi domandai se Rosemary
sarebbe stata felice di sapere che le sue cose stavano per tornare
nel luogo in cui lei era stata una bimba piena di speranze,
sotto quel pianoforte che sua madre aveva suonato
- alla fine - solo in sua compagnia. D'un tratto mi venne
in mente che, come me, Rosemary aveva tentato di tenersi
stretto ciò che più temeva di perdere; aveva creato un tesoro
a cui aggrapparsi, mentre si accorgeva di scivolare via.
Ma l'unica cosa che si perde irrimediabilmente è la propria
personalità, intangibile e inafferrabile. Con tale consapevolezza,
ora che avevo perduto mia madre, mi sentii pronta a
lasciar andare i miei demoni familiari. La porta era aperta,
come sempre, ma per qualche motivo rimasi sorpresa, quasi
mi fossi aspettata di trovarvi ancora una famiglia.
L'ingresso era deserto. Mi presi un lungo momento per
godermi quegli odori mai dimenticati, le piccole intimità.
Poi sganciai la corda di velluto alla mia destra, entrai nella
stanza della musica e spostai delicatamente da un lato lo
sgabello del pianoforte. Le carte si infilarono senza problemi
tra le assicelle. Mi alzai, strofinandomi le mani e complimentandomi
con me stessa per l'ottimo lavoro.
«Era ora» disse una voce alle mie spalle.
Svelta, mi voltai. C'era una donna molto più anziana
di come la ricordassi, che però aveva ancora i capelli neri,
sempre in contrasto con la carnagione del viso: la signora
Olsen.
«Sono qui solo il martedì» disse, rispondendo alla domanda
che non feci in tempo a rivolgerle. «Come volontaria.
Suppongo sia impossibile sbarazzarsi di me». Doveva
avere ormai ottant'anni, curva, gli occhi vigili semicoperti
dalle palpebre.
«Non ti sei mai chiesta perché le avessi date a te?» Con la
mano indicò la stanza. «Come fossero finite nel tuo zaino?»
Scossi la testa. «Veramente... io credevo di averle rubate».
«Ah! E pensavi che avrei permesso una cosa del genere?
Bada, sarei dovuta essere più rigorosa con te, così che
imparassi la lezione. Quando trovai quelle carte sul pavimento
- probabilmente le lasciasti cadere quando tuo padre
ebbe quell'attacco... A proposito, sta bene?» Annuii.
«Comunque, le trovai prima che te ne andassi, e decisi che
avresti dovuto tenerle. Mi dissi che una simile curiosità apparteneva
di diritto a una ragazzina curiosa». Accennò un
sorriso. «In verità, non so che cosa avessi pensato. Forse sono
stata un po' birichina anch'io. E poi sentivo che le avresti
riportate, quando fossi stata pronta». Con ciò, si voltò e
se ne andò, senza darmi l'opportunità di chiederle dell'altro,
o comunque di parlarle ancora. Dal canto mio, conclusi
che quella casa aveva qualcosa che faceva desiderare
alla gente che potesse continuare a vivere, magari diventando
pure un po' meno ordinata. C'erano stati dei bambini,
lì. Bambini che credevano, un giorno, di poter imparare
a volare.
Quella sera guardai mio padre, e mi venne voglia di raccontargli
che cos'era accaduto con la signora Olsen, e che
cosa avevo fatto tanti anni prima, ma non mi parve che
avesse bisogno di sentire quella storia. Un giorno, forse. Invece
di parlare, lo studiai, e mi resi conto che non era ancora
vecchio, nonostante quello che probabilmente pensava.
Credo che per un certo periodo fosse stato ansioso di invecchiare,
di accedere all'attesa della morte in un modo piacevole,
aperto. Forse il motivo era che aveva sempre temuto
di non poter essere il padre e il marito che avrebbe voluto,
pronto a saltar fuori e a proteggerci quando i lupi
apparivano al cancello. Mangiò la cena boccone dopo boccone,
come un uomo che strappa le erbacce dal giardino senza
mai sollevare lo sguardo, e poco dopo lo mandai a letto.
L'indomani vennero a trovarci alcuni vicini, e il terzo
giorno amici di famiglia che vivevano più lontano, incluso
il rabbino del tempio che adesso papà frequentava due volte
l'anno, in occasione delle feste più importanti. Il rabbino
e papà si ritirarono in una stanza sul retro, mentre io rimasi
alla porta da sola, ad accogliere persone che non conoscevo,
poche delle quali sapevano chi ero. Dopo pranzo arrivò
un certo signor Nathanson con la moglie, e con la coda
dell'occhio scorsi la sagoma di un giovane dall'aria familiare...
così familiare che mi mancò il fiato prima che potessi
dargli un nome. Keigo.
I Nathanson, cordiali, si voltarono un po' confusi davanti
alla mia espressione; io mi trattenni e, invece di saltare
al collo di Keigo, feci le presentazioni. Qualcun altro salì i
gradini di corsa. Art. «Stavo parcheggiando» mi spiegò con
un sorriso. Avrei voluto abbracciare anche lui.
Dopo averli fatti accomodare tutti, e aver chiamato mio
padre, tornai da Keigo e dal suo ex compagno di stanza, il
fan di Troilo e Cressida. Erano in piedi nell'ingresso, mentre
i Nathanson, il rabbino e papà si accomodavano nel soggiorno.
«Potete restare?»
Art annuì. Li portai in cucina, e cominciai a mettere sul
tavolo tutto quello che riuscii a trovare, finché Keigo non
mi fermò con una mano sul braccio.
«Jun ce l'ha detto». Sembrava alquanto in imbarazzo.
«Immaginava che te lo saresti tenuto per te. Mi ha chiesto
di abbonarmi al Boston Globe, tre mesi fa, per controllare i
necrologi ogni giorno. Anche se lo faceva lei stessa, quando
poteva». Risi, e poi mi sedetti e scoppiai in lacrime. Dovetti
appoggiare la testa sulle mani, e sfogarmi. Dopo gli chiesi
di riferirle che di lì a poco avrei cominciato a frequentare
una scuola di specializzazione non lontano da casa. Non
volli sapere cos'altro Jun gli avesse detto, o che cosa stesse
facendo della sua vita. Le sue lettere erano diventate meno
frequenti e meno dettagliate, via via che il lavoro si era
fatto più impegnativo, ma non avevano perso il loro calore.
Sentivo ancora la sua mancanza, e lo dissi a Keigo. Gli
chiesi anche di dirle che i suoi messaggi non dovevano essere
così giapponesi e inglesi, e che poteva parlarmi anche di
cose che andavano al di là del tempo atmosferico. Lui annuì, comprensivo.
Confessai che non immaginavo che si trovasse ancora
da quelle parti: era tornato a New York per aprire una sede
delle Industrie Oko a Manhattan, e stava frequentando un
master in Business Administration alla Columbia, ora fermo
per una pausa. Art confidò a entrambi di essere rimasto
perché mai e poi mai sarebbe potuto tornare nell'indiana.
«Canto ai bar mitzvah per pagarmi l'affitto». Io e Keigo
scoppiammo a ridere, e poi rise anche lui. Qualche istante
dopo il rabbino entrò in cucina e, vedendoci così allegri,
annuì in segno di approvazione.
Art si trattenne a lungo, anche dopo che Keigo se ne fu
andato, e tornò a trovarmi da solo il giorno successivo, e
quello dopo ancora. E presto smisi di aspettarmi che il suo
amico si unisse a lui. L'ultimo giorno della shivah, fu molto
triste pensare che non avremmo avuto nessuna scusa per
rivederlo presto. Invece Art prese l'abitudine di far visita a
mio padre ogni domenica, e dopo poche settimane gli confessò
che ogni volta sperava che ci fossi anch'io. A un anno
circa dalla morte di mia madre, mi ritrovai nella cucina
dei miei genitori a pranzare con lui. Almeno così pensavo.
In realtà, quando sollevai lo sguardo, notai che lui non stava mangiando.
«Ti dà fastidio sapere che mi sono innamorato di te la sera in cui sono venuto con Keigo a vederti recitare?»
Deglutii e lui si accigliò.
«La stessa sera in cui ti sei messo a corteggiare A. J.?» gli chiesi. «Quando hai seguito Ann come un cagnolino?»
Sorrise e annuì. «Ann. Già. Ti stava sempre intorno».
«Ma la tua cotta per me non ti ha impedito di andare a letto con lei, giusto?» Lo guardai negli occhi, sfidandolo.
Lui si alzò dalla sedia e mi abbracciò. «Non ci sono andato a letto». Mi diede un bacio. Un bacio intenso. «Inoltre è stata l'unica offerta che ho ricevuto quell'anno. E, comunque, non avevo una cotta per te». Mi baciò di nuovo.
«Mi sono innamorato a prima vista. Non riuscivo nemmeno a parlarti. Ricorderai che sono stato un po' impacciato. E forse un po' espansivo?»
Risi, mentre ricordavo quel momento, e lo baciai anch'io.
Quando si rimise seduto, gli riempii il bicchiere e gli portai un tovagliolo. Ero sconcertata dalla semplicità del nostro amore, perché di questo si trattava; lasciai che m'investisse lentamente, e mi meravigliai del fatto che fosse
tanto facile. Mi rendevo conto perfettamente che sentirsi a proprio agio era un dono raro, con cui stavo imparando a convivere. E, chissà, fosse un giorno sarei anche riuscita ad accettarlo.
Qualche anno dopo la specializzazione mi presi un weekend per partecipare alla festa per il pensionamento della dottoressa Orchuk, in Connecticut. L'idea era prendere un treno dalla South Station, restandomene seduta in un caffè ad aspettare la partenza. Non passavo di lì da quando avevo provato ad andare a cercare Teddy, tanti anni prima, e la trovai molto cambiata: più gente, più venditori ambulanti.
Nel locale c'erano altre persone che attendevano il treno successivo. Il mio sguardo si posò su una donna con i capelli rossi e lisci e il viso spigoloso, che impiegai un momento a riconoscere. Phyllis. Mi alzai e mi piazzai davanti
al suo tavolino finché non sollevò gli occhi.
«Naomi Feinstein». Mi rivolse lo stesso enorme sorriso che ricordavo, ma adesso c'erano delle rughe agli angoli degli occhi e ai lati del naso, nei punti in cui la sua bella pelle cominciava ad assottigliarsi.
Insegnava ancora lettere classiche, ora in una scuola femminile privata. Le dissi che mio marito era un insegnante di musica, e che l'avevo conosciuto ai tempi del college. Mi domandò se fossi diventata medico, e per un attimo rimasi sorpresa: non ricordavo di averle raccontato dei miei progetti.
Le dissi che ero una ricercatrice medica, e che con i miei colleghi stavo lavorando a una cura per la neurofibromatosi.
Uno strano lavoro, commentò, non aveva mai sentito nominare quella malattia. Già, le risposi, e probabilmente non scopriremo mai come curarla.
«Be', comunque è ammirevole» disse, tentando di mettere una pezza. «Fai onore alla scuola. Dovresti presentare la tua ricerca alla conferenza delle ex alunne».
«Vogliono scoperte significative».
«Giusto». Mi chiese se io e Jun ci sentissimo ancora. Sì, le dissi, di tanto in tanto. Abbassò lo sguardo sul suo caffè, accigliata. «Ho saputo. Di Jun e Tiney. Io e Julie ci siamo tenute in contatto». Scosse la testa. «Sono rimasta sorpresa anch'io» aggiunse sommessamente. «Del fatto che abbia rivelato l'esistenza della nostra reliquia».
«Oh» la liquidai, meravigliandomi di me stessa, «non credo che nessuna sapesse dove si trovava. Se non altro, adesso le ragazze ne sentiranno la mancanza». Phyllis mi fissò, e il suo viso si fece improvvisamente e spaventosamente
pallido come quello di mamma durante il suo ultimo anno di vita: sembrava quasi che avesse dimenticato chi ero.
Allungai una mano a toccarle un lato della testa. Era liscia come avevo sempre immaginato. Le dissi che l'avevo sempre trovata bellissima. E poi la salutai.
Quest'anno mi è capitato di lavorare fino a tarda notte.
Succede quando mi sto rompendo la testa per arrivare a qualcosa che è ormai vicinissimo, quasi tangibile, e che ancora non riesco a raggiungere. È così frustrante... E devo costringermi ad andare a casa, quando non riesco più a pensare. Cerco di entrare in cucina senza far rumore, per preparare il tè, ma di solito Art si sveglia e viene a cercarmi; se l'acqua non bolle ancora, spegne il bollitore e mi porta a letto. «Ci sono più cose in cielo e in terra, Naomi» ama ripetermi, «di quante ne sogni chi fa ricerca sulla neurofibromatosi».
Detesto a tal punto quella pessima barzelletta che scoppio a ridere, e lui ogni volta sa che lo farò. Durante il weekend faccio lunghe corse lungo il Charles, lasciando vagare la mente. A volte mi trovo a rivivere curiose conversazioni con Jun, con i miei genitori, o con Teddy. Due anni dopo la morte di mamma, Art mi fece percorrere il perimetro del lago Waban tre volte. Al primo giro gli mostrai il punto in cui Ruth era caduta in acqua, mentre camminava sul ghiaccio; al secondo, gli indicai il tragitto che io e Jun avevamo fatto di corsa il giorno in cui avevo capito che se ne sarebbe andata. Al terzo, creammo un altro punto importante, onorando la tradizione di Wellesley e consumando il nostro fidanzamento in mezzo a un mare di spine.
Adesso Art mi accompagna a trovare Teddy ogni due domeniche, a volte ci va anche da solo, quando io sono troppo demoralizzata per assistere al suo ulteriore peggioramento.
Se è lucido, giocano a Famiglie. Si è ricordato del mio nome solo una o due volte negli ultimi dieci anni, ma credo che mi riconosca in altri modi. Io e Art viviamo in un'altra zona di Brookline rispetto a quella in cui sono cresciuta; un quartiere più trafficato, e più vicino a Boston. La sera, però, non è così diversa. Credo che, quando per un certo periodo di tempo concludi le tue giornate in un determinato angolo di mondo, diventa difficile spegnere la luce altrove. E mio padre vive in un appartamento vicino. Alle pareti ha appeso alcune foto di mamma, e anche la mia laurea a Wellesley; ci piace scherzare, dicendo che lui l'ha meritata almeno quanto me. Una volta gli ho chiesto se dovessi costruire un piccolo altare a Rose, sotto il diploma. «Molto divertente» mi ha risposto. Le sue “cotte colossali” si sono spente quasi del tutto, via via che ho abbandonato la mia cieca ambizione. Oggi mi chiede dei miei «nobili e impossibili problemi», e sembra accettare il fatto che io abbia trovato conforto nell'ignoto. Spero che una parte di questo conforto sia arrivata a lui, e ogni tanto, quando ride delle peggiori battute di Art, credo davvero che sia così.
Ho tolto l'urna con le ceneri di mia madre dalla mensola del caminetto - tenerla lì sarebbe solo servito a dimostrare un attaccamento morboso - e l'ho riposta nella cassetta di cedro che avevo dissotterrato con papà prima che si trasferisse.
È di nuovo bella e lucida, anche se ha conservato l'odore di medicine fermentate. Dentro ci sono anche le altre cose che vi avevamo nascosto io e Teddy, tra cui la sciarpa di mia madre. Il suo braccialetto lo porto al polso, però. A volte anche in laboratorio.
Ho pensato spesso alla collera che provò la sera in cui le dissi che era un mio diritto conoscerla meglio. Sul suo volto avevo visto ira e paura. Mi sono chiesta perché mi ci sia voluto tanto tempo per capire quanto fosse spaventata, quanto tutti noi vivessimo nel terrore, e perché avessi bisogno di comprenderlo per liberare me stessa, e lei. Forse la sua paura era troppo vicina perché riuscissi a distinguerla, troppo radicata. O forse temevo di tradire entrambe, allontanandomi da quella paura quanto bastava per metterla in luce. Credo che legami simili comincino con la nascita di una persona, quando ciascuno di noi entra in scena nella medesima tragedia: la conoscenza preternaturale di essere
irrimediabilmente separati - a partire da quel momento - dalla persona a noi più cara. Il primo tocco che molti di noi sentono è quello del dottore, che ci strappa da nostra madre così che possiamo diventare noi. E allora piangiamo, addolorati. E respiriamo.
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FINE.
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Ringraziamenti.
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Questo libro non esisterebbe, se non avessi potuto contare sull'aiuto e sul talento di tante, tante persone.
Ringrazio tutto lo staff di Harper, in particolare la mia brillante editor e amica, la meravigliosa e brava Maya Ziv: la sua visione e la sua passione per Naomi mi hanno permesso di superare le innumerevoli sfide incontrate da chi si accinge a pubblicare il primo romanzo. Grazie anche a Jonathan Burnham e a Kathy Schneider per il sostegno dimostratomi sin dall'inizio, per la pazienza infinita e le gentili attenzioni; a Ed Cohen per il meticoloso e coraggioso lavoro redazionale; a John Jusino per la pazienza e l'aguzzo occhio editoriale; a Nicole Judge per le sue ispirate indicazioni commerciali; a Mark Ferguson per la guida paziente attraverso l'ignoto; a Tina Andreadis e Katherine Beltner per il meraviglioso lavoro pubblicitario; a Fritz Metsch per le sue splendide pagine; e ad Archie Ferguson per la bellissima copertina.
Ringrazio la mia straordinaria agente, Lisa Grubka, che con integrità e saggezza mi ha guidato attraverso le bellezze e le insidie della pubblicazione, e di tutto ciò che è venuto prima. Grazie anche a tutto lo staff di Foundry, in particolare a Stephanie Abou, che al college sarebbe stata una fantastica compagna di stanza, e ad Hannah Gordon. Grazie a Michelle Wiener di CAA, per le sue visioni “cinematografiche” di Naomi.
Grazie agli innumerevoli amici e parenti che si sono prestati a leggere e a criticare le prime stesure del romanzo, rivelandosi fonti insostituibili di ispirazione e sostegno. Un ringraziamento speciale a mio padre, che non solo ha risposto a tutti i miei interrogativi in campo medico, mentre scrivevo questa storia, ma mi ha insegnato anche ad ascoltare quello che le persone non dicono; a mia madre, che mi ha insegnato l'importanza di avere coraggio quando si scrive, e che non è mai timida nell'esprimere lodi o critiche; a mia sorella Shayna, che ha insistito affinché dessi il meglio di me; a mia sorella Rachel, che ha ascoltato più lamentele di quante ne dovrebbe sopportare una buona amica; e a mio fratello Gabriel, che si è rifiutato di fare una lettura veloce. Grazie anche a Judy Percer, disponibile e capace nel ruolo di madre surrogata; a Elizabeth Percer, che mi ha prestato il suo nome; e a Tom Percer, che ha un gusto eccellente in fatto di donne.
Sono inoltre enormemente in debito nei confronti di tante persone. Aurora Sema, e Diane e Dick Sands, che non si sono limitati a badare ai miei figli mentre scrivevo, ma li hanno amati quasi fossero loro; Dawn Wells Nadeau, che mi ha insegnato quanto può essere profondo il sentimento dell'amicizia; Malena Watrous per il suo humour caustico e l'acuto intuito letterario; Susan Terris, che mi ha fatto da mentore e mi ha aiutata a saperne di più sui bigotti; Jacqueline Higgins-Woo, che è stata tra i miei primi e più coraggiosi lettori; Shana Kelly, che ha creduto in me sin dall'inizio; Curtis Sittenfeld, che mi ha fatto arrivare a Shana e a tanti altri; Jim Roberts per le sue belle fotografie e l'accurata descrizione del Kennedy National Historic Site; tutte le socie passate, presenti e future della “vera” Shakespeare Society, le migliori attrici che abbia avuto modo di conoscere; e il Wellesley College, che ha il merito di ispirare le donne a fare la differenza nel mondo.
Infine, grazie a mio marito e ai miei tre figli, che mi hanno insegnato ad amare la vita più dell'arte.
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FINE.